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Egitto, al referendum vince la transizione «morbida»
22 marzo 2011
Nel referendum che si è tenuto il 19 marzo in Egitto, il 77,2% di chi si è recato alle urne (circa 14 milioni di persone su una popolazione di oltre 80) ha votato a favore delle modifiche costituzionali proposte. I principali cambiamenti riguardano l’introduzione del limite di due mandati presidenziali di quattro anni (a fronte dell’attuale mandato di sei rinnovabile imprecisate volte), la modifica dei criteri per l’eleggibilità e il mantenimento della Legge islamica (sharia) quale fonte principale della legislazione egiziana. Il referendum è stato organizzato dal Consiglio supremo delle Forze armate che ha assunto il potere dopo la caduta di Honsi Mubarak. Abbiamo chiesto a Massimo Campanini, professore di Storia dei Paesi islamici all’Orientale di Napoli, un commento su questa tornata elettorale (la prima dopo la rivolta di piazza Tahrir scoppiata a fine gennaio).

Quale significato ha la vittoria del sì nei referendum costituzionali?
A mio parere la vittoria dei sì ha due significati. Innanzi tutto conferma la presa delle forze armate sulla società egiziana. Il sì garantisce quella transizione «morbida» che lo Stato maggiore ha sempre cercato di affermare fin dall’inizio delle manifestazioni in piazza Taharir. Allo stesso tempo viene confermato l’interesse dei gruppi islamici (Fratelli musulmani in testa) a mantenere la clausola che garantisce la sharia islamica come fonte principale della legislazione egiziana (clausola inserita nel 1981 da Anwar Sadat e che ha caratterizzato fino a oggi la costituzione egiziana). Quindi c’è stata una sorta di convergenza di interessi tra le forze armate (con il loro desiderio di modifiche alle istituzioni che non fossero eccessivamente dirompenti) e i gruppi islamici (che chiedevano di avere una costituzione con una forte inclinazione islamista).

I Fratelli musulmani che escono dunque rafforzati da questa consultazione?
I Fratelli musulmani stanno avendo e avranno in futuro l’opportunità concreta di partecipare attivamente alla politica attiva dello Stato e, forse, a un governo di unità nazionale dopo le elezioni politiche previste per giugno. Quindi avranno quella opportunità di legittimazione all’interno del quadro politico egiziano che finora era stata loro negata. I Fratelli musulmani però non vogliono forzare la mano e vogliono mantenere una posizione defilata. Al momento una costituzione che mantiene la sharia come fonte principale della legislazione egiziana risponde appieno al loro progetto di un’islamizzazione dal basso che parta da una trasformazione della società egiziana dal punto di vista assiologico e dell’organizzazione sociale, accettando contemporaneamente, dal punto di vista delle procedure, le regole della democrazia.

Quale evoluzione conoscerà nel prossimo futuro la situazione politica egiziana? I militari faranno un passo indietro lasciando il potere a governi civili? O manterranno un forte controllo sulla società e sulla politica egiziane?
Da Nasser a Mubarak, le forze armate hanno sempre avuto un ruolo importante nell’evoluzione del sistema politico e sociale egiziano. È vero che negli ultimi anni avevano perso un po’ di influenza in campo politico, ma è anche vero che il loro ruolo in campo economico non è mai venuto meno, anzi, nel tempo, è diventato sempre maggiore. Detto questo credo che le scelte effettuate dallo Stato maggiore in queste settimane siano state dettate dalla volontà di controllare in modo discreto la situazione in modo da garantire gli interessi economici e imprenditoriali delle Forze armate.
Quindi secondo me nei prossimi mesi si ritireranno nelle caserme e favoriranno l’avvento di un governo civile. La loro attenzione sulla società egiziana sarà però sempre elevata e, in ogni caso, faranno di tutto affinché i loro interessi economici non vengano minacciati. Avranno un ruolo abbastanza simile a quello dei generali turchi. Anche se non credo che in Egitto i militari interverranno con colpi di Stato per cambiare la fisionomia istituzionale. Se avessero voluto fare un golpe lo avrebbero già fatto. Ne avevano i mezzi e tutte le possibilità. Però non hanno voluto farlo e credo che manterranno la promessa di indire elezioni politiche a giugno e quelle presidenziali a settembre. Il fatto di rientrare nelle caserme non significa però, lo ribadisco, che le forze armate rinuncino a un controllo sulla politica egiziana. Sarà un ruolo esercitato in modo discreto lasciando sul palcoscenico della politica un governo civile.
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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