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I giovani di piazza Tahrir: "i generali non vinceranno"
23 novembre 2011
«La rivoluzione francese è durata anni. In Egitto la rivolta non si è conclusa con la cacciata di Hosni Mubarak. Se constateremo che qualcuno vuole sabotare il cambiamento torneremo a lottare». Le parole di Ibrahim, 24 anni, studente, pronunciate più di un mese fa ad Alessandria d’Egitto risuonano oggi profetiche. I ragazzi di piazza Tahrir e i loro coetanei di Alessandria, Port Said, Assuan sono scesi nuovamente in strada per contrastare quello che considerano un tentativo di boicottare il processo di trasformazione politica in atto. E hanno pagato la protesta con un’ottantina di morti e migliaia di feriti. Ma che cosa ha scatenato la loro rabbia?

In vista delle elezioni parlamentari (il cui primo turno è previsto per lunedì 28) e poi presidenziali (che erano previste per la fine del 2012) i militari, che alla caduta di Mubarak erano considerati i garanti del processo democratico, hanno cercato di ritagliarsi un ruolo di controllo anche nei futuri assetti politici egiziani. Il modello al quale si ispirano è quello disegnato da Mustafa Kemal Ataturk in Turchia negli anni Venti. Secondo un progetto elaborato dal presidente della Corte di Cassazione, Hesham El-Bastawisi, la nuova costituzione egiziana (che verrà discussa e approvata dal nuovo parlamento) dovrebbe prevedere per i vertici militari il ruolo di garanti dell’ordine costituzionale. Potrebbero, in sostanza, intervenire con una sorta di diritto di veto qualora considerassero minacciato l’assetto laico dello Stato. Il progetto, però, prevede anche che il budget delle forze armate sia gestito non dal Parlamento, ma dal Consiglio nazionale di difesa (formato dal presidente della Repubblica, dal comandante e dal capo di stato maggiore della Difesa). Ciò garantirebbe la tutela dei fortissimi interessi delle forze armate nell’economia egiziana. Esercito, aviazione e marina controllano infatti aziende che producono beni e servizi sia a uso civile sia a uso militare. Si calcola che un quarto dell’economia egiziana «vesta il grigioverde».

Di fronte a questo tentativo di creare una democrazia controllata si sono ribellate sia le formazioni di ispirazione religiosa (Fratelli musulmani e salafiti) sia quelle laiche. «Quando a gennaio, dopo anni di dittatura, siamo scesi in strada - spiega Mariz, 22 anni -, tutti, giovani e anziani, abbiamo capito che un leader non può governare senza il nostro consenso. Il generale Mohammed Hoseyn Tantawi (il leader della giunta militare) ha abbattuto Mubarak, ma non lui che vogliamo come leader. Soprattutto non vogliamo che Tantawi si trasformi in un nuovo dittatore».
Della stessa opinione Fatima, 30 anni: «Oggi l’Egitto è cambiato, è più facile dire la verità. È stato fatto un passo avanti verso la democrazia, anche se la piena democrazia è ancora molto lontana. Però abbiamo conosciuto il sapore della libertà e non sappiamo più rinunciarci».

Le dimostrazioni di questi giorni lo dimostrano. Manifestazioni nelle quali i giovani (ma anche le persone più anziane) hanno partecipato senza bandiere di partito e senza divisioni confessionali. I Fratelli musulmani e i salafiti sono scesi in strada in mezzo agli altri solo per invocare maggiore democrazia e l’uscita di scena dei militari.

Le imponenti manifestazioni che proseguono da giorni un primo risultato però l’hanno ottenuto. Il governo nominato dai vertici delle forze armate si è dimesso e al suo posto verrà nominato un esecutivo forse guidato da Mohammed el Baradei (l’ex direttore dell’Agenzia atomica e premio Nobel per la pace). I generali hanno poi annunciato che le elezioni presidenziali verranno fissate entro giugno. «Quale sarà il futuro della rivoluzione? Difficile dirlo - osserva un religioso cattolico da anni in Egitto -. Non esiste un leader della rivolta e l’esercito non è una garanzia di pace e sviluppo. La rivoluzione ha dato agli egiziani l’idea di unità della nazione. Solo se si riuscirà a mantenere questa unità si potrà procedere verso la democrazia. Anche se vedo che diverse forze sono interessate più a dividere il popolo che a unirlo».
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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