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Contrordine in Tunisia, nella nuova Costituzione torna la parità dei sessi
26 settembre 2012
La Costituzione tunisina garantirà la piena uguaglianza tra uomo e donna. Lo ha sancito oggi la Commissione diritti e libertà dell’Assemblea costituente. È quindi fallito il tentativo di inserire nell’art. 27 della Carta fondamentale il principio che la donna è «complementare» all’uomo. Un termine che ha scatenato una feroce polemica nella società tunisina. Polemica sfociata ad agosto in manifestazioni nelle piazze delle principali città. Erano in molte donne a temere che dietro il termine «complementarietà» si nascondesse una sostanziale subordinazione della donna all’uomo e quindi un venire meno di quell’assoluta parità tra i sessi che la vecchia Costituzione del 1956 garantiva.

«In realtà - spiega Ouejdane Mejri, portavoce dell’Associazione Pontes dei tunisini in Italia -, l’articolo 27 era chiaro e affermava la parità dei diritti tra uomini e donne. Poi è stato aggiunta la frase che affermava il principio della complementarietà delle donne all’uomo in seno alla famiglia. Chi ha inserito questo principio? Non lo sappiamo. Quello che è certo è che la notizia che era stato introdotto il termine “complementarietà” è stata data prima che l’articolo fosse discusso in Commissione. Ma tanto è bastato a scaldare gli animi e ad accendere le proteste».

Di fronte al dibattito sempre più acceso, Ennahda, il partito islamico di governo, ha sostenuto a più riprese che il concetto di «complementarietà» andava interpretato non tanto come una subordinazione, ma come un partenariato tra uomo e donna. Una forma di collaborazione tra i sessi all’interno della società che non poteva prescindere dalla parità di diritti di uomo e donna.
 
«Il termine italiano “complementarietà” - osserva Nibras Breigheche, portavoce dell’Associazione donne musulmane d’Italia - si presta ad essere strumentalizzato in modo negativo. In arabo invece ha un significato positivo di sostegno reciproco. Si intende dire che l’uomo sostiene la donna e viceversa. Non esiste il concetto di subordinazione. Il Corano poi non parla neppure di “complementarietà”, ma di eguale dignità tra uomo e donna. Il fatto che i sessi abbiano pari diritti e doveri come cittadini è quindi un dato assodato sia in termini laici sia in campo religioso».

Il fatto che il dibattito si sia acceso in modo così forte nasconde il timore di una progressiva islamizzazione della Tunisia sotto la spinta di Ennahda. «In Tunisia  non c’è stata una svolta integralista - rassicura Nibras Breigheche -. Ennahda si ispira a principi democratici. Il leader del partito, Mohamed Ghannouchi, e gli altri dirigenti per decenni hanno subito la privazione dei diritti. Hanno provato sulla loro pelle, con anni di carcere e di esilio, cosa significa perdere la propria libertà. Il loro obiettivo è quindi quello di restituire ai cittadini di qualsiasi sesso, orientamento politico e fede religiosa i diritti e la libertà. Certo, lo fanno ispirandosi all’islam, che comunque è una religione che rispetta e promuove la democrazia».

«In Tunisia - conclude Ouejdane Mejri - non si sta assistendo a una involuzione autoritaria. Anzi, oggi chiunque può esprimere in piena libertà le proprie idee. Abbiamo assistito alla nascita di numerose formazioni politiche. E, anche partiti che sembravano monolitici, oggi sono attraversati da dibattiti articolati. Anche sul fronte dei diritti delle donne possiamo dire che non ci sono problemi. Oggi le donne tunisine sono tra le più libere del Nord Africa. Se pensiamo per esempio al divorzio, la legge garantisce loro tutele maggiori di quelle degli uomini. Con il paradosso che molti uomini divorziati hanno notevoli problemi economici perché hanno dovuto dare la casa all’ex moglie e devono pagarle gli alimenti e il sostegno ai figli. E spesso non riescono più a rifarsi una vita».
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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