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Etiopia, Meles mette il bavaglio alla stampa
14 novembre 2011
La primavera araba non è piaciuta (e non piace) al leader etiope Meles Zenawi. «L’uomo forte di Addis Abeba» (un eufemismo che nasconde la realtà di un dittatore che da 20 anni governa con pugno di ferro), temendo una rivolta in Etiopia, ha deciso da alcuni mesi di dar vita a una dura repressione di ogni forma di dissenso. A farne le spese sono soprattutto i giornalisti. Fino a questo momento ne sono stati incarcerati otto. E venerdì 11 novembre un giudice dell’Alta corte federale di Addis Abeba ha incriminato sei giornalisti di reati legati al terrorismo. L’unico dei sei attualmente in carcere è Eskinder Nega, blogger di un sito web sostenuto dalla diaspora etiope negli Usa. Gli altri sono riusciti a lasciare il Paese prima di essere arrestati. Si tratta di Mesfin Negash e Abiye Teklemariam, redattori di Addis Neger Online; Abebe Gellaw, redattore di Addis Voice; Abebe Belew, redattore della radio Addis Dimts; Fasil Yenealem redattore della radio Esat, e accusato di sostenere Ginbot 7, un movimento di opposizione messo al bando dalla legge antiterrorismo del 2009.

In un’intervista all’agenzia di stampa France Press, il portavoce governativo Shimelis Kemal ha accusato i giornalisti di «favorire, aiutare e supportare gruppi terroristici». Kemal li ha anche accusati di essere parte di un tentativo di golpe organizzato dall’Eritrea ai danni dell’Etiopia. «Essi - ha detto - hanno ricevuto armi ed esplosivi da utilizzare in atti terroristici nel nostro Paese». A leggere le storie personali dei giornalisti etiopi in carcere o costretti all’esilio emerge però una realtà diversa.

«Reeyot Alemo, per esempio, è un’opinionista molto critica verso l’esecutivo - spiega Mohamed Keita, coordinatore per l’Africa dell’attività di advocacy dell’associazione Commitee to protect journalists -. Ha scritto un articolo in cui accostava Meles a Gheddafi, sostenendo che utilizzavano gli stessi metodi di repressione del dissenso. Se questo non fosse bastato ad attirare le attenzioni delle autorità, ne ha pubblicato un altro sul sistema di finanziamento poco trasparente della Diga del millennio, il grande sbarramento in fase di costruzione sul Nilo Blu. La polizia l’ha arrestata e di lei non si è più saputo nulla».

Non si sa più nulla neanche di Eskinder Nega. Attivista per i diritti civili, blogger, è stato arrestato fuori da un Internet Cafè e accusato per gli articoli comparsi sul web che accostavano la rivoluzione egiziana alle proteste a favore della democrazia che si sono tenute nel 2005 in Etiopia e che sono state brutalmente represse dal regime. Per far conoscere la sua storia, alcuni giornalisti occidentali hanno creato un sito: www.freeeskindernega.com. Attraverso esso è possibile firmare una petizione per chiederne la liberazione.

In quali condizioni sono detenuti i giornalisti? Nessuno lo sa con certezza perché dai penitenziari non trapelano notizie. Si teme però che vengano torturati. «Al momento - osserva Ben Rawlence, operatore di Human Rights Watch -, non sappiamo se sono stati o meno torturati. L’unica cosa certa è che sono detenuti nella prigione di Maekelawi ad Addis Abeba. Un penitenziario nel quale, in passato, si è spesso fatto ricorso alle torture». Di fronte a questa situazione, la mobilitazione internazionale è pressoché nulla. In passato c’è stato un monitoraggio dei processi che riguardavano i giornalisti stranieri, ma nulla è stato fatto per gli etiopi. «Alcuni Paesi che hanno relazioni con Addis Abeba - conclude Ben Rawlence - potrebbero fare pressioni affinché l’Etiopia rilasci i giornalisti e riveda la sua legislazione sul terrorismo (le cui norme prevedono la possibilità di arresti sommari). Di fronte ad alcune richieste, l’Etiopia non ha quasi mai risposto e, quelle poche volte che lo ha fatto, è stato solo per ribadire che è difficile se non impossibile modificare la normativa antiterrorismo».
Enrico Casale

© FCSF – Popoli