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E dopo? I cattolici nell'Italia post-Berlusconi
8 novembre 2011

«I cattolici divorziano da Berlusconi»: così alcuni giornali sintetizzavano l’esito di un incontro tra associazioni e movimenti ecclesiali svoltosi a Todi il 16 ottobre. Verrebbe da dire che il matrimonio non si è mai consumato, quantomeno su alcuni temi e ideali che sono cari a Popoli. In un editoriale pubblicato alla vigilia delle elezioni del 2008 avevamo elencato cinque priorità per il nuovo governo, nella consapevolezza che il nostro Paese, pur in declino, conserva un ruolo economico e una collocazione geografica di rilevanza internazionale. Oggi, con un leader screditato a livello mondiale, un esecutivo traballante e un parlamento sempre più lontano dai cittadini, il bilancio su questi cinque punti è fallimentare.
1) Di fronte all’immigrazione si è cercato solo di sollevare paure e creare divisioni. La Corte di giustizia europea ha bocciato il reato di clandestinità. L’Onu ha definito illegali i respingimenti nel Mediterraneo che violano le convenzioni sulla protezione dei rifugiati. Si è preferito essere disumani in acque internazionali invece che efficienti e rigorosi sulla terraferma. I Cie - raccontati nell'ultimo numero della rivista - sono prigioni mascherate.
2) In politica estera le pericolose amicizie con Gheddafi, Mubarak e Ben Ali sono state spazzate via dalla primavera araba. I vantati buoni rapporti con qualche dittatore post-sovietico e africano celano interessi opachi e tradiscono la causa dei diritti umani. Nella guerra non dichiarata in Afghanistan le risorse sono andate sempre più in direzione dell’impegno militare e sempre meno verso il nation building.
3) Quanto al contributo allo sviluppo del Sud del mondo, i fondi della cooperazione italiana sono scesi a un misero 0,13% del Pil, contro lo 0,7% fissato dall’Ue. La lotta ai paradisi fiscali che danneggiano anche il Sud è poco credibile da parte di chi gli stessi paradisi ha usato (scandalo All Iberian, Isole Cayman) o «perdonato» (condoni e scudi fiscali).
4) Sul nostro modello di sviluppo, la crisi economica e finanziaria globale non sembra avere scalfito il dogma del consumo come unica via alla crescita, né si intravede un progetto lungimirante e innovativo che metta al centro l’economia sociale, le energie alternative, l’ambiente.
5) Ma è soprattutto sull’idea di politica come servizio al bene comune che il divario tra auspicio e realtà si è tramutato in abisso. La politica è oggi anzitutto strumento per favorire se stessi e i propri amici e per troppi anni è piaciuta l’idea che denaro, machismo, xenofobia e ottimismo a buon mercato fossero gli ingredienti giusti per la leadership, non importa se con imbarazzanti cortocircuiti tra etica pubblica e privata, tra family day e bunga bunga, battaglie per il crocifisso e barzellette con bestemmie.
Ci si interroga, anche nel mondo cattolico, sugli scenari del dopo Berlusconi. Ma ancora più vitale è chiedersi come superare quella cappa di individualismo, localismo e allergia alle regole che ha trovato nell’uomo di Arcore e nel «berluscoleghismo» una perfetta incarnazione, ma che certo non è nata con Berlusconi e non si dissolverà magicamente senza di lui. Che il ventennio perduto della Seconda Repubblica ci insegni almeno che il punto non è individuare nuovi condottieri cui affidare la tutela dei «valori non negoziabili». Poiché questi resteranno formule vuote, utili solo a legittimare giochi di potere, se non cominceremo insieme, credenti e non, un paziente lavoro culturale per coltivare il terreno su cui questi valori possono mettere radici.

 

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