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Elisa, Daniele e "una Chiesa che sa perdere tempo"
15 ottobre 2013

Per quanto tempo e dove siete stati in missione e quando siete rientrati in Italia?
Siamo stati in Bolivia (Cochabamba) 3 anni e mezzo con un invio come fidei donum da parte della diocesi di Bergamo. Partiti a gennaio 2010 siamo recentemente (giugno 2013) rientrati in Italia.

Quali attività svolgevate?
Da parte della diocesi di Bergamo avevamo l'incarico di gestire la "casa-base" dei missionari bergamaschi in Bolivia: presenza, accoglienza, accompagnamento delle persone che fanno un periodo breve in terra di missione, accoglienza dei missionari residenti che hanno bisogno di un punto in città, gestione logistica delle riunioni semestrali di tutto il gruppo.
Accanto a questa attività ci siamo occupati di progetti in ambito pastorale e della promozione umana.
Elisa: attività con il gruppo di Caritas parrocchiale visitando e accompagnando soprattutto famiglie con disagi nell'area salute e disabilità. Collaborazione con due centri per bambini o ragazzi disabili, sia per l'aspetto formativo sia per l'aspetto fisioterapico. Sviluppo di un nuovo progetto di riabilitazione su base comunitaria con la Caritas diocesana.
Daniele: Collaborazione con la Pastorale Penitenziaria garantendo presenza e accompagnamento nei progetti di terapia occipazionale nelle carceri cittadine. Collaborazione con un progetto produttivo della Chiesa di Cochabamba per il reinserimento lavorativo delle persone in desventaje social. Sostegno alla nascente associazione di donatori di sangue di Cochabamba.
Insieme: Avvio /gestione di un laboratorio di produzione di sedie a rotelle su misura con materiali "poveri", unico progetto in Bolivia. Attività di pastorale giovanile e familiare con i gruppi parrocchiali.

Con quali motivazioni principali è maturata la scelta di partire?
Per rispondere rimandiamo al primo post del blog che ci ha accompagnati in questa esperienza.

A quale realtà ecclesiale, associazione, movimento vi siete appoggiati, prima e durante l'esperienza?
Il nostro interesse per l'area mondialità e più nello specifico per l'attività missionaria nasce in Oratorio prima, cresce nell'associazione culturale "KemKogi- CuoreUnico onlus", si approfondisce con l'aiuto tecnico dell'ong Celim Bergamo per poi concretizzarsi come invio come fidei donum con la Diocesi di Bergamo. Come si evince non abbiamo mai fatto riferimento a movimenti o gruppi ecclesiali particolari, il nostro cammino di fede e di servizio ha sempre trovato 'casa' nella Chiesa diocesana.

