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F35, un'altra bocciatura dal Pentagono
14 marzo 2013
Per l’F35 arriva un’altra stroncatura. Dopo il primo allarme lanciato dal Pentagono a gennaio, secondo il quale il velivolo sarebbe troppo vulnerabile ai fulmini, ora il Dipartimento della Difesa statunitense è tornando all’attacco sostenendo che l’aereo non sarebbe tra «i migliori caccia possibili» (come l’ha definito la casa costruttrice Loockheed Martin). Secondo un rapporto dei generali Usa, l’F35 avrebbe una pessima visibilità posteriore tale che, in un duello aereo con i vecchi F15, F16, F18 (ma anche con i russi Sukhoi 30 e i cinesi J-10), il pericolo di venire abbattuto sarebbe alto. Ma non è finita: i difetti sembrano estendersi anche al display del casco di volo (ipertecnologico) e al radar (che sarebbe incapace di inquadrare gli obiettivi e, a volte, si spegnerebbe). Per il progetto F35, al quale aderisce anche il nostro Paese, è un duro colpo, anche se forse non in grado di portare alla sua soppressione. Popoli.info ne ha parlato con Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione obiettori non violenti o membro della Rete disarmo.

Quali sono i principali problemi che affliggono il progetto dell’F35?
Il progetto dell’F35 ha collezionato moltissimi difetti. La madre di tutti è stata la scelta della Lockheed Martin di partire con la produzione degli aerei senza valide simulazioni al computer né la realizzazione di prototipi. I militari dicono che qualsiasi progetto, all’origine, ha difetti che poi vengono corretti in corso d’opera. Questo tipo di aereo però è così pieno apparati tecnologici che la messa a punto diventa complicata. Ciò si traduce da un lato nell’allungamento dei tempi di realizzazione del velivolo e dall’altro nell’incremento dei costi. Non va trascurata anche l’affidabilità dell’aereo. Una macchina simile ha caratteristiche che vanno mantenute nel tempo, pena la perdita di prestazioni. Per esempio, quando si è creato il problema della forte infiammabilità dei serbatoi, si è ovviato rinforzandoli, ma in questo modo si è appesantita la macchina, rallentandone la velocità.

Quanti F35 intende acquistare l’Italia? Con quali costi?
In origine l’Italia avrebbe dovuto acquistarne 131. Il numero è stato poi ridimensionato per esigenze di bilancio. Oggi il nostro Paese si è impegnato a comperarne 90. Per quanto riguarda i costi, questi stanno lievitando non solo per motivi tecnologici, ma anche perché molti Paesi stanno rivedendo al ribasso la loro partecipazione al progetto. Dei tremila aerei previsti inizialmente, probabilmente ne verranno prodotti 2.600. Gli stessi Stati Uniti, che inizialmente si erano impegnati ad acquistare 2.400, hanno annunciato che ne prenderanno di meno. Siccome le spese fisse sono elevate, la diminuzione del numero dei velivoli prodotti non porta a una riduzione dei costi unitari, ma a un loro aumento. Secondo i nostri calcoli i 90 caccia costeranno all’Italia 10 miliardi di euro. A questa cifra vanno aggiunti i costi di sviluppo. In totale si arriva intorno ai 14 miliardi. Per cui ogni aereo costerà circa 120 milioni.

Come verrebbero impiegati?
I 90 F35 dovrebbero sostituire 160 aerei: Tornado, Amx e Av8b (velivoli a decollo verticale della Marina militare). Questi 90 F35 andrebbero ad affiancarsi ai 90 Eurofighter di cui dispone la nostra Aeronautica militare.

A quali logiche strategiche risponde l’acquisto di questi aerei?
Questo è il vero punto della questione. I politici e i generali continuano a ripetere che l’acquisto va fatto, ma senza dirci a che cosa serviranno. Il disegno che ha in mente il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola è di forze armate più snelle, meglio armate e proiettate verso l’esterno. Il perno di questo modello è una forza di proiezione composta dalla portaerei Cavour con imbarcati gli F35 e le truppe. Una simile forza ha un carattere più offensivo che difensivo. Quali obiettivi ci poniamo quindi con questa forza? Il ruolo delle nostre truppe all’estero non dev’essere quello di peacekeeping?

I difetti di progettazione porteranno a un ridimensionamento del progetto?
Negli Stati Uniti ci sarà un ridimensionamento, ma dubito che il progetto sarà bloccato. In Italia, la questione è diversa. Potremmo uscire dal progetto in qualsiasi momento senza pagare alcuna penale. Il problema di fondo di questo aereo è il legame che si crea con gli altri partner. Una macchina così tecnologica ha una valenza politica enorme perché implica un coordinamento militare stretto delle attività tra diverse forze armate. Questo è il modo con il quale cui intendiamo assumiamo un ruolo importante a livello internazionale? Secondo noi, no. Ci sono altre strade che non passano necessariamente dalle strutture militari.
Enrico Casale

© FCSF – Popoli