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I dati come bene comune
25 settembre 2012
Nel mondo degli aiuti allo sviluppo c’è una domanda ricorrente: «quanto bene fa un dollaro di aiuti»? Detto in altri termini, quanto di questo dollaro va effettivamente a produrre i suoi effetti sul campo? In nome della trasparenza si sono formate scuole di pensiero, sono stati individuati criteri e sono state codificate linee guida su cosa e come misurare.
Resta tuttavia un’evidenza: non c’è cognizione dei reali effetti di ciascun dollaro di aiuti. Mancano i dati, o meglio esistono ma sono dispersi, diffusi, eterogenei, dunque incapaci di tradursi in conoscenza aperta (per una definizione di conoscenza aperta vedi www.opendefinition.org/okd/italiano). Ma ci si può lavorare, ed è quanto sta facendo un gruppo di protagonisti dello sviluppo internazionale.

Il primo e fondamentale passo per far divenire i dati un patrimonio conoscitivo comune è quello di definire uno standard; per questo si è dato vita - durante un importante forum sull’aiuto allo sviluppo svoltosi ad Accra (Ghana) nel 2008 - all’International Aid Transparency Initiative (Iati).

Iati (www.iatiregistry.org) è uno standard globale per la trasparenza che rende le informazioni sui fondi destinati agli aiuti di ogni genere più semplici da consultare, usare e capire. Donatori, governi di Paesi in via di sviluppo e non, società civile ed esperti hanno raggiunto un accordo su uno standard comune, aperto e internazionale da rispettare nel pubblicare di più, e meglio, sull’uso dei fondi. L’accordo è del febbraio 2011 e da quel momento sta crescendo il numero di chi lo ha adottato e ne beneficia.

Si tratta di un salto di qualità nell’analisi e nella progettazione di un intervento di aiuto allo sviluppo: favorisce lo studio, lo scambio, la creazione di nuove basi di dati e informazioni utili. La cosa interessante è che lo standard sta già spostando il centro del dibattito dalla quantità dei dati alla qualità. Ecco alcuni esempi.
In un recente evento a Londra, nell’ambito dell’iniziativa Development Data Challenge che ha riunito hacker, operatori ed esperti di sviluppo, i convenuti hanno provato a usare i dati Iati per rispondere a domande del tipo: quanti villaggi nel Sud Sudan sono a più di due chilometri da una fonte di acqua? Qual è la relazione tra copertura mediatica e soldi raccolti per disastri ed emergenze? Quali progetti sono finanziati da donatori in Malawi e dove? Qual è la qualità dei dati pubblicati più di recente dai donatori?

Siamo all’inizio. Le risposte a queste domande rappresentano un vero patrimonio per i beneficiari di interventi di sviluppo, una volta che gli operatori cominciano a sapere elaborare e usare i dati disponibili. Con i dati disponibili in uno standard aperto e condiviso le sfide conoscitive possono spingersi oltre. Dopo Londra ci si è confrontati a Helsinki all’Open Knowledge Festival. Lo standard aiuta a connettere, adottare, elaborare, ricercare e dare risposte.
Il momento è quello giusto, e nascono nuove domande. Forse per alcuni si risolveranno in risposte vecchie, ma non è detto: quello che ieri sapeva solo qualcuno, oggi è alla portata di tutti e rappresenta un nuovo punto di partenza per migliorare l’aiuto allo sviluppo. I dati possono prendere vita, trasformarsi in informazioni e, in modo trasparente, elevare la qualità degli interventi per tutti, colmando ogni distanza.    
Giovanni Vannini
giovanni@oogo.com
© FCSF – Popoli