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Expo, ultima chiamata
4/2/2014

L’esposizione milanese dovrà essere molto più di una fiera globale. È un ultimo appello per l’umanità: vogliamo davvero costruire un mondo senza fame? Ne parla Stefano Femminis nell'editoriale del numero di febbraio, in questi giorni in distribuzione agli abbonati, in libreria e scaricabile su tablet.

Poco più di un anno, meno di 500 giorni
. Non è lontano, ormai, l’appuntamento con l’Expo di Milano (inizierà il 1° maggio 2015, terminando sei mesi dopo), un evento che intende guardare ben oltre l’orizzonte lombardo o italiano. È vero, per colpa della tendenza - ormai cronica nel nostro Paese - a concentrarsi sul proprio ombelico, in questi anni di avvicinamento il dibattito si è focalizzato perlopiù su questioni non certo di respiro universale: la scelta del luogo in cui realizzare l’esposizione, la definizione della governance dell’evento, l’individuazione delle infrastrutture necessarie, il reperimento dei finanziamenti, ecc.

Ma se nel 2008 Milano ottenne l’assegnazione, molto merito va proprio all’orizzonte globale del progetto, alla scelta di un tema capace di parlare all’intera umanità: il cibo, il modo di produrlo e distribuirlo, le sue dimensioni economiche e tecnologiche, ma anche quelle culturali ed etiche. Un tema trasversale, multidisciplinare, con al cuore una sfida precisa: nutrire il pianeta (come chiede il titolo stesso dell’esposizione), sapendo che la fame nel mondo non è certamente un problema di quantità complessiva di cibo.

Le statistiche Fao dimostrano che dagli anni Ottanta a oggi è aumentata la quota di cibo pro capite nel mondo. Il problema è nella distribuzione e nell’accesso: a molti il cibo non arriva o non possono acquistarlo; altri (una minoranza) ne hanno in abbondanza, tanto da sprecarlo.

L’Expo - a cui sono al momento iscritti 142 Paesi, che raccolgono l’88% della popolazione mondiale - sarà allora un’occasione irripetibile, una sorta di ultimo appello per l’umanità: vogliamo davvero costruire un mondo senza fame? Come intendiamo farlo? In questo senso anche la Chiesa potrà dare un contributo determinante: non già offrendo risposte preconfezionate, ma indicando la direzione verso cui andare, presentando le proprie buone pratiche, creando le condizioni per un dialogo costruttivo tra i vari attori in gioco: governi, organismi internazionali, imprese, Ong.

Un piccolo, ma paradigmatico esempio viene dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e dal suo presidente, il cardinale Peter Appiah Turkson. Invitato negli Stati Uniti a partecipare a due eventi in qualche modo contrapposti - poiché promossi da un’organizzazione apertamente contraria agli Ogm e da una apertamente favorevole -, ha rivolto ai due diversi uditori un discorso molto simile (i testi sono disponibili, in inglese, sul sito del Consiglio): non ha cercato il facile applauso, non ha dato benedizioni, né lanciato anatemi, ma ha offerto una serie di criteri etici per arrivare a un corretto discernimento e a un’azione conseguente. Ha offerto in sostanza un percorso per raggiungere l’obiettivo ultimo: la difesa e la valorizzazione della persona e del bene comune. «Si tratta di salvare l’uomo, si tratta di edificare l’umana società»: lo proclamava la Gaudium et Spes (n. 3) e lo ricorda spesso - parlando di «nuovo umanesimo» - anche l’arcivescovo della stessa Milano, il cardinale Angelo Scola.

Ditelo, diciamolo, a chi è ancora convinto che l’Expo sarà una questione di padiglioni, alberghi e flussi turistici.

Stefano Femminis
@stefanofemminis
Direttore di Popoli

© FCSF – Popoli