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Humala-Fujimori: in Perù si va al ballottaggio
12 aprile 2011
Le incerte elezioni presidenziali di domenica 10 aprile, in Perù, hanno dato il loro primo esito: quando lo scrutinio è ormai in fase di conclusione, in testa con il 30,9% dei voti risulta Ollanta Humala (nella foto), candidato della sinistra radicale e populista, sconfitto nelle precedenti elezioni dal presidente uscente Alan García. La sfidante al ballottaggio del 5 giugno sarà Keiko Fujimori (23,1%), figlia di Alberto, il presidente che ha sconfitto i terroristi di Sendero Luminoso, ma a costo di gravi violazioni dei diritti umani e di una corruzione diffusa (motivi per cui oggi si trova in carcere, condannato a 25 anni di reclusione). Fuori dal ballottaggio rimangono l’ex ministro dell’Economia, Pedro Pablo Kuczynski, e l’ex presidente Alejandro Toledo, fino a un mese fa considerato il grande favorito.
Abbiamo chiesto a padre Rómulo Franco, gesuita, decano della Facoltà di Comunicazione della Pontificia università cattolica di Lima, di commentare questi risultati. Ha accettato, dopo avere specificato di parlare solo «a titolo personale», a testimonianza del clima delicato con cui si sta vivendo questa fase politica, anche dentro la Chiesa peruviana.

Come valuta i risultati del primo turno?
In un Paese con istituzioni democratiche fragili, nessuno dei due candidati che andranno al ballottaggio garantisce la continuità della democrazia. Non Ollanta Humala, per la sua carriera militare e per la sua vicinanza a Chávez ed Evo Morales, che sono andati al potere per via democratica ma poi hanno cambiato le regole del gioco, hanno modificato la Costituzione stabilendo la possibilità di essere rieletti all’infinito. Il suo modello economico è molto diverso da quello seguito in questi anni, anche se in campagna elettorale si è dato un «tocco» moderato. Non dà maggiori garanzie Keiko Fujimori, erede di un presidente che ha compiuto un colpo di Stato e nel cui governo si registrò un livello di corruzione scandaloso. La Fujimori porta in parlamento coloro che hanno governato con suo padre e sono stati responsabili di tutto questo.

Ci descriva il Perù del 2011…
Dal punto di vista economico, assistiamo a una crescita sostenuta, che dura ormai da oltre dieci anni, all’aumento dell’occupazione nella maggior parte del Paese, alla diminuzione della popolazione sotto la soglia di povertà, scesa dal 50% al 34%. A livello sociale questa diminuzione della povertà implica un rafforzamento della classe media, una crescita del benessere e l’ampliamento degli spazi per un esercizio della cittadinanza. È inoltre migliorato il settore dell’istruzione: il Perù è il Paese che ha fatto i maggiori passi avanti tra quelli che partecipano ai test di apprendimento Pisa, Programa Internacional de Evaluación de Estudiantes (test promossi dall’Ocse che si tengono ogni tre anni su ragazzi di 15-16, in oltre 60 nazioni, Italia compresa, ndr).
Sul piano politico, la congiuntura è meno favorevole. Gli analisti politici ci dicono che un’epoca di «vacche magre» è di solito associata a una riduzione dei conflitti, sia perché gran parte delle energie è utilizzata per sopravvivere, sia perché la riduzione delle opportunità deprime le aspettative. Al contrario, in una fase di crescita sostenuta - come è quella che sta vivendo il Perù – si creano le condizioni per una recrudescenza dei conflitti, perché le aspettative di miglioramento sono alte, ma spesso non si concretizzano con la velocità sperata. Questo si vede in particolare nei conflitti che hanno a che fare con gli investimenti nell’attività estrattiva, investimenti che secondo la popolazione non portano benefici diretti a livello locale.
In questo senso, le politiche pubbliche devono far sì che i benefici arrivino nel modo più veloce possibile alla maggioranza della popolazione, promuovere il dialogo come fonte di consenso, rinforzando gli spazi istituzionali democratici: tutto ciò implica la necessità di rinnovare il modo di fare politica nei partiti e nei gruppi.

