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Cosa nasconde l’instabilità nella Repubblica centrafricana?
17 aprile 2013
A tre settimane dalla caduta del presidente François Bozizé, la Repubblica Centrafricana vive una situazione di estrema instabilità. Le testimonianze che giungono alla redazione di Popoli parlano di saccheggi quotidiani e di un progetto di progressiva islamizzazione del Paese. I responsabili di questa situazione caotica sono i ribelli della Seleka che, dopo un’offensiva di pochi giorni, si sono impossessati del Paese. A contrastarli non c’è più un esercito, che è stato sconfitto sul campo, né la gendarmeria, che si è sfaldata sotto i colpi dell’offensiva.

Il tracollo della Repubblica è iniziato il 17 marzo. Dopo due summit nei quali il presidente Bozizé e i ribelli, spinti dalla comunità internazionale avevano cercato di trovare un’intesa, la Seleka ha lanciato un’offensiva verso il Sud e, in particolare, verso la capitale. I ribelli erano scontenti, spiegano i missionari occidentali che lavorano nel Paese, delle continue promesse mancate del presidente e, in particolare, delle sue resistenze a una cooptazione dei ribelli al governo. Di fronte all’offensiva, Bozizé è fuggito e i ribelli si sono impadroniti della capitale. L’esercito centrafricano, mal preparato e senza motivazioni, non ha opposto alcuna resistenza. L’unico a difendere il presidente è stato il contingente sudafricano, da alcuni anni presente in Centrafrica per addestrare le truppe locali. Negli scontri, l’esercito di Pretoria ha perso 13 militari, anche si sospetta che le vittime sudafricane siano state in numero maggiore.

La caduta di Bangui ha dato il via a saccheggi su vasta scala. I capi ribelli non avevano soldi per pagare i miliziani e hanno quindi concesso loro (come facevano i comandanti mercenari europei nel Medio Evo) di mettere a ferro e fuoco le città. Ai miliziani si sono aggiunti delinquenti comuni che hanno approfittato della situazione di confusione per rapinare la popolazione. A farne le spese anche i religiosi. Nei giorni scorsi nella comunità dei gesuiti di Bangui è stato rubato un fuoristrada che veniva utilizzato dagli operatori del Jesuit Refugee Service.

La situazione non sembra destinata a migliorare. L’ex presidente Bozizé si è rifugiato in Camerun, ma probabilmente la sua destinazione finale sarà il Benin. Il comandante dei ribelli, Michel Djotoida, è stato nominato presidente della Repubblica dal Consiglio nazionale di transizione, l’organo che dovrebbe dirigere il Paese nei prossimi 18 mesi. Gli uffici della amministrazione pubblica sono stati distrutti e saccheggiati e da settimane sono chiusi. I dipendenti non percepiscono lo stipendio da mesi. Anche le banche hanno chiuso le agenzie e hanno portato i loro capitali all’estero nel timore che i nuovi «padroni» del Paese li requisissero.

Secondo i religiosi che Popoli.info ha interpellato, dietro questa ribellione si nascondono alcuni grandi interrogativi ai quali nessuno finora ha dato una risposta. Quali sono le vere intenzioni del neopresidente Djotoida? Djotoida ha lanciato questa offensiva solo per dare un maggior peso ai gruppi etnici del Nord nella gestione del Paese oppure persegue un progetto di progressiva islamizzazione della Repubblica centrafricana? Alcuni documenti scritti dallo stesso Djotoida lascerebbero intendere che esiste un progetto per fare del Paese una sorta di piattaforma di diffusione dell’islam in Africa. Non sarebbe quindi un caso che il Qatar, emirato che in questi ultimi anni si è distinto per aver finanziato i gruppi islamici fondamentalisti, abbia aperto un’ambasciata nell’Hotel Ledger Plaza, proprio dove alloggia il nuovo presidente.

A ciò si aggiungerebbe il fatto che, per la prima volta in decenni di sommosse e rivolte, i ribelli hanno attaccato le missioni cattoliche. Il vescovo di Bambari e i sacerdoti di Alindao sono stati malmenati e derubati. La ribellione rischia quindi di trasformarsi in uno scontro di carattere religioso?
Enrico Casale

© FCSF – Popoli