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I tappeti volanti della diplomazia nucleare
L’accordo di novembre tra l’Iran e le principali potenze sulla questione nucleare ha rappresentato uno dei risultati più clamorosi della diplomazia internazionale nel 2013. Una ricercatrice dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica internazionale) di Milano ne analizza per Popoli.info aspetti e prospettive.
 
In novembre Ginevra è tornata a essere un crocevia internazionale. Diplomatici e ministri degli Esteri dei Paesi tra i più importanti al mondo hanno animato la hall dell’Hotel Intercontinental, dove i giornalisti per giorni hanno atteso l’annuncio di un accordo che tardava ad arrivare. Le aspettative deluse della notte tra il 9 e il 10 novembre, quando la doccia fredda francese ha gelato il clima di ottimismo attorno ai negoziati, sono state poi ripagate dalla fumata bianca della notte tra il 23 e il 24 novembre.
 
C’è chi ha parlato di un accordo storico. In realtà l’accordo siglato tra Iran e Paesi del gruppo P5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania) rappresenta piuttosto una prima misura di confidence-building, cioè di ricostruzione di un clima di fiducia tra Iran e la comunità internazionale, oltre che il culmine di un processo negoziale che, con sorti alterne, vede impegnati Iran e P5+1 da un decennio. 
L’accordo, che ha una validità di sei mesi, prevede che Teheran si impegni a non installare nuove centrifughe, a bloccare il processo di arricchimento dell’uranio al 5% e a smaltire le riserve di uranio arricchito al 20%. In cambio, l’impianto sanzionatorio attualmente in essere verrà alleggerito, liberando risorse per una somma stimata attorno ai 7 miliardi di dollari.

Positività e cautela, dunque, sembrano essere le parole chiave con le quali guardare all’accordo raggiunto. La sospensione del programma nucleare è infatti solo temporanea e dovrà essere rinegoziata allo scadere dei sei mesi. Anche le concessioni ottenute da Teheran sono solo una minima parte di quanto il Paese punta realmente a ottenere. Esemplificativo in questo senso è il tour del ministro del petrolio Bijan Zanganeh, che all’inizio di dicembre ha incontrato i rappresentanti dei colossi mondiali dell’energia - tra i quali l’Eni - cercando di strappare loro la promessa di tornare a investire in Iran, una volta che saranno tolte le sanzioni che impediscono a società di Paesi stranieri di investire in Iran. Inutile dire che le risposte dei giganti dell’energia sono state più che positive.

Tutta economica, del resto, è la leva che ha portato l’Iran ad abbandonare l’atteggiamento di sfida degli anni recenti. Il nuovo presidente Hassan Rouhani è l’uomo a cui la guida suprema Ali Khamenei - decisore ultimo della politica iraniana - ha affidato il delicato compito di risollevare le sorti di un Paese profondamente in crisi, dalla cui tenuta economica dipende la tenuta del regime.

Ma oltre che sul fronte interno, l’apertura iraniana mira a ottenere consensi anche a livello internazionale. Il reingresso dell’Iran nel novero dei Paesi che contano cambierebbe di fatto gli equilibri strategici nella regione. Normale dunque che la firma di questo primo accordo turbi i sonni degli Stati che non vogliono un mutamento dello status quo. Israele e Arabia Saudita, in particolare, hanno dato vita a un’insolita alleanza di intenti in chiave anti-iraniana. Se per Tel Aviv la minaccia di un Iran nucleare è esistenziale, o almeno questo è ciò su cui insiste il Primo ministro Benjamin Netanyahu, per i sauditi la posta in gioco è l’egemonia regionale. Un Iran dotato di arma atomica acquisirebbe un prestigio non indifferente e otterrebbe voce in capitolo sui dossier che contano. È esattamente per questo motivo che, per fermare definitivamente la corsa nucleare degli ayatollah, occorrerà a un certo punto riconoscere a Teheran quel ruolo che essa sente spettarle di diritto. In questo senso, l’accordo di Ginevra sembra essere una buona premessa.

Funzionerà? Impossibile dirlo. Troppe sono le variabili e gli attori che reggono il delicato e precario gioco di equilibrio in Medio oriente. Da non sottovalutare nemmeno il fronte dei conservatori più radicali in Iran, che potrebbe fare pressione sulla guida suprema Khamenei affinché ritiri il mandato affidato a Rouhani e alla sua squadra per negoziare il riavvicinamento all’Occidente.

C’è chi ha definito la recente apertura iraniana una «charme offensive», «l’offensiva del fascino» fatta per ammaliare e stordire. C’è chi, richiamando i proverbiali tappeti persiani, ha azzardato che l’Iran stia in realtà facendo fare alla comunità internazionale un giro sul tappeto volante per distoglierne l’attenzione e per poi porla bruscamente davanti al fatto compiuto - leggasi davanti alla bomba atomica. C’è anche chi ha ricordato che gli iraniani non guidano tappeti, li fabbricano. E che con le loro abili doti di bazar, cioè mercanti, li vendono allo straniero per un prezzo pari a dieci volte il loro valore. Quanto valga davvero l’accordo siglato a Ginevra si vedrà nei mesi futuri.

Annalisa Perteghella

© FCSF – Popoli