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Enel-indios, alta tensione in Guatemala
25 marzo 2011

Negli ultimi mesi nella regione del Quichè, in Guatemala, si è inasprito un contenzioso tra l’Enel, appoggiata dal governo del Paese, e le popolazioni indigene locali, che si oppongono alla costruzione di una centrale idroelettrica nei loro territori. Nelle ultime settimane la situazione è degenerata, al punto che il 18 marzo il Consejo de juventudes maya, garifuna y xinca de Guatemala ha emesso un duro comunicato stampa denunciando lo schieramento dell’esercito allo scopo di intimidire la popolazione.

La questione pare piuttosto complessa: nel 2010 il gruppo Enel Green Power, in collaborazione con Simest (una finanziaria pubblico-privata che si occupa di promuovere le aziende italiane all’estero) ha annunciato l’avviamento della costruzione di un impianto idroelettrico a Palo Viejo (clicca qui per leggere il comunicato stampa del gruppo); un investimento di 185 milioni di euro, co-finanziato dalla Banca mondiale nell’ambito del progetto Prototype Carbon Found per la diffusione delle energie rinnovabili. Enel ha raggiunto un accordo con il proprietario del terreno su cui dovrebbe sorgere la centrale e con il governo guatemalteco, promettendo la costruzione di una strada asfaltata attraverso la regione e la creazione di 300 posti di lavoro in tre anni.

Le popolazioni della regione però accusano Enel di aver agito ignorando la convenzione 169 dell’Organizzazione mondiale del lavoro, secondo cui prima di avviare un’attività con impatto ambientale in una zona in cui abitano popolazioni indigene è necessario accordarsi con i rappresentanti di quest’ultime. Inoltre il latifondista proprietario della Finca di San Francisco (cui apparteneva il territorio acquistato dall’Enel) è accusato di essersi appropriato in maniera illegale di quell’area, da secoli abitata dagli indigeni, approfittando della situazione d’instabilità del Paese durante la guerra civile, terminata nel 1996. Anche la prospettiva di nuovi posti di lavoro non è considerata sufficiente, poiché ritenuta inadeguata a compensare il danno che causerebbe la creazione del bacino idrico artificiale ai terreni coltivati e all’ecosistema: l’83% dei circa 20mila abitanti della regione (per la maggior parte di etnia Maya Ixil) è sotto la soglia di povertà e sopravvive grazie all’agricoltura di sussistenza.

Un’analoga prevaricazione dei diritti degli indios è stata denunciata anche da monsignor Alvaro Ramazzini, che da anni difende gli indigeni guatemaltechi della regione di San Marcos nella battaglia che li vede contrapposti alla compagnia spagnola Unión Fenosa, che ha fissato prezzi iniqui per la distribuzione dell’energia agli abitanti delle comunità rurali; inoltre la società è accusata di essere il mandante dell’omicidio di tre leader della protesta popolare.
In una recente intervista rilasciata al blog Orizzonte Guatemala, Ramazzini ha anche puntato il dito contro il governo, che oltre a rifiutare sistematicamente di ricevere delegazioni delle comunità indigene, nel 2010 ha firmato una «Legge d’iniziativa privata e dello sviluppo economico» che lascia grandissime libertà alle imprese private.

Nel frattempo è stato inviato a Palo Viejo un distaccamento militare, ufficialmente col pretesto di cercare l’ex sindaco di Cotzal (una cittadina della regione), Pérez Chen, latitante dal 2009. Si giungerà a un accordo oppure, come spesso è accaduto nella storia del Guatemala, sarà la via della violenza a prevalere?

Michele Ambrosini


© FCSF – Popoli