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Il fallimento del Piano nomadi di Roma
29 giugno 2011

Il 31 luglio 2009 veniva presentato a Roma il Piano Nomadi della capitale. «Una rivoluzione copernicana» - veniva detto -, «Un modello da esportare in tutta Europa». Oggi, a distanza di due anni, il fallimento di questo Piano, in piena continuità con i «piani» delle passate amministrazioni, è sotto gli occhi di tutti. E' fallito il Piano nomadi così come è fallita l'idea di una città aperta al margine e «decentrata».

Da tempo la nostra società italiana è in preda a una profonda crisi di identità. Una crisi che genera insicurezza, rassegnazione, paura, difficoltà a riconoscere l’altro, lo straniero, il diverso. Mai come in questi decenni l’identità diversa dalla nostra ci spaventa e ci urta e spesso ci imbarazza semplicemente il fatto di doverla definire e circoscrivere. Essa però diventa funzionale alle forze politiche quando si ha la necessità di individuare “capri espiatori” o meglio ancora, contenitori su cui vomitare le colpe altrui. Il trattamento che in questi tre anni la città di Roma ha riservato alle comunità rom e sinte rappresenta la cartina di tornasole attraverso cui osservare la capacità della città, e in primo luogo dei suoi amministratori, di accogliere, di aprirsi, di trasformarsi positivamente nel rapporto con la diversità. Quello che emerge è però il racconto di storie di chiusura, di diffidenza, di paura, è la narrazione di una politica sociale discriminatoria e segregativa. Emerge però prima di tutto una storia di potere fatta da chi, nei palazzi nostra città, detiene la cultura, i media, il diritto-dovere delle scelte.

1. Quella dei rom è una presenza fastidiosa e sconcertante non fosse altro perché presente sul nostro territorio, in maniera conflittuale e irrisolta, da più di 600 anni. Ai rom il potere su come essere chiamati è stato tolto da molti secoli, e i nomi con cui vengono designati da noi sono pieni di disprezzo. Noi, come società dominante, abbiamo in mano il potere sulle parole e a noi è dato il potere di chiamare i rom secondo le "forme di pregiudizio" che abbiamo precostituito.

In questo periodo di crisi abbiamo cercato di uscire dalla difficoltà di approccio nei confronti dell’universo “zingaro” attraverso l’ambiguità, ossia sostituendo la figura del rom con la figura del “nomade”, arrivando cioè a definire una qualche identità che precisi, in maniera più chiara e indelebile, i confini culturali del rom come distinti e limitati ai confini della nostra cultura. Parlo di ambiguità perché non si tratta di riconoscere la vera identità della comunità rom nella nostra città. Se sono “nomadi” vengono necessariamente considerati come cittadini di nessun posto, di nessun paese, senza patria. Nomade: senza fissa dimora, incontrollabile, sfuggente, occulto.

Negli ultimi anni è di fatto opinione comune di qualche magistrato o assistente sociale, degli insegnanti piuttosto che del personale sanitario che i rom per definizione siano “nomadi” o comunque stranieri e basta; privi di qualsiasi cittadinanza. Il rom è senza terra e senza residenza ed assume quindi la valenza (quasi romantica) di cittadino “nomade” e senza terra, perde perciò il diritto di cittadinanza. Da qui nascono tutti i progetti socio-assistenziali rivolti ai “nomadi“ e alla loro “integrazione”; si parla di “inclusione/esclusione sociale” sottintendendo la necessità di portare il “nomade” a una qualche forma di integrazione sociale dato che così come è non va. Anzi, va integrato. Il termine "nomade" in se tradisce propositi chiari di emarginazione.

Per questo abbiamo iniziato a chiamare i rom “nomadi”, a creare un Ufficio Nomadi, un Ufficio Scolarizzazione Bambini Nomadi, fino a inaugurare un Piano Nomadi figlio di un emergenza nazionale determinata “dalla presenza delle comunità nomadi“. Malgrado in Italia il nomadismo sia totalmente assente all’interno delle comunità rom da diversi decenni.