Come descrivereste lo specifico dell'essere "famiglia in missione"? Quali cioè le principali differenze da un lato rispetto ai missionari consacrati, dall'altro rispetto ai cooperanti laici?
Partiamo dalla seconda questione, cioè la differenza dai cooperanti laici: la risposta ci viene abbastanza facile visto che ci abbiamo riflettuto spesso. In origine infatti saremmo dovuti partire con una ong poi la storia ha voluto che ci fosse rivolto un invito dal Centro missionario e così la nostra prospettiva è cambiata. Cosa significa? Cosa cambia nella pratica? Cambia che c'è un invio, il mio lavoro non è a titolo personale, non è solo la mia coscienza che mi muove ma c'è una Chiesa che mi invia a suo nome.. vado non a svolgere un progetto ma la mia presenza ha il sapore della condivisione nella fede.
Nel quotidiano questo significa che più che le opere che costruisco quel che conta è lo stile con cui condivido il tempo che mi è dato in terra di missione, le opere hanno valore solo se in esse riesco a far trasparire il volto di quel Dio che si fa compagno di strada.
Per quanto riguarda la specificità della famiglia rispetto ai consacrati crediamo che vada nel segno della testimonianza che una vita cristiana è per tutti. La partenza di una famiglia è spesso segno per la comunità che invia che non è necessario essere 'eroi' per fare scelte evangeliche, anche nell'ordinarietà di una vita familiare c'è posto per passi concreti; è inoltre segno per la comunità che riceve che chi arriva a condividere la strada non è un 'professionista del vangelo' ma persone che cercano di vivere la concretezza della fratellanza. Questa prospettiva familiare apre quindi spazi di evangelizzazione indiretta, attraverso il lavoro, la presenza che peraltro si concretizza anche nello specifico del laicato missionario che è in primis la promozione umana.
A nostro giudizio c'è poi un vantaggio ad essere famiglia, questo fatto 'ontologico' di essere più di uno conferisce stabilità, permette di avere sempre un centro di gravità non sbilanciato verso ciò che si fa ma su ciò che si è, e questo permette di riassorbire e rielaborare diversamente il gap culturale a cui si va incontro o le difficoltà (inevitabili) di un progetto, un lusso in terra di missione dove spesso il sentirsi 'straniero' e 'inviato' in contesti difficili, 'questionanti', mette a dura prova.
Per una famiglia ci sono poi meraviglie che la missione regala: spazi educativi e di riflessione, tempi, unità di vita. Le abbiamo raccontate in alcuni post: Sabbia e conchiglie, Sobrietà felice in salsa Restelli...

Quale legame avete mantenuto con la missione in cui eravate?
Siamo appena rientrati, come dicevamo, e in questo periodo abbiamo cercato di 'mantenere le distanze'. Dopo 3 anni, relazioni costruite, progetti che a volte ti fanno preoccupare come fossero figli, il legame affettivo con le persone incontrate, con i compagni di strada e lavoro, finanche con i luoghi è così forte che per poter rimettersi in marcia dall'altra parte del mondo ci è sembrato opportuno fare uno spazio di silenzio per noi e per chi ha preso il nostro posto. Sappiamo che i progetti non sono 'nostri' ma della Chiesa in cui abbiamo operato, la missione non è nostra, la Vigna è del Padrone. Certo continuiamo a sentirci responsabili di alcune opere che abbiamo visto crescere e quindi con settembre sarà nostra premura, attraverso attività culturali e di raccolta fondi, mantenere vivo il legame non solo affettivo ma anche pratico con le realtà in cui abbiamo operato in Bolivia.

Come è stato il rientro dal punto di vista lavorativo, relazionale, della vita quotidiana? Vi siete sentiti supportati dalla realtà ecclesiale che vi aveva "inviato"?
Il nostro rientro possiamo classificarlo sotto il segno +. Positivo per quanto riguarda la comunità di amici che ci riaccoglie e seppur con la difficoltà del tempo estivo cerca di far tesoro della nostra esperienza. Il tempo estivo un po' è un impedimento all'incontro formale, le attività in parrocchia sono rallentate ma questo è per noi un vantaggio, ci stiamo regalando qualche mese per rielaborare prima di raccontare. Il tempo estivo inoltre permette una "chiacchiera" a tu per tu, più lenta, è difficile raccontare qualcosa di importante nel tempo di un caffè e così riusciamo a dire qualcosa solo nei tempi dilatati di un pomeriggio regalato. Anche per i bambini il rientro estivo ha caratterizzato in modo soft un cambio che in realtà è molto forte e duro da 'digerire'. Per tutti noi a settembre sarà difficile rientrare nei ritmi scolastici, lavorativi, relazionali serrati che fanno parte del mondo occidentale.
Positivo anche per quanto riguarda la Chiesa di Bergamo che ci aveva inviato e che abbiamo trovato veramente attenta nell'accoglienza, nel cercare forme per valorizzare l'esperienza fatta e rilanciare futuri impegni e collaborazioni; segno di una chiesa veramente missionaria ovvero che è attenta nell?ordinario alla dimensione dell'apertura.

