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È morto Luis Ruiz, missionario dei poveri in Cina
28 luglio 2011
Fino agli ultimi giorni di vita padre Ruiz è stato una di quelle persone per cui vale davvero la frase: «mantiene uno spirito giovane». Anche quando l’età non gli consentiva di muoversi troppo da Macao, ha continuato a essere il punto di riferimento per migliaia di emarginati cinesi. Ancora nel 2003 lo si poteva incontrare a bordo del suo vecchio scooter per le scoscese e caotiche strade della città. Non è affatto strano che l’abbiano definito «l’angelo di Macao», lui che è sempre stato pronto a riconoscere i bisogni impellenti dei poveri e coinvolgere tutti coloro che incontrava nel servizio di aiuto ai diseredati.

Nelle oltre duecento strutture che ha fondato negli anni, sono assistiti oltre quattromila lebbrosi. A questi si aggiungono i ragazzi affetti da Hiv-Aids in due centri a loro dedicati.

Nato in Spagna, a Gijón, nel 1913, entrò nel noviziato a Salamanca nel 1930. Studiò in Belgio e a Cuba e nel 1941 fu destinato in Cina. Ordinato sacerdote nel 1945, dal 1948 al 1950 fu mandato nella missione di Anking che venne occupata dai comunisti nel 1951. Rimasto prigioniero, si ammalò di tifo e pochi mesi dopo fu espulso come tutti i religiosi.

Nella Macao dei portoghesi poté essere curato. Quindi ottenne dalle autorità una chiesa per i rifugiati cinesi. Iniziò subito a organizzare aiuti per coloro che arrivavano nella colonia e diede vita alla Caritas di Macao. Nel 1970 padre Ruiz organizzò una casa per anziane e due per anziani, oltre a un centro per malati psichici. Nel 1976 fu la volta dei rifugiati vietnamiti, a cui offrire aiuti alimentari. Nel 1985 tornò nella Cina comunista per aiutare le vittime di un terremoto e iniziò a lavorare per i lebbrosi nella provincia di Guangdong. Un lavoro instancabile che si è esteso in seguito ad altre province della Cina sudorientale. Alla soglia dei novant’anni si è ritirato dalla direzione della Caritas per dedicarsi solo alla cura dei lebbrosi in Cina.

A chi gli chiedeva che cosa gli consentisse una tale vivacità, rispondeva: «il desiderio di servire». La sua risata contagiosa è stata la manifestazione di una gioia ben più profonda, che nasceva dall’esperienza di portare un po’ di felicità nella vita di chi non ha alcun valore agli occhi di nessuno: rifugiati, lebbrosi, disabili, malati di Aids.

© FCSF – Popoli
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