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Concilio Vaticano II, lavori in corso
9 ottobre 2012
«Più con il cuore che con lo sguardo seguivo l’incedere ondulante di Giovanni XXIII sulla sedia gestatoria che, uscito dal portone di bronzo e preceduto da una fila interminabile di vescovi, entrava processionalmente in San Pietro per inaugurare il Concilio… Quel giorno lontano non potevo certo immaginare quanto l’evento ecumenico, che iniziava sotto i miei occhi, avrebbe segnato la mia vita». Con queste parole, in un suo recente libro (La traversata, Mondadori, 2010), padre Bartolomeo Sorge ricorda quella mattina dell’11 ottobre 1962. Inevitabile, dunque, iniziare con una domanda dal sapore autobiografico.

In che senso scrive che il Concilio ha segnato la sua vita?
I superiori mi hanno chiamato a Roma appena terminati gli studi all’Università di Comillas dei gesuiti spagnoli. La mia formazione teologica era stata rigidamente pre-conciliare, tridentina… Perciò, vivere il Concilio a Roma, a La Civiltà Cattolica, è stata l’occasione per rinnovare il mio bagaglio teologico e spirituale! Ho respirato a pieni polmoni l’ecclesiologia della Lumen gentium, ho scoperto la Bibbia con la Dei Verbum, ho compreso l’altezza e la responsabilità della missione dei fedeli laici (uomini e donne) nella Chiesa e nella società. È stata come una ventata dello Spirito, che ha spalancato porte e finestre. È aumentata in me la fede, sono diventato un uomo nuovo.

Come riassumerebbe in poche parole la straordinarietà di questo evento?
Intanto dico che del Concilio è giusto parlare al presente, perché la sua attuazione è ancora in divenire. In questo senso l’aspetto cruciale continua a essere la sua capacità di parlare all’umanità intera. A differenza di tutti gli altri Concili che lo hanno preceduto, il Vaticano II non ha riguardato solo la Chiesa cattolica e i suoi problemi, ma ha avuto un respiro universale. Giovanni XXIII lo ha indetto non, come succedeva in precedenza, per condannare un’eresia o affermare una specifica verità di fede, né per contrapporsi a movimenti scismatici. Il Vaticano II è stato convocato per «ridire» e quasi «ridefinire» l’identità cristiana, in un contesto storico e culturale profondamente e velocemente mutato. Si può dire che Giovanni XXIII e i padri conciliari siano stati i primi a intuire i mutamenti epocali che erano in arrivo con la globalizzazione, e si sono posti alcune domande: come annunziare il Vangelo in una società multietnica, multiculturale e multireligiosa? Come dialogare con il mondo, condividendone le speranze e i problemi? Come presentare al mondo globalizzato la natura e la missione della Chiesa?
Mi colpirono queste parole nel discorso di apertura di Giovanni XXIII, quell’11 ottobre. Facendo riferimento alla dottrina cattolica disse: «È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo». Come dire che il Concilio è stato ed è rivolto tutto al mondo intero, tutto fatto per il mondo, per la missione della Chiesa all’interno del mondo intero.

Queste le premesse e le intenzioni di fondo. Quali sono state le attuazioni più importanti di questo spirito conciliare?
Sempre nel suo discorso di apertura, il Papa disse che la Chiesa doveva fare un «balzo in avanti» nel ricomprendere e annunciare la fede. 50 anni dopo penso che i «balzi in avanti» più importanti siano stati soprattutto tre.
Il primo è stato l’avere spostato l’accento dall’«ecclesiologia societaria» all’«ecclesiologia di comunione». Cosa significa questo? Che la Chiesa non si può più considerare, come avveniva prima del Concilio, una «società perfetta», un tempio chiuso, riservato ai fedeli cattolici, ma è una «comunità aperta»,  «popolo di Dio in cammino attraverso la storia». Il Concilio non nega che Gesù Cristo abbia voluto la Chiesa come un’istituzione visibile, ma - come spiega molto bene la Lumen Gentium - sottolinea che l’istituzione è subordinata al mistero di comunione degli uomini tra di loro e con Dio.
Il secondo «balzo in avanti» del Concilio è stato l’aver dato maggiore risalto alla dimensione storica della salvezza: Cristo è Dio fatto uomo che entra nella storia del mondo, la assume e la ricapitola in sé. L’incarnazione, quindi, si compie nella storia dell’umanità, attraverso tutte le epoche e le culture. Ecco perché la Chiesa, che continua l’incarnazione e la attua, s’incarna nella storia e cammina con il mondo, sentendosi «realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (Gaudium et Spes, n.1). Pertanto, la fedeltà nella trasmissione delle verità rivelate, che compongono il cosiddetto depositum fidei, non va intesa in forma statica, quasi si trattasse di conservare la verità in una sorta di scrigno sigillato, da trasmettere di generazione in generazione. La fedeltà va intesa in forma dinamica e può, anzi deve, tenere conto dell’evoluzione nella conoscenza delle verità rivelate, grazie al divenire delle situazioni storiche e culturali. La verità rivelata aiuta a meglio comprendere la storia, e la storia aiuta a meglio comprendere la verità rivelata.
Infine, il terzo «balzo in avanti» consiste nell’avere rivalutato l’autonomia, ma anche la complementarità, fra salvezza evangelica e promozione umana: pur essendo distinte, queste non sono estranee una all’altra, tra i due piani non vi è dicotomia o dualismo. Perciò il Concilio ha ripensato in modo nuovo il rapporto tra fede e storia, tra Chiesa e mondo.

