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Etiopia, è morto Meles, il dittatore amico dell'Occidente
21 agosto 2012
A causa di una misteriosa infezione, questa notte è morto in Belgio Meles Zenawi, il premier etiope. Numero uno del Fronte popolare rivoluzionario democratico etiopico, aveva 57 anni ed era al vertci del Paese dal 1991 quando era riuscito ad abbattere il regime del «negus rosso» Menghistu Hailè Mariam. Malgrado le moltissime denunce delle organizzazioni internazionali per le violazioni dei diritti umani, Meles è sempre stato considerato un alleato affidabile dell'Occidente e degli Stati Uniti. Riproponiamo un articolo, pubblicato sul nostro sito il 23 luglio scorso, che ricostruisce le vite parallele di Meles e Isayas Afeworki, il presidente eritreo, un tempo amici e alleati e poi, dalla fine degli anni Novanta, acerrimi nemici.

Da anni, sia nel Corno d’Africa sia nella diaspora, circola la storia che Meles Zenawi, il premier etiope, e Isayas Afeworki, il presidente eritreo, siano lontani parenti. Qualcuno sostiene che siano addirittura cugini. Loro hanno sempre smentito. Quel che è certo è che le loro storie sono strettamente intrecciate e loro vite hanno percorso parabole simili fin dalle origini.

Iasyas Afeworki è il rampollo di una famiglia nobile eritrea. Il nonno è il deggiasmac Solomon, l’amministratore della provincia di Uollo durante il regno del negus Hailè Selassie. Il padre è un eritreo di Tselot, nella provincia dell’Hamasine, la mamma è nata ad Adi Quala, un piccolo villaggio ai confini tra Eritrea ed Etiopia. Le origini di Meles sono simili. Nasce ad Adua, figlio di un etiope di etnia tigrina e di una donna eritrea che, come la mamma di Isayas, proviene ad Adi Quala. L’ambiente e la cultura in cui nascono e crescono sono quindi gli stessi. Simili sono anche il percorso scolastico e la passione politica. Entrambi si diplomano ed entrambi lasciano gli studi universitari per abbracciare la lotta clandestina.

Negli anni Sessanta, Isayas inizia a combattere contro le forze armate del negus e poi, caduto Hailè Selassie, continua la guerriglia contro l’esercito di Menghistu Hailè Mariam, il dittatore comunista sostenuto da Unione Sovietica e Cuba. L’obiettivo suo e dei suoi compagni è l’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia.
Meles, che è più giovane di 10 anni rispetto a Isayas, scende in campo negli anni Settanta. Anche lui imbraccia le armi contro il «negus rosso» Menghistu. Il suo movimento vuole mettere fine a un regime sanguinario, colpevole di violenze inaudite e di politiche economiche disastrose che causano carestie bibliche.

I due «cugini» si ritrovano quindi a combattere lo stesso nemico (Menghistu), sullo stesso terreno (la vasta area di confine tra Etiopia ed Eritrea). Ne nasce un’amicizia fraterna e un’alleanza solidissima, fondata anche sull’appartenenza allo stesso gruppo etnico (i tigrini). È grazie all’aiuto di Meles che, nel 1981, Isayas riesce a eliminare gli alleati scomodi del Fronte di liberazione eritreo. Ed è con il supporto tecnico e logistico di Isayas che Meles, nel 1991, riesce a marciare su Addis Abeba e a cacciare l’odiato Menghistu. La lotta che li ha accomunati li terrà uniti ancora per poco.

Nel 1993 l’Eritrea ottiene l’indipendenza. In molti, europei e africani, sperano che l’amicizia fra i due leader possa portare a una collaborazione fra i Paesi e a una crescita delle rispettive economie, distrutte da anni di guerra civile. Ma nessuno fa i calcoli con le ambizioni e la ferocia dei due ex capi ribelli. Per anni Isayas promette agli eritrei una Costituzione, libere elezioni, multipartitismo: le promesse rimangono però sulla carta. Il leader carismatico si trasforma progressivamente in un dittatore spietato. Reprime l’opposizione, aizza le etnie una contro l’altra, militarizza l’Eritrea, obbligando i giovani ad arruolarsi a 17 anni.

Meles è meno brutale nella forma. Lascia che in Etiopia si crei una parvenza di democrazia, con un’opposizione (controllata e repressa), una stampa formalmente libera (ma in realtà asservita al regime con molti i giornalisti condannati ad anni di carcere per aver criticato il governo), buoni rapporti con le potenze occidentali (soprattutto gli Stati Uniti). Ma anche i dittatori devono trovare una ragione plausibile per negare le libertà dei loro cittadini. Quale migliore scusa di una minaccia esterna per giustificare il potere assoluto interno? La sovranità su uno sperduto villaggio del bassopiano diventa così un facile pretesto per scatenare la guerra. In due anni di scontri (1998-2000) moriranno più di 200mila uomini. Ma anche la firma del trattato di Algeri non riporterà la pace. Ai due dittatori poco importa. Negli anni continuano ad alimentare la tensione per giustificare la stretta antidemocratica. Anzi, non paghi, scatenano altre guerre. L’Eritrea si impegna sui fronti di Sudan, Somalia e Gibuti. L’Etiopia si lancia in due campagne militari in Somalia.

Nemici sulla carta, ma quanto mai uniti in una sorta di «alleanza del terrore». Entrambi però potrebbero avere imboccato l’ultimo tratto di strada della loro vita. E, anche questa volta, insieme.
Il 28 marzo Isayas è scomparso. Per più di un mese non si è saputo niente di lui. Gran bevitore, si sa che è affetto da una grave cirrosi epatica. Indiscrezioni vogliono che si sia rifugiato in uno dei Paesi del Golfo per seguire terapie e forse addirittura un trapianto di fegato. È riapparso il 27 aprile nel corso di una trasmissione in cui era seduto e impacciato nel parlare. Su Meles, invece, da mesi si rincorrono voci che sia in cura in Belgio per una forma particolarmente aggressiva di leucemia. Il governo di Addis Abeba smentisce, sostenendo che il premier «gode di ottima salute». Ma, intanto, in questi giorni si è ritirato dalla vita pubblica per un «breve congedo di riposo». La loro scomparsa o il loro ritiro definitivo aprirebbero una successione difficile in entrambi i casi. La vicina Somalia insegna quale caos può crearsi alla morte di un dittatore.
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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