Come riuscite a essere una "famiglia missionaria" anche in Italia? Non vi viene mai voglia di ripartire?
Certo a volte la voglia di ripartire c'é; il nostro rientro dopo solo tre anni è legato soprattutto a motivi anagrafici: i figli iniziano ad essere in età scolare e abbiamo scelto di non 'pasticciare' il loro percorso scolare: qualche anno in più ci sarebbe piaciuto farlo anche se fin dall'inizio avevamo chiaro che la nostra esperienza in missione era 'a tempo'; ci piaceva pensarla fin dall'inizio come un esperienza di servizio e un modo per educare la nostra famiglia nella prospettiva però del fidei donum e cioè di ponte fra due Chiese e questo prevede un andare ma anche un tornare altrimenti non si è ponte!
A prescindere da questo, come stile familiare abbiamo scelto quello di cercare di vivere bene nella situazione e nel luogo in cui in quel momento ci è dato di vivere, questo è anche il modo in cui cerchiamo di essere famiglia missionaria. In questo momento per noi essere famiglia missionaria significa, certo provare a mantenere vivo il legame e l'attenzione con la missione, ma soprattutto provare a vivere la quotidianità, a volte frenetica e 'desesperante' di qui, con in testa il Vangelo e quelle belle intuizioni che abbiamo colto e coltivato in terra di missione. Fare tesoro di quel sentimento di ingiustizia che la forbice economica ci ha provocato, senza trasformarlo in rabbia e rifiuto come ci accadde a 20 anni, di rientro dall'Ecuador, ma lavorando su quel sentimento per guidare le scelte economiche e di consumo della nostra famiglia. Far tesoro del modo di gestire il tempo e le relazioni che abbiamo un poco assorbito in Bolivia per cercare di vivere meglio il nostro tempo; far tesoro di quell'unità di vita che la missione ti regala e cercare di custodirla anche in Italia con scelte lavorative forse non vincenti dal punto di vista economico ma speriamo e crediamo sì da quello familiare. Mantenere vivo il nostro impegno sociale e politico certi che anche attarverso questo possiamo lavorare per sentirci 'costruttori del Regno'; ecco queste sono alcune cose che ci fanno a volte essere punto di rottura con un modo di vivere omologato, 'tarli' che ci obbligano a riflettere e che quindi ci stanno permettendo di sentirci ancora famiglia missionaria.

Dopo alcuni anni di assenza, quale Chiesa avete ritrovato in Italia? Con quali problemi e quali ricchezze?
La risposta è difficile: a tre mesi dal rientro ci pare di non poter esprimere giudizi. Possiamo abbozzare una riflessione che non è nuova, legata al rientro, ma che è stata coltivata in questi 3 anni, quasi ancora una riflessione legata al viaggio in andata e non in ritorno e che questi pochi mesi e pochi incontri ci pare confermare, una riflessione certo legata al nostro vissuto personale e non generalizzabile. Qui in Italia abbiamo vissuto una vita di Chiesa più 'colta', una fede più 'istruita' ma forse con meno 'cuore'. In Bolivia abbiamo visto una fede più popolare ma sicuramente con piú impatto sulla vita delle persone.
Inoltre ci pare di aver colto un'altra differenza: qui la Chiesa si occupa certo dell'uomo e delle sue necessità da un punto di vista istituzionale: servizi, centri di ascolto, ma l'incontro, la relazione di fraternità si dà molto meno nella dimensione libera, dello stare cosa che invece in Bolivia è immediata. Esempio: magari l'incontro con le giovani famiglie è poca cosa dal punto di vista contenutistico ma la relazione tra le famiglie e delle famiglie col sacerdote è sicuramente curata, forse anche noi dovremmo iniziare a curare questa dimensione, quella dell'incontro semplice, senza obiettivi, una Chiesa che sappia “perder tempo” con le persone.

© FCSF – Popoli