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Fratelli (musulmani) d'Italia
19/06/2014

Nata in Egitto, diffusasi in tutto il Nord Africa e il Medio Oriente, l’ideologia della Fratellanza musulmana ispira, più o meno direttamente, anche alcune associazioni che operano in Italia. Abbiamo cercato di capire quali obiettivi si pongono nel nostro Paese.  Pubblichiamo una parte del servizio che esce sul numero di giugno-luglio di Popoli.


«La Fratellanza musulmana
non esiste in Italia e non esistono neppure i fratelli musulmani». Ahmed Abdel Aziz, ex portavoce della Gioventù musulmana italiana e attuale responsabile del Comitato libertà e democrazia per l’Egitto, spiazza l’interlocutore. E continua: «La Fratellanza è un importante movimento politico e sociale egiziano, ma qui da noi non ha un corrispettivo, né intende averlo. Perché non ha senso replicare in Italia il modello di un altro Paese che si rifà a una realtà diversa».

I media e anche qualche studioso di islam accostano alla Fratellanza musulmana associazioni come Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia), Alleanza islamica d’Italia, Gioventù musulmana italiana e, a livello europeo, Fioe (Federation of Islamic Organisations in Europe), ma è inutile insistere con Ahmed Abdel Aziz: «Quelle sono associazioni indipendenti che non hanno nessun rapporto organico né gerarchico con la Fratellanza musulmana egiziana». Alla fine, però, ammette: «Se vogliamo parlare di una qualche relazione, dobbiamo dire che c’è un filo ideale che accomuna queste organizzazioni. Un’ideologia che però ciascun gruppo interpreta differentemente a seconda della realtà che si trova ad affrontare».

«Non si può negare - osserva Aboulkeir Breigheche, presidente del Consiglio dei garanti dell’Associazione italiana degli imam e delle guide religiose - che ci siano influenze reciproche, anche forti, tra organizzazioni diverse nel mondo, così come è vero che ci sono centri islamici che condividono una parte dell’ideologia della Fratellanza musulmana, ma non mi azzarderei a dire che sono organici alla Fratellanza. Lo stesso intellettuale islamico Tariq Ramadan, che esprime a livello personale idee vicine al pensiero del movimento egiziano, non può essere definito un portavoce della scuola della Fratellanza».

RESPIRO INTERNAZIONALE
Non è semplice cercare di addentrarsi
in questo movimento. Un universo complesso sia in Egitto, dov’è nato e, dopo l’avvento al potere dei generali (2013), viene considerato u­­n’or­­ganizzazione terroristica, sia all’estero, dove numerose sono le organizzazioni che l’hanno preso a modello ideale. D’altra parte lo stesso fondatore, Hasan al Banna (cfr box), diceva: «La Fratellanza musulmana è un’idea e un credo, un insieme di principi. Non siamo legati a un posto o a un gruppo di persone e non lo saremo mai».

E allora, per capire chi sono i Fratelli musulmani, è necessario andare alle radici ideali. Il principio sul quale tutte le associazioni che in qualche modo si rifanno alla Fratellanza basano la loro azione è la convinzione che l’islam sia una fede completa, che deve regolare sia la vita privata sia quella pubblica. Professano una religiosità che va oltre la sfera intima, per abbracciare la sfera sociale e, quindi, politica. In questo ambito, dichiarano un’adesione completa ai valori democratici. «L’islam - spiega Ahmed Elbardakhani, membro dell’Alleanza islamica d’Italia - persegue tre obiettivi: libertà, giustizia e benessere. Questi elementi non solo sono compatibili, ma sono l’essenza stessa della democrazia. E per raggiungere questi obiettivi, i musulmani sono disposti a lavorare con chiunque e in qualunque parte del mondo».

Una professione così piena per la democrazia sorprende quando si parla di un movimento che l’opinione pubblica internazionale considera molto vicino alle posizioni integraliste. «Quando la Fratellanza musulmana è salita al potere in Egitto, Marocco, Tunisia e Turchia - osserva Ashraf Aboualy, membro del Consiglio generale dell’Alleanza islamica d’Italia - era considerata democratica, ora che in Egitto è stata rovesciata da un golpe è considerata un’organizzazione terroristica. L’adesione del movimento ai principi democratici è chiara. In Turchia, Tunisia, Marocco si tengono elezioni libere, c’è alternanza e rispetto per le minoranze. Non è stato creato nessun califfato, anche se è ovvio che i politici locali hanno una visione islamica della società e si muovono in sintonia con essa. In Egitto e Siria la Fratellanza è in prima linea contro i dittatori. E anche in Italia noi lavoriamo all’interno del sistema democratico e, da sempre, ci opponiamo al fondamentalismo perché è una strada che non porta a nulla».

«Il loro progetto di creare una società islamica - afferma Massimo Campanini, storico del Medio oriente arabo e della filosofia islamica - non implica un elemento intrinseco di estremismo e la loro espansione non ha nulla a che vedere con rischi terroristici. Ciò detto, la loro lettura fondamentalista dell’islam può portare a una limitazione dei diritti umani, soprattutto delle donne, e a rendere le comunità islamiche meno integrabili. Ma è pur vero che la Fratellanza ha sempre dimostrato un notevole pragmatismo che potrebbe smussarne la radicalità».

OBIETTIVO INCULTURAZIONE
Ma l’obiettivo di queste organizzazioni europee
è più ambizioso: cercare di conciliare la fede islamica con la cultura occidentale. «È inutile importare modelli culturali nordafricani o mediorientali in Italia - spiega Ahmed Abdel Aziz -, forse andrebbero bene per le prime generazioni di immigrati, certamente non per le seconde. Noi dobbiamo proporre una visione dell’islam seria e rigorosa, ma che sappia fare propria la cultura italiana. Solo in questo modo possiamo diventare una parte attiva di questo Paese. Siamo convinti che la religione (non solo quella islamica) aiuti la comunità a migliorarsi».

Una dichiarazione che pare in contrasto con l’accusa portata avanti da molti studiosi di una «doppia predicazione» nei centri culturali che si rifanno alla Fratellanza: sermoni integralisti e aggressivi contro la società occidentale quando sono tenuti in lingua araba, più concilianti quando sono in italiano. «È vero il contrario - commenta Aboulkeir Breigheche -, da anni stiamo formando gli imam alla predicazione in italiano e chiediamo loro di tenere sermoni in italiano e in arabo dicendo esattamente le stesse cose. Continuare a predicare in arabo rischia di allontanare le seconde generazioni, ma anche i musulmani non arabi». 

Questo attivismo porterà nel prossimo futuro alla creazione di un partito della Fratellanza islamica in Italia? «I tempi non sono maturi - conclude Ashraf Aboualy -. Noi lavoriamo per essere una componente attiva della società italiana. Ma non è detto che in futuro non si possa creare una formazione simile».

Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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