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Il cinguettio che fa Primavera
8 febbraio 2012
Dalla rivoluzione dei gelsomini alle sommosse bahreinite, la Primavera araba è stata in qualche modo trampolino di una nuova formula di rivoluzione. Una rivolta vissuta non solo nelle strade e nelle piazze ma su internet: negli stati della stampa censurata, delle emittenti ostacolate e dei telegiornali epurati, i social network, hanno giocato un ruolo di prim’ordine e il mondo virtuale è stato l’unico specchio della realtà. Facebook ma soprattutto Twitter (tweet in inglese significa cinguettio), e blog hanno assolto un compito organizzativo e informativo, sia ad uso degli attivisti e del popolo, sia per le comunicazioni con l’estero, tanto che tutta la stampa si è affidata alle notizie postate online, ai video, alle immagini. I social media sono stati l’unico canale di comunicazione nei primi giorni della rivolta.

«Strumenti utili certo, ma la rivoluzione non è nata sul web.». Luna Colferai, nel novembre 2010, in tempi non ancora sospetti, si stava per laureare in Filologia moderna all’Università Cattolica di Milano. Su suggerimento di Paolo Branca, docente di Lingua e letteratura araba presso la stessa Università, orientò i suoi studi sui fumetti e le vignette, un modo singolare e curioso per leggere il mondo islamico. Prosegue la Colferai:«Dalle illustrazioni arrivai a Metro (edito da: Il Sirente Roma 2010), la prima graphic novel in lingua araba, e scoprii che l’ autore, Magdy El Shafee, avrebbe presentato il suo volume in Italia proprio in quei giorni. Ne approfittai per intervistarlo».

Metro uscì in Egitto nel 2008 e fu subito censurato. Il pretesto era fornito dalla presenza di alcune scene di nudo e dal linguaggio spesso volgare, ma era chiaro che questi non erano i veri motivi. Ciò che andava a toccare nel profondo l’allora solido governo di Mubarak erano le allusioni, dirette e non, al regime assoluto del rais. Come chiarisce la Colferai (che sabato 11 febbraio a Milano modererà un workshop nell'incontro «Nel mare di mezzo»), «il fumetto è ambientato lungo tre stazioni della metropolitana del Cairo: Nasser, Sadat e proprio Mubarak. Non a caso. In ogni stazione, alcuni celebri motti propagandistici, dei tre governi egiziani sono citati e riutilizzati ma come manifesto del dissenso popolare, per dimostrare la distanza vera tra il popolo e il regime. La rivolta era già viva».
Il fumetto è contemporaneo, sia graficamente che storicamente, ritrae l’identità dell’Egitto odierno, anticipando quello che non era neppure pensabile. L'autore aveva fotografato fedelmente il suo Paese, aveva immaginato che il ruolo del popolo sarebbe stato decisivo nell'insurrezione contro la dittatura. Ne risulta «un fumetto di vigilia», in pieno anticipo sui tempi. L’opera di El Shafeee fu uno dei primi vagiti di libertà, e solo per questo motivo lui e il suo editore furono processati e Metro ritirato dagli scaffali.

La Colferai prosegue: «Quando a dicembre c’è stata la prima notizia delle proteste a Sidi Bouzid (Tunisia), dove Bouazizi si dette fuoco, stavo collaborando, a Radio Popolare, con Marina Petrillo (per il popolo di Twitter meglio nota col nome di @alaskaRP)». La giornalista, dall’inizio del 2010, col caso BP, aveva iniziato a tessere una trama di contatti online affidabili, con i blogger che postavano in quel caso notizie e foto del disastro petrolifero. La trama di relazioni s’infittì col tempo e «quando sono iniziate le rivolte in nord Africa, ci siamo trovate al centro del ciclone: non facevamo che ritwittare (riportare) i messaggi e le informazioni dei nostri contatti, soprattutto attivisti e qualche notizia di quotidiani esteri. In poco tempo ci siamo accorte di essere tra le prime a diffondere le news. La storia si stava svolgendo davanti a noi».
Senza volerlo la sua tesi di laurea si stava trasformando in un instant book: Luna Colferai da ricercatrice era diventata una cronista, una corrispondente, una reporter inviata su internet.

Il suo lavoro ora raccoglie gli sviluppi delle rivolte della «Primavera araba» attraverso foto, video e commenti, notizie ritrovate in rete, pagine e link, documenti caricati in internet soprattutto dagli attivisti, e oggi non più ricavabili dalle (corte) memorie cronologiche del web.
Egitto, Tunisia, Bahrein, raccontati tramite vignette satiriche, graffiti ma non solo:«La cosa più toccante - ricorda la Colferai - riguarda il racconto di storie, notizie istantanee e personali degli utenti dei social, vite vere, singolari e coinvolgenti, non virtuali. Internet è stato utile, soprattutto per l’organizzazione logistica e la comunicazione, ma la rivolta è stata ed è di persone. La gente era già pronta, era già tutto instabile da tempo e Metro ne è la prova. La rivoluzione è stata nelle piazze, è stata una rivoluzione del popolo, e i social sono stati lo strumento adeguato per organizzarlo, ma solo finchè il governo non si è accorto della loro importanza. I dittatori non erano pronti ad internet, non avevano consapevolezza dei nuovi mezzi, non ne erano padroni».
Mattia Valesini
© FCSF – Popoli
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