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David e Joséphine, le vittime di una guerra insensata
12 novembre 2013
Pubblichiamo la storia, raccolta da un missionario che da anni opera nella Repubblica centrafricana, di una famiglia vittima delle violenze dei miliziani di Seleka. È una vicenda che, meglio di molte analisi, traccia un quadro della situazione nel Paese.

Lui si chiamava David, lei Joséphine. Avevano quattro figli: Sidonie di 17 anni, Gloria di 8, Rock di 7 e Patricia di 8 mesi. Lui, di origine ciadiana, era venuto ad istallarsi, una quarantina di anni fa, à Kébé, vicino alla città di Bossangoa, nella Repubblica centrafricana. Con il suo lavoro, aveva creato una piccola azienda agricola, dove allevava buoi e capre, e coltivava qualche ettaro di manioca, fagioli, arachidi e mais. L’azienda funzionava bene, anche perché lui lavorava molto duramente.

Una sua sorella vive a Bangui. Non ha marito, ma ha una bambina Muriel. Ha preso con sé altri due bambini abbandonati dai genitori alla nascita, Thérèse e Moise. Suo fratello le mandava qualche sacco di fagioli e di manioca, che lei lavorava e vendeva sul mercato di Bangui. Con questo suo lavoro guadagnava il necessario per far vivere i suoi bambini e pagare i prodotti che il fratello le mandava.

Da un po’ di tempo, nella zona di Bossangoa, la popolazione della città e dei villaggi ha cominciato a rivoltarsi contro le esazioni degli uomini della Seleka e a costituire dei Comitati di autodifesa per proteggersi contro le loro scorrerie. Le autorità governative hanno insinuato l’idea che, dietro i comitati d’autodifesa, ci fossero degli uomini di Bozizé, sempre desideroso di nuocere al governo attuale e di fare di tutto, anche con le armi, per riprendersi la sua poltrona presidenziale. Si è parlato anche, e questo fin dall’inizio, di conflitto a colorazione religiosa, tra cristiani e musulmani. Dopo gli ultimi scontri a Bossangoa è circolata la notizia di imam uccisi con tutta la loro famiglia, appunto per vendicare l’uccisione dei cristiani da parte della Seleka.

Circa un mese fa, in alcuni villaggi della zona, la Seleka ha perduto, per opera dei Comitati di autodifesa, vari uomini. Si è parlato soprattutto del villaggio di Mbong, dove 27 uomini della Seleka sarebbero stati uccisi. La reazione è stata terribile. Militari in armi della Seleka sono giunti da Bangui e da altre zone del Paese. Villaggi sono stati saccheggiati e bruciati, molte persone sono state uccise, molte altre hanno dovuto cercare rifugio nella savana circostante. A Bossangoa molte famiglie hanno cercato rifugio presso la residenza del vescovo. La maggior parte dei mussulmani si sono riuniti in una scuola, ma alcuni sono andati loro pure al vescovado.

In questo contesto, si inserisce la storia di David, Joséphine e della loro famiglia . Il papà David si è opposto alla Seleka quando ha voluto portarsi via il suo bestiame. E stato ucciso davanti ai suoi, dopo essere stato obbligato a scavare la sua tomba. Quelli che l’hanno vista ci hanno detto che la sepoltura è stata molto sommaria, le sue braccia uscivano da terra… Sidonie, la ragazza di diciassette anni, è stata sequestrata da un «colonnello» della Seleka, che l’ha caricata sulla sua moto e ne ha fatto la sua schiava sessuale La moglie Joséphine e i tre altri figli sono fuggiti verso Bozoum. Un fratello del marito, che abita a Bouar è andato a cercare di ritrovare la mamma e i bambini. Li ha trovati e con loro si è avviato verso casa sua a Bouar. Ma lungo il cammino Joséphine, estenuata dal lungo digiuno e dalla lunga marcia e senz’altro anche dalla preoccupazione per la piccola Patricia, è crollata per terra ed è morta. Hanno dovuto seppellirla sul posto, senza cerimonie.

La bambina di otto mesi, essa pure molto sofferente, è stata condotta a Maigaro, e affidata a delle suore che hanno un centro medico, che l’hanno curata. Gli altri due bambini, Gloria e Rock, sono presso lo zio a Bouar. Per giorni Gloria ha rifiutato di mangiare e continuava a piangere. Rock continua a chiamare il papà.

Quanto a Sidonie, lo zio di Bouar ha saputo che era stata condotta nel villaggio di Beson. L’uomo che l’aveva rapita l’aveva messa in una casetta fuori dal villaggio e ne abusava. Un giorno l’ha anche ferita sulla spalla con il suo coltello perché aveva cercato di andarsene. È grazie all’astuzia e alla complicità di un giovane del villaggio che è stato possibile strapparla dalle mani del suo colonnello. La ragazza ha detto al militare che doveva andare al fiume ad attingere acqua. Là ha trovato il giovane del villaggio e insieme sono fuggiti verso Bouar. Ora Sidonie è al centro medico di Maigaro, presso le suore, che cercano di prodigarle le cure necessarie, fisiche e psicologiche. Ma bisognerà portarla presto più lontano perché Maigaro è ancora troppo vicino a Beson e anche i feriti della Seleka vengono a farsi curare in questo centro medico. Il giovane del villaggio, che ha aiutato Sidonie a fuggire, non è più tornato nel suo villaggio. Teme per la sua vita.

La storia di questa famiglia assomiglia a quella di tante altre famiglie centrafricane, in questo tempo in cui la Seleka fa il bello e il brutto tempo. Come questa storia lo mostra, intorno a tanta violenza, c’è anche tanta bontà e tanto coraggio. Quelli di Joséphine, che spende tutte le sue energie per salvare i figli. Quelli dello zio di Bouar che si è dato da fare per ritrovare i figli del fratello e portarli a casa sua. Quelli di Mariange, la sorella minore di David, che vive a Bangui e che è andata a Bouar per soccorrere i figli nel bisogno.

© FCSF – Popoli
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