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Il bilancio verde è in rosso
27 settembre 2010

Cesar Sanson, esperto di questioni ambientali, lavora al Cepat (Centro di ricerca e appoggio ai lavoratori), istituzione legata ai gesuiti brasiliani, con sede a Curitiba. Gli abbiamo chiesto di tracciare un bilancio degli otto anni di presidenza Lula rispetto alla tutela dell’Amazzonia e dei diritti delle popolazioni autoctone.

Nonostante alcuni progressi come la riduzione del disboscamento della foresta amazzonica e nonostante le politiche di distribuzione del reddito/delle rendite per le popolazioni povere della regione, il bilancio continua a essere negativo. Per quanto Lula abbia una sensibilità sociale e una coscienza della problematica ambientale, il modello economico del suo governo contiene in sé profonde contraddizioni. Lula pensa e agisce come un leader politico della società industriale. La sua storia di vita, le sue lotte e la sua visione del mondo sono tipiche della società industriale.

Quello del governo è un modello economico che punta allo sviluppo a tutti i costi, tipico della seconda rivoluzione industriale, e si realizza su due versanti. Da un lato c’è lo Stato finanziatore che, attraverso il Banco nacional do desenvolvimento, svolge il ruolo di impulso alla crescita economica rafforzando gruppi privati in settori strategici, in particolare in quello dell’esportazione di commodities, proprio ciò che incide sugli ecosistemi. Dall’altro c’è lo Stato investitore, responsabile per gli investimenti in mega opere di infrastrutture che si manifestano nel Programma di accelerazione della crescita (Pac). Trasformare il Brasile in un immenso cantiere di opere è stato l’obiettivo del governo. Il problema è che questo modello di Stato - finanziatore e investitore - è ostaggio di una logica economica che non contempla la questione ambientale. Ciò che conta è la crescita economica, il resto è secondario.

 

Quali i successi e quali i più gravi fallimenti di Lula in materia ambientale?

I maggiori successi di Lula consistono nella riduzione della deforestazione in Amazzonia, nella creazione di parchi nazionali, nelle politiche di promozione delle unità produttive sostenibili e di distribuzione del reddito. Gli aspetti negativi, tuttavia, sono molti e preoccupanti. Nel tempo di due mandati, varie sono state le posizioni vacillanti e le decisioni che avranno conseguenze sugli ecosistemi dell’Amazzonia.

La più grave di tutte le decisioni, comunque, è stata quella di costruire centrali idroelettriche nei fiumi Madeira, Tapajós, Teles e Xingu. Questi progetti sono distruttive dal punto di vista economico, sociale e ambientale e chiaramente favoriscono i grandi gruppi esportatori di prodotti. Il Brasile, invece di farsi avanguardia nel processo di “de-carbonizzazione” dell’economia, investe in fonti ormai superate, come con le grandi centrali idroelettriche del Rio Madeira e di Belo Monte. Queste grandi opere comportano grandi inondazioni di terre, significativi spostamenti di persone e gigantesche devastazioni ambientali. Questa è anche la logica che riguarda i biocombustibili, che utilizzano grandi estensioni di terra e produzione su larga scala, avanzando sulle terre coltivabili, per fornire soprattutto il mercato estero.

 

Nelle elezioni del 2 ottobre, tra gli avversari di Dilma Rousseff, scelta da Lula e grande favorita, c’è anche Marina Silva, che è stata ministro dell’Ambiente con Lula. Perché la Silva corre da sola?

Marina Silva e Luis Inácio Lula da Silva hanno rotto politicamente. Simbolicamente furono le dimissioni di Marina Silva a segnare la rottura. L’ex ministro dell’Ambiente aveva accumulato diverse sconfitte nel governo, aveva perso tutte le battaglie combattute al suo interno. Ma la sua maggiore sconfitta è stato il fatto che il concetto di «trasversalità» da lei promosso non sia mai stato preso sul serio. Dietro al concetto di «trasversalità» sta l’idea che la questione ambientale non può essere trattata soltanto come una politica pubblica, ma che in funzione della crisi ecologica si è tornati alla questione pressante e più importante entro la quale tutte le altre dovrebbero essere circoscritte. Come sostiene la stessa Marina, la difesa dell’ambiente deve essere vista sullo stesso piano dello sviluppo economico, in un processo di governance ambientale: con le sue stesse parole, «l’una non può essere subordinata all’altro». Eppure il concetto di «trasversalità» è stato sconfitto da quello del «desenvolventismo», una sorta di «sviluppo a tutti i costi», con il presupposto che la crescita economica giustifica tutto.

In realtà, è importante che si dica che Marina è la candidata di qualcosa di nuovo nella congiuntura mondiale e brasiliana: è candidata del movimento ambientalista. Il Partito verde che dà supporto legale alla sua candidatura è un mero strumento, dato che si tratta di un partito debole e confuso. Ma in una prospettiva simbolica, Marina rappresenta nel 2010 ciò che Lula rappresentava nel 1989. La novità di oggi, che non si imponeva con forza nella congiuntura degli anni ’80, è che qualunque progetto di società radicalmente alternativo non può prescindere dalla questione ambientale.

 

Quale politica ambientale dovrebbe realizzare il prossimo presidente, chiunque sarà, per meglio tutelare l’Amazzonia e i suoi abitanti?

La grande domanda di fondo che dobbiamo porci oggi è quale tipo di sviluppo economico vogliamo. Per molto tempo, anche nella sinistra, si è creduto che la crescita economica fosse la bacchetta magica per la soluzione di tutti i problemi. In particolare per quello della povertà. L’equazione è nota, la crescita economica creerebbe un circolo virtuoso: produzione-occupazione-consumo. Però, l’assioma secondo il quale soltanto lo sviluppo economico può rendere possibile la giustizia sociale non è vero. Il grande progetto brasiliano sarà forse di trasformare tutti i cittadini in consumatori?

L’Amazzonia non può restare ostaggio della logica dello sviluppo a tutti i costi. L’Amazzonia ha bisogno sì di una presenza attiva dello Stato, non nel senso di intervenire e colpire la regione con mega opere, ma nel senso di interrompere il ciclo di «abbandono» a cui le popolazioni sono sottoposte. E per creare insieme a loro forme di sviluppo meno invasive, che riescano a coniugare lo sviluppo con la sostenibilità, nel rispetto dell’ambiente e dei poveri autoctoni e/o originari di un’altra visione del mondo.

L’Amazzonia ci lancia un appello: dobbiamo costruire una società che sia compatibile con la natura, con le necessità umane presenti e future e un’etica solidale, definite dai settori popolari, tenendo come fine la costruzione di una società basata su valori di solidarietà, libertà, democrazia, giustizia, equità.

 

© FCSF – Popoli