Come si muoveranno i due contendenti in vista del ballottaggio?
Parto da una considerazione: è paradossale che i candidati vincenti siano quelli che calamitavano il più alto grado di opposizione tra l’elettorato. Quello che voglio dire è che quando nei sondaggi si chiedeva: «Per quale candidato non voterebbe mai?», loro occupavano i primi due posti. In questi due mesi che mancano per il secondo turno, ora devono guadagnare voti proprio tra coloro che in precedenza dicevano che non avrebbero mai votato per loro. Per questo saranno decisive la nuova campagna elettorale, le alleanze e l’appoggio che riceveranno da settori della società civile e da varie personalità di prestigio.
In ogni caso, nel nuovo congresso i due candidati sono lontani dall’avere la maggioranza. Questo obbligherà a stipulare alleanze di governo. Tuttavia potrebbe farsi strada anche la tentazione per il presidente di sciogliere il parlamento. Anche nella storia recente dell’America Latina abbiamo assistito a diverse modalità per effettuare colpi di Stato.
In Perù purtroppo il rispetto delle istituzioni democratiche e l’onestà dei candidati non sono valori prioritari agli occhi degli elettori. Così dicono i vari sondaggi realizzati. L’efficienza e la promessa di opere pubbliche (strade, scuole, ecc.) hanno più peso. «Si roba pero hace obra, no importa» («Se ruba però fa, non c’è problema»), è una frase che si sente ripetere dagli anni Cinquanta, sotto la dittatura del generale Odría.

Facciamo un passo indietro: qual è il bilancio dei cinque anni di  presidenza García?
Il governo di García ha permesso continuare la politica economica degli anni precedenti e, pur con molti limiti, si è avanzati nel processo di decentralizzazione politica e amministrativa. Rispetto alla incessante ondata di novità e sfide che ha offerto nel suo primo, disastroso governo (1985-1990, ndt), questo periodo è stato più tranquillo. Probabilmente, ha giocato la volontà di riscattarsi dalla debacle economica e sociale del primo mandato, chiusosi con uno Stato piegato sotto i colpi del terrorismo e con un’iperinflazione fuori controllo. Questa volta non ha azzardato scontri internazionali (la volta precedente annunciò all’Onu la sospensione del pagamento del debito estero), né interni.
Questo non significa che non ci siano state tensioni. Le principali, come ho già accennato, sono legate alla crescente resistenza in alcune regioni (ad esempio a Bagua, in Amazzonia) rispetto alle attività minerarie e alle rivendicazioni dei popoli indigeni.

Che cosa si aspettano la Chiesa e i gesuiti del Perù dal nuovo presidente, chiunque sarà? Quali sono i problemi più urgenti?
L’attenzione alla povertà è il problema più urgente: nutrizione, salute, istruzione, con politiche pubbliche che rendano più efficaci i programmi sociali per assicurare uguaglianza di opportunità. Tutti questi indicatori stanno migliorando, però ancora in modo insufficiente.
Una seconda urgenza è consolidare i principi democratici, il dialogo e la ricerca di pace sociale di fronte alla violenza. Vi è anche la necessità di un equilibrio tra crescita e rispetto dell’ambiente, poiché assistiamo a fenomeni drammatici legati al riscaldamento globale, come inondazioni e siccità, tutte cose che come sempre colpiscono i più deboli.
Si potrebbe proseguire, ma rimando alla pagina web creata dal presidente della Conferenza episcopale peruviana, dove sono segnalati tutti i problemi principali.

La Chiesa e i gesuiti hanno espresso preferenze tra i vari candidati?
Dentro la gerarchia, così come tra i laici, esistono diverse tendenze ideologiche e posizioni politiche. Ci sono cattolici in tutti gli schieramenti politici. Indirettamente, insieme a dichiarazioni pubbliche di principio, alcuni vescovi lasciato intendere le proprie simpatie. In questo panorama variegato, va anche detto che ci sono vescovi che hanno appoggiato la dittatura di Fujimori e non hanno denunciato le violazioni dei diritti umani da lui compiute. Anche tra i gesuiti si registrano tutte le posizioni politiche. La Compagnia di Gesù come tale non si è schierata né direttamente né indirettamente per nessun candidato.
Stefano Femminis

© FCSF – Popoli
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