2. Se analizziamo le politiche socio-assistenziali nei confronti delle comunità rom a Roma, osserviamo come esse siano state abilmente anticipate (e sostenute) da un processo di discredito sociale inteso come l’alimentarsi, reale o immaginario e comunque sempre abilmente amplificato dai media, di comportamenti devianti (rapine stupri, rapimenti di minori,…) che nel tempo hanno rafforzato stereotipi, giudizi, leggende urbane (rogo di Ponticelli, omicidio Reggiani,…) e quindi giustificata, o almeno resa comprensibile, ogni azione sociale con forte carattere discriminatorio e punitivo. Nell’immaginario collettivo si rafforza l’immagine del “nomade criminale”, ovvero del criminale che fa del nomadismo il suo stato di vita funzionale alle sue azioni illecite.

3. Il Piano Nomadi si è dunque posto di fronte a un individuo rom considerato “nomade criminale”. Il “nomade criminale” è colui che sta fuori, ai margini della città e della società; si dice che non voglia lavorare, che non mandi i figli a scuola, che non voglia partecipare ai processi di integrazione, che vive di espedienti … Una volta creata la figura del “nomade criminale” le istituzioni locali hanno sentito la necessità di collocarlo in uno spazio sociale a lui consono.

Nella storia occidentale lo spazio riservato al “nomade” è il “margine”, il "non luogo" dove la storia e il tempo sono cristallizzati e ogni volta che io ho definito un “diverso“ ho dovuto anche contestualizzarlo mettendo in atto un preciso processo di marginalizzazione. Il margine di per se non esiste ma esso viene creato ogni qualvolta si ha la necessità di definire una identità “altra”, diversa dalla nostra, all’interno del quale porre il diverso, una diversità appunto “nomade”. Se poi il “nomade” è anche “criminale” lo spazio marginale in cui collocarlo deve essere anzitutto lontano dalla città, “sicuro” e “controllato”.

Le politiche abitative elaborate dal Piano Nomadi di Roma ben rappresentano l'espressione architettonica dell'insieme di pregiudizi che avvolge l'universo rom. Il campo nomadi pensato dalla giunta Alemanno non è solo uno strumento di controllo. Esso rappresenta anche il mezzo con cui l'amministrazione definisce la comunità rom e sinta residente nella capitale. Il rom è rom perchè vive nei campi e chi vive nei campi non può che essere un rom. E così nei campi nomadi viene collocata su base etnica un'utenza specifica, si portano i servizi essenziali, si definiscono norme che valgono solo per lo spazio delimitato dalla recinzione del campo e che altrove sarebbero giudicate illegittime.

Si scopre così come lo stesso impianto del Piano Nomadi si fondi sulla scelta di collocare i “nomadi criminali” ai margini della città, ai bordi delle autostrade o delle ferrovie, presso insediamenti industriali e discariche, comunque fuori dal centro, in un luogo videosorvegliato e controllato.

Anche a scuola l’alunno rom è al margine fisicamente. Prendiamo come esempio tutti quei progetti di scolarizzazione che vedono l’alunno rom impegnato per diverse ore della settimana fuori dalla classe di iscrizione, nei laboratori destinati ai bambini "nomadi", come se potesse ricevere un’educazione solo fuori, fuori dalla sua classe.

