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Il Centro Astalli: ci aspettavamo maggiore trasparenza
19 giugno 2012
«Ci saremmo aspettati una maggiore trasparenza su tale vicenda. Non certamente una fuga di notizie, ma una comunicazione da parte del governo al parlamento nel rispetto delle regole democratiche. Tutto ciò non è avvenuto». Giovanni La Manna, gesuita, presidente del Centro Astalli, è molto critico non solo nei confronti della politica di contenimento dei flussi migratori, ma anche del modo di agire del governo Monti, che ha trattato la questione dell’intesa Italia-Libia con un atteggiamento di inspiegabile opacità.

«Il Centro Astalli - continua padre La Manna -, insieme ai principali enti di tutela degli immigrati, da mesi chiede al governo una comunicazione sul contenuto degli accordi Italia-Libia rispetto alla gestione dei flussi migratori. Ma non abbiamo mai avuto risposta. E ora veniamo a sapere della firma di un verbale solo grazie a una indiscrezione di stampa». Un verbale nel quale non emerge un’attenzione ai diritti umani degli immigrati che scappano da guerre e persecuzioni. «Basandoci sul contenuto del verbale - osserva il gesuita -, riteniamo molto grave che in un momento in cui si stabiliscono linee guida nei rapporti tra Italia e Libia non si faccia alcuna menzione della tutela dei richiedenti asilo. Ritorna lo spettro dei respingimenti e la previsione di ancora troppi morti nel Mediterraneo. Il governo faccia quanto in suo potere per evitare il sacrificio di vite umane al largo delle coste italiane».

 Anche Amnesty International è molto critica. «L’Italia - è scritto in un comunicato stampa dell’associazione per la difesa dei diritti umani - chiede alla Libia di prevenire le partenze e (…) si impegna a collaborare a questo scopo. Ciò, nella situazione attuale significa che l’Italia offre collaborazione a mettere a rischio la vita delle persone che si trovano in Libia (…). Il riferimento al rispetto dei diritti umani da parte della Libia pare del tutto decorativo: sembra che il governo italiano si stia limitando a chiedere e ad accontentarsi di “rassicurazioni diplomatiche” da parte di uno Stato che non è in grado di garantire il rispetto dei diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati».

«I migranti - aggiunge Roberto Malini di EveryOne, una Ong che si occupa della tutela dei diritti umani - verranno trattati tutti allo stesso modo senza far distinzione tra chi emigra per motivi economici e chi lo fa perché nel suo Paese è in pericolo di vita. Si è così creata una barriera politica, burocratica e militare contro l’immigrazione. Una barriera che non bloccherà i flussi, ma li sposterà soltanto verso zone più rischiose».

Negli ultimi mesi molti migranti provenienti dal Corno d’Africa, invece che dirigersi verso la Libia, hanno preferito andare in Israele. Ma la strada verso lo Stato ebraico è tutt’altro che semplice. Nel Sinai operano bande di beduini che rapiscono i migranti per chiedere un riscatto. Chi non paga o viene ucciso o gli vengono asportati gli organi che poi sono venduti al mercato nero. «All’inizio dell’anno - continua Malini - erano nelle mani dei beduini un centinaio tra eritrei, etiopi, somali e sudanesi. Oggi le stime più ottimiste parlano di almeno duemila persone rapite. Ma non è solo la criminalità a bloccare i migranti. Israele ed Egitto hanno approvato normative molto severe nei confronti dell’immigrazione “illegale”. In entrambi i Paesi sono previste pene detentive per i clandestini i quali, terminata la pena, vengono deportati. Una volta rimpatriati vengono incarcerati e torturati. Molti muoiono nelle carceri».
e.c.
© FCSF – Popoli