Questi «balzi in avanti» proposti dal Concilio sono stati effettivamente compiuti oppure ci sono resistenze e ritardi?
La sensazione è che ci troviamo di fronte a un rinnovamento pastorale rimasto a metà. In questi decenni l’attenzione della Chiesa si è rivolta soprattutto ai suoi rapporti ad extra, con il mondo: alla nuova evangelizzazione, alle relazioni tra Chiesa e Stato, al dialogo interculturale e interreligioso, ai problemi etici posti dal progresso della tecnica e della medicina, ai problemi della giustizia, della pace, dello sviluppo e della fame. Molto più lento e incerto appare lo sforzo fatto per la riforma interna della Chiesa. Su questo punto, anzi, sembra addirittura prevalere oggi un clima di stallo, se non proprio di riflusso.

Perché avviene questo?
Il problema è che troppi, anche nella Chiesa, ragionano ancora con le categorie della vecchia «cristianità» e non si rassegnano al fatto che questa è finita da un pezzo. È tramontato il tempo in cui, soprattutto nei Paesi di antica evangelizzazione, la vita civile era scandita dalle festività religiose, le leggi erano sostanzialmente coerenti con la morale cristiana, la parrocchia era il luogo dove si vivevano gli appuntamenti decisivi della vita, dal battesimo al funerale. Tutto ciò è finito per sempre, sia sul piano storico, sia su quello teologico. Nell’epoca della globalizzazione e della secolarizzazione, il contesto socioculturale è divenuto ormai irreversibilmente pluriculturale, plurietnico e plurireligioso. Per agire da fermento spirituale, culturale e sociale, la Chiesa deve porsi in modo nuovo.

Ovvero?
Dando pieno compimento al Concilio. Ad esempio superando ogni forma di clericalismo. La gerarchia non è al di sopra, ma all’interno del popolo di Dio. L’autorità nella Chiesa non è burocrazia o amministrazione, ma è servizio e testimonianza. E i fedeli laici non sono né «preti mancati», né tantomeno cristiani di serie B, ma membri attivi del «popolo di Dio in cammino nella storia».
In generale, credo si imponga uno sforzo formativo straordinario, soprattutto sul piano della maturazione della fede. Solo da una fede matura può arrivare quella ripresa spirituale di cui la Chiesa ha bisogno per portare a termine il suo necessario rinnovamento interno. Non a caso, del resto, proprio questo tema - coltivare una fede adulta - è stato scelto come priorità da Benedetto XVI fin dall’inizio del pontificato e non è nemmeno casuale che il Papa abbia deciso di indire, proprio a partire da questo mese di ottobre, l’Anno della fede.

Pur rifuggendo da polemiche sterili e pettegolezzi giornalistici, non si può non riconoscere che questo cinquantesimo anniversario arriva in un momento difficile per la Chiesa…
Non è certo la prima volta che la Chiesa attraversa momenti delicati. Con il passare del tempo, polvere e sporcizia spesso si depositano anche sugli uomini e sulle istituzioni della Chiesa, la quale - sottolinea proprio il Concilio - cammina con il mondo, e dunque ne condivide anche le debolezze. Ogni volta che la Chiesa diventa ricca e potente, appesantita da onori e da privilegi, ogni volta che la diplomazia oscura la profezia, lo Spirito Santo interviene, la rinnova e la purifica. Ai nostri giorni, per riportare la Chiesa del terzo millennio alla purezza delle origini, lo Spirito Santo è intervenuto proprio con il dono del Concilio Vaticano II. Occorre non interrompere il cammino avviato cinquant’anni fa.

Sta dicendo che sarebbero maturi i tempi per un Concilio Vaticano III?
No. Molti problemi - è vero - sono nati dopo, e il Concilio Vaticano II non li ha potuti affrontare: penso, per esempio, ai gravi interrogativi morali sorti dall’applicazione delle nuove tecnologie alla medicina e alla vita umana. Tuttavia, per risolverli, non occorre convocare un nuovo Concilio. Basterebbe il coraggio di affrontarli con quello «spirito di collegialità» - o sinodalità -, sul quale tanto ha insistito il Concilio e che, dopo 50 anni, stenta ancora ad affermarsi nella Chiesa. Perciò, prima di pensare a un altro Concilio, diamoci da fare a realizzare il Vaticano II.
Popoli

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