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Come nasce un Cie. Il caso di Palazzo San Gervasio
22 giugno 2011
Mentre il governo triplica (da 6 a 18 mesi) il tempo massimo di permanenza nei Centri di identificazione ed espulsione, alcuni cittadini di Palazzo San Gervasio (Pz) - tra cui una lettrice di Popoli - raccontano come una struttura del proprio Comune si sia rapidamente tramutata in un Cie, ignorando le normali procedure e creando barriere invalicabili.

Il Comune di Palazzo San Gervasio in Basilicata, è stato teatro di una rapida metamorfosi di un campo già destinato all’ospitalità dei lavoratori stagionali in un Cie (Centro di identificazione ed espulsione). Circa vent’anni fa vennero sequestrate a un mafioso del posto una serie di beni immobili fra cui anche un’area destinata a rimessa per mezzi da lavoro. Questa fu concessa al Comune e gradualmente, pur con grandi difficoltà, trasformata in un centro a porte aperte per i lavoratori stagionali che si riversano nelle campagne locali per la raccolta dei pomodori. Nel 2010 l’attuale sindaco, Federico Pagano, decise di chiudere il centro per motivi tecnici e legati alle condizioni sanitarie, una decisione che ha avuto come effetto di disperdere i lavoratori migranti negli insediamenti di fortuna, cioè stabili abbandonati nelle campagne da più di cinquanta anni. Ne è scaturita come una «città fuori dalla città», priva anche di acqua se non fosse per la buona volontà di enti pubblici che la facevano arrivare con autobotti.
Il 28 marzo 2011 il prefetto ha chiesto al Comune se l’area fosse disponibile per l’accoglienza di rifugiati. L’amministrazione comunale ha subito dato l’ok, intravedendo la possibilità di guadagni economici, ma dimenticando di avere fatto chiudere il campo l’anno precedente. Il Comune ha accettato tranquillamente l’idea che il centro, nel giro di pochi giorni, potesse «ospitare» oltre 500 persone senza tener conto di una delibera comunale che ne aveva fissato il limite massimo a 250.
Il mattino seguente si è tenuta una prima riunione nell’aula consiliare a cui hanno partecipato varie associazioni e le imprese del posto che si occupano di ristorazione.
Il 22 aprile, per decisione del ministro dell’Interno, il campo si trasforma da campo per l’accoglienza dei rifugiati in Cie. Vengono fatte allontanare celermente operatori Tv e giornalisti, in pochi giorni anche la Croce rossa è costretta a uscire. Oggi il Cie di Palazzo San Gervasio è gestito interamente dalle forze dell’ordine e da una società privata, il consorzio Connecting People. Il campo si è trasformato in una piccola Guantanamo con recinzioni di ferro a mo’ di voliera, alte 5 metri, e mura in cemento armato con filo spinato. Ospita circa 50 detenuti di cui non è certa la nazionalità, anche se si ritiene che siano libici con precedenti penali, cosa che in Libia può significare anche solo essere dissidenti politici, ma tali informazioni non possono essere verificate. Nessuno, infatti, può entrare nel campo se non con l’autorizzazione del prefetto. Questo permesso è stato negato al senatore Felice Belisario (Idv) e, a una prima richiesta, anche al presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo.  
Il Cie è sorto nel giro di pochissimi giorni, scavalcando tutte le normative edilizie e di sicurezza. Non si sa se all’interno sia assicurato un presidio medico permanente e quali sia lo stato morale e fisico degli «ospiti», anche se sono stati accertati casi di violenze da parte di polizia e carabinieri in seguito a presunti tentativi di fuga, nonché condizioni igieniche deplorevoli. Il cibo sembra arrivare in quantità insufficienti e gli indumenti forniti derivano interamente da una raccolta di donazioni di privati e della Caritas. Pare invece che le scarpe siano state sequestrate dalle forze di polizia per evitare fughe.
Il ministro dell’Interno dichiara che questo Cie sarà attivo solo fino al 31 dicembre 2011, ma intanto sono stati stanziati 10 milioni di euro per tale struttura e per quella di Santa Maria Capua Vetere (Ce).
È opportuno fare luce su una situazione non più accettabile, accertare con indagini la trasparenza degli appalti dati in concessione ai privati, escluso quello dato ai ristoratori del posto che sembrano essersi uniti da un patto consorziale. Non risulta che si siano seguite le normali procedure, in nome di una situazione di «emergenza» creata da una cattiva gestione del Governo fin dai primi approdi nell’isola di Lampedusa.

© FCSF – Popoli