4. Dopo aver collocato il “nomade criminale” nel suo spazio ideale “il campo nomade” (il margine sociale) l’amministrazione comunale ha dovuto promuovere progetti socio-educativi per farlo uscire dal margine (dove lo aveva collocato) accompagnandolo verso processi di integrazione-assimilazione. Il “nomade criminale” deve diventare un “sedentario onesto“”, attraverso specifici percorsi. Affinchè questo avvenga, i processi sociali individuati sono nella maggior parte dei casi la scolarizzazione e il lavoro. Troppo spesso nelle scuole romane l’identità dell’alunno rom non viene assolutamente riconosciuta, perché giudicata pregiudizialmente negativa e quindi da cambiare. In altri casi si è avuto lo stesso effetto ma con modalità opposte Dove si sono sviluppati progetti di pedagogia interculturale, questi hanno l’effetto di “visibilizzare” gli alunni rom, costruendo un processo di iperetnicizzazione che ha portato a una discriminazione di fatto. Spesso accade che nella retorica della difesa delle differenze culturali e delle etichette etniche si consentono azioni che calpestano i fondamentali diritti della persona umana.

Quando i processi sociali del lavoro e della scolarizzazione non funzionano il rom diventa chiaramente il soggetto responsabile del mancato cambiamento e il gagiò (il non rom) definisce il rom come colui che non ha fatto funzionare il progetto (“perché non manda i bambini a scuola…”; “perché non ha continuità nel lavoro…”).

In conclusione dobbiamo dire che nelle nostre città i rom negli ultimi tre anni sono diventati ancora di più soggetti marginali perchè ogni volta che si sono trovati di fronte a un progetto socio-assistenziale rivolto ai “nomadi”. In questo senso il Piano Nomadi di Roma è un piano fallimentare perché è un piano socio-assistenziale che ha chiamato il rom “nomade criminale”, lo ha posto nel “margine” denominato “campo nomadi“, ha compiuto sforzi per “integrare” il “nomade” dal margine attraverso progetti discriminatori e segregativi. Quando lo sforzo è risultato vano ha scaricato la colpa sul “nomade“ che, oltre a essere “criminale“ è anche il soggetto colpevole della sua mancata “assimilazione” sociale. Il Piano Nomadi ha all'origine il pensiero cinico e lucido di una città chiusa, che esclude ed emargina, definendo, confinando e limitando i diritti individuali e collettivi.

Quale soluzione alternativa al Piano Nomadi? Non dimentichiamo che è sulla forza del potere che le politiche sociali del Piano Nomadi di Roma hanno giocato la loro partita nei confronti delle comunità rom e sinte. Dovremmo allora ripartire accettando di rinunciare al potere se vogliamo pensare di costruire una città diversa, una città aperta e non arroccata sulle poche e confuse certezze che si pensa di possedere.

Il potere sulla parola iniziando a riconoscere il diritto di ogni uomo ad essere chiamato con il suo nome.

Il potere di classificare i gruppi su base etnica per consentire di definire le diversità non bloccate all'interno di categorie culturalmente rigide ma ponendo l'attenzione su individui concreti chiamati a costruire la propria identità sulla base dei diritti fondamentali dell'uomo

Il potere di collocare la visione che abbiamo dei rom nello spazio dell'emergenza sociale espressa nella volontà di trattare la questio rom in una situazione di non-normalità nella quale si utilizzano in maniera strumentale le categorie del nomadismo, della sicurezza, della solidarietà

Il potere di creare aree dove il margine è istituzionalizzato. I "campi nomadi" sono pensati dai legislatori, progettati dagli assessori, realizzati da ingegneri, architetti e geometri che, almeno quando sono in buona fede, rappresentano architettonicamente la loro personale visione del mondo rom.

Non possiamo dimenticare che il rom, prima di essere un rom, imbalsamato nelle categorie che gli abbiamo costruito, è una persona o meglio un cittadino della città aperta che siamo chiamati a costruire. Nel riconsegnare al rom (non solo al rom ma ad ogni cittadino che vive problematiche legate alla casa, al lavoro, alla salute) il diritto alla cittadinanza, o meglio il potere della cittadinanza, saremo capaci di individuare strategie operative non selettive che potranno condurre a ritrovare il diritto smarrito di una città ad essere una città aperta e dei rom a essere cittadini veri.

Carlo Stasolla
Associazione 21 luglio

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