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Il Dossier Caritas: gli immigrati, risorsa in tempo di crisi
27 ottobre 2011

Il XXI Rapporto sull’immigrazione, stilato dalla Caritas e dalla Fondazione Migrantes e presentato questa mattina in varie città italiane, contiene la consueta messe di dati. Ecco quelli più significativi: in Italia gli stranieri regolari sono 4 milioni e 570mila (per il 51,8% sono donne) e rappresentano il 7,5% della popolazione complessiva. Nel 2010, nonostante il periodo di recessione economica, l’aumento è stato di 335.258 unità, al netto di 100 mila cancellazioni dall’anagrafe (di cui 33mila per trasferimento e 74mila per irreperibilità) e dei 66mila casi di acquisizione di cittadinanza. Ai residenti, secondo la stima del dossier, vanno aggiunte  400mila persone regolarmente presenti ma non ancora registrate all’anagrafe, per una stima totale di 4.968.000 persone.
La maggior concentrazione di immigrati è al nord, con il 61,3%, segue il centro con il 25,2%, mentre il sud e le isole totalizzano complessivamente il 13,5%. Tra le regioni è in testa la Lombardia (1.064.447), al secondo posto il Lazio (542.688) e al terzo il Veneto (504.677). Per quanto riguarda i paesi di provenienza, il 53,45% degli stranieri arriva dall’Europa, il 21,6% dall’Africa, il 16,8% dall’Asia, l’8,1% dall’America e solo lo 0,1% dall’Oceania.
Gli stranieri, la cui età media è di 32 anni (contro i 44 degli italiani) si caratterizzano per la forte incidenza dei minori (21,7%) e delle persone in età lavorativa (78,8%) mentre gli ultra65enni superano di poco il 2% (sono invece un quinto tra la popolazione italiana). Gli occupati sono 2 milioni (10% del totale) e sono inseriti prevalentemente nel settore dei servizi (59,4%) e dell’industria (36,3%). Il dato più sorprendente riguarda il rapporto tra costi e benefici nell’ambito del Welfare: i contributi versati complessivamente dagli immigrati ammontano a 12 miliardi di euro, mentre i servizi che hanno ricevuto in cambio sono costati allo Stato 10,5 miliardi. 

Alla presentazione milanese del Dossier, che si è svolta presso l’auditorium del Centro culturale San Fedele, sono intervenuti la pedagogista Graziella Favaro, l’imprenditore Radwan Khawatmi e Stefano Allievi, docente di sociologia presso l’Università degli Studi di Padova.
La prima a intervenire è stata Graziella Favaro, che ha proposto alcune riflessioni sulla scuola. A livello nazionale gli studenti stranieri rappresentano l’8% del totale (poco meno della metà vengono complessivamente da tre Paesi: Romania, Albania, Marocco), ma non tutti presentano lo stesso background culturale. «Occorrono parole nuove per distinguere le diverse realtà – sostiene la Favaro - perché le storie autobiografiche sono molto diverse: alcuni sono nati qui e non si sentono legati ad un’altra patria, altri hanno subito il trauma dello sradicamento e devono vivere il ri-orientamento». La favaro ha poi richiamato l’attenzione sul tema dei bambini stranieri che affrontano lo studio da soli perché non possono essere seguiti dai genitori «I bambini stranieri sono soli ad affrontare lo studio perché non possono essere seguiti dai genitori. In una scuola che si basa sempre di più sul lavoro a casa da parte degli studenti, i ragazzi stranieri sono i più svantaggiati. I risultati sono questi: in prima media solo il 4,3% degli italiani viene bocciato, mentre la percentuale sale ad 11,1% per quanto riguarda gli stranieri. Questo è un grosso ostacolo all’integrazione perché perdere un anno scolastico viene vissuto dai ragazzi come altamente demotivante e può influire sul futuro percorso di studi». Cosa fare? La Favaro chiede allo Stato di «mettere a disposizione delle scuole di tutta Italia gli esperimenti riusciti nelle realtà locali. Non più proporre solo una logica compensativa, ma anche di riconoscimento: gli stranieri hanno molto da offrire, e dare loro la possibilità di esprimere la propria cultura è una forma di arricchimento per tutti i cittadini».
Radwan Khawatmi, imprenditore siriano residente in Italia da circa quarant’anni, ha espresso la sua opinione sul rapporto tra stranieri e mondo del lavoro e ha criticato il modo in cui vengono etichettati gli immigrati: «Durante il mio intervento userò la definizione “nuovi italiani” – ha esordito -  perché ritengo che la parola extracomunitari non dia l’esatta percezione  della realtà degli immigrati in italiani. I media sottolineano troppo spesso solo i lati negativi dell’immigrazione. Il dato più significativo è che la maggior parte dei “nuovi italiani” sono in età lavorativa e contribuiscono in maniera sostanziale all’Inps, pur usufruendone pochissimo. Non abbiamo sottratto il lavoro agli altri, abbiamo solo occupato i posti lasciati liberi: i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Siamo flessibili, accettiamo di lavorare la sera e durante i week-end, perché in tempo di crisi il lavoro è importante. Nonostante questo, i primi licenziamenti nella fase di crisi hanno interessato soprattutto i “nuovi italiani”».
Khawatmi ha poi criticato la legge Bossi-Fini, sostenendo che alcune forze politiche «sono indifferenti ai problemi degli imprenditori di origine straniera ed è arrivato il momento che questi siano rappresentati in Confindustria». L’ultimo punto toccato dall’imprenditore è stato il diritto di voto, ritenuto indispensabile per una corretta integrazione.
Stefano Allievi ha offerto il suo punto di vista sociologico sull’immigrazione, citando alcuni dati della Caritas-Migrantes relativi al culto professato dagli immigrati in Italia: dal dossier risulta ad esempio che nel territorio italiano risiedono un milione e mezzo di musulmani. Questo dato fa del nostro Paese uno Stato religiosamente multiculturale, in cui la diversità di religione sta diventando la norma. «Questo fatto presuppone una svolta storica perché tutte le costituzioni degli Stati europei sono implicitamente fondate su un'unica religione. Dove il pluralismo è ben gestito ci sono meno pregiudizi verso altre culture. Infatti, in Italia, le zone dove c’è più diffidenza verso gli stranieri non sono le grandi metropoli del nord, dove la presenza di religioni diverse è più forte, ma nelle comunità di provincia in cui, paradossalmente, ci sono pochi musulmani. Alcune parti politiche sollevano il problema della multireligiosità senza avere delle risposte concrete, ma solo a scopo propagandistico».
Allievi ha terminato il suo discorso mettendo sotto una luce positiva i conflitti che si generano attraverso la mescolanza di culture diverse, spiegando che «il conflitto è la fisiologia della società. È il modo per arrivare a un equilibrio, un mezzo di inclusione. Nel conflitto costruttivo si imparano le regole della convivenza civile e si fanno emergere problemi che altrimenti non sarebbero stati sollevati e a cui non si sarebbe trovata una soluzione. Il conflitto produce integrazione». Sempre secondo Allievi il conflitto sull’Islam rappresenta simbolicamente il conflitto sul pluralismo religioso. Affrontare il problema dell’integrazione dei musulmani in Italia significa, dunque, gettare le basi per la costruzione di una società in cui convivano pacificamente tutte le confessioni religiose.

Stefano Ciardi

© FCSF – Popoli