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Il giorno in cui scoprimmo di essere l’America
25 luglio 2011
All’alba dell’8 agosto 1991, un elicottero della Guardia di Finanza avvistò al largo di Bari il mercantile albanese Vlora, che puntava, lento ma sicuro, verso il capoluogo pugliese. Quando il profilo della nave si delineò più nitido all’orizzonte, gli operatori portuali rimasero sbigottiti: era un gigantesco grappolo umano carico di 17mila persone, abbarbicate perfino a cime e pennoni. Contro ogni avversità, gli albanesi inseguivano il sogno di una vita migliore, lontano dalla miseria che attanagliava il loro Paese.
Poco dopo, il brulicante formicaio che stipava la Vlora si riversò sui moli dello scalo pugliese: erano in maggioranza giovani uomini, stremati dalla traversata cominciata il giorno prima dal porto albanese di Durazzo e giunti in Italia a mani vuote.

NELLO «STADIO LAGER»
Le immagini dello sbarco irruppero nell’afosa quiete delle vacanze italiane, segnando nell’immaginario collettivo l’inizio delle migrazioni di massa verso il nostro Paese. L’Italia, che aveva sempre sognato l’America, si scopriva quel giorno «terra promessa», ma era impreparata alla nuova realtà. In quella torrida mattina d’agosto, l’inattesa ondata di immigrati albanesi colse Bari alla sprovvista. Dove sistemare in fretta e furia migliaia di persone? La prefettura diede ordine di trasferire i passeggeri della Vlora allo stadio della Vittoria, le cui porte furono bloccate da enormi pile di container, mentre si procedette a una sommaria distribuzione di acqua e viveri tramite gru ed elicotteri.
Il campo sportivo divenne teatro di una feroce lotta per la sopravvivenza: solidali a bordo della Vlora, dove avevano condiviso disagi e speranze, gli ex compagni di viaggio si azzuffarono selvaggiamente per accaparrarsi panini e bottiglie. In quel clima da legge della giungla trascorsero tre lunghissimi giorni, sotto un sole cocente, dormendo sulle gradinate.
Le immagini dello «stadio lager», come lo definì l’allora sindaco di Bari, Enrico Dalfino, fecero il giro del mondo, sollevando polemiche e proteste. Nel frattempo, la maggioranza degli albanesi fu rimpatriata a bordo di aerei C-130: un’operazione inutile, perché quasi tutti gli espulsi tornarono in Italia negli anni successivi.

L’ULTIMO «CARCERE» D’EUROPA
Ma come si era giunti a questi provvedimenti estremi? Per capire, bisogna ripercorrere le tappe dell’esodo schipetaro e l’impatto che esercitò dapprima su Durazzo, lo scalo albanese di partenza, e poi su Brindisi, città che accolse in maniera esemplare la prima ondata migratoria albanese nel marzo del 1991, cinque mesi prima dell’episodio di Bari.
«La folla che si riversava nel porto si trovava al cospetto di una giungla, le cime delle navi sembravano liane e le sagome che si arrampicavano sui ponti parevano scimmie, accavallate le une sulle teste delle altre, piramide umana, mentre si accalcavano a centinaia sulle banchine, premute da migliaia di altre creature che confluivano verso il porto da ogni dove. Le porte dell’ultimo carcere ideologico d’Europa erano spalancate: o gente, prendiamo le navi! se non le navi, i pescherecci! se non i pescherecci, le barche! via in mezzo al mare e chi ci salverà ci salverà!». Sorride il professor Met Dervishi, 59 anni, direttore del settimanale di Durazzo Gazeta Dyrrah, mentre legge l’incipit del suo romanzo Il sogno dei sandali di cristallo Swarovski, pubblicato nel 2008.
«Voi italiani non siete gli unici ad essere rimasti sotto choc», spiega Dervishi, descrivendo la marea umana che confluì a Durazzo all’inizio del marzo 1991. La gente arrivava da ogni parte dell’Albania, dalle città e dai distretti montuosi più sperduti: uno spettacolo a dir poco inconsueto, per un Paese dove non era soltanto vietato emigrare, ma anche gli spostamenti interni erano rigidamente limitati. «La nostra città - racconta il professore - è sempre stata molto tranquilla, tipicamente provinciale, quasi intorpidita. Il comunismo vi era stato accolto con freddezza e con altrettanto distacco si guardava all’avvento della democrazia». Ma in quei giorni, la quiete di Durazzo fu scossa dalla massa di «estranei» che espugnava il perimetro dello scalo, rimasto blindato per mezzo secolo. Poliziotti e militari erano scomparsi, i cancelli del porto erano spalancati: si poteva entrare dall’ingresso principale, ma molti preferivano scavalcare i muri di cinta.
«Non sapremo mai com’è andata veramente - prosegue Dervishi -, ma si parlava di un accordo tra i governi albanese e italiano per consentire la partenza di qualche migliaio di persone. Le navi erano lì ad aspettare e gli equipaggi erano consenzienti. La notizia fece il giro dell’Albania e fu come gettare una calamita in una stanza piena di ferraglia». Le autorità albanesi definirono i fuggiaschi «escrementi della nazione» e pertanto gli abitanti di Durazzo, conformisti e timorosi di subire un giudizio sociale negativo, tentarono invano di trattenere i loro figli, ansiosi di esplorare il mondo.

DESTINI INCROCIATI
Il resto della storia lo raccontano Angela Piccoli, 66 anni, insegnante in pensione della provincia di Brindisi, e Artan Shehu, 35 anni, titolare di una pizzeria di Durazzo. Angela è venuta a trovare Artan, che lei e il suo defunto marito avevano preso in affido nel 1991, tenendolo con loro per quattro anni.
La vicenda inizia il 7 marzo di quell’anno, quando nove mercantili albanesi sbarcarono nel porto di Brindisi la prima ondata migratoria in territorio italiano. Tra quelle 22mila persone c’era anche Artan: «Avevo 15 anni - racconta - e partii per spirito d’avventura». Come quasi tutti gli immigrati albanesi, anche Artan sottolinea che «da noi mancavano i generi di consumo, ma non si moriva di fame. La gente è emigrata alla ricerca del benessere e di una società meno provinciale».
I genitori di Artan criticavano l’emigrazione e tenevano il figlio sotto controllo: «Ma riuscii a fuggire - ricorda -, e mi ritrovai su quella nave colma di gente come me, tutti partiti all’improvviso. Ecco perché siamo arrivati in Italia soltanto con i vestiti che indossavamo». A Brindisi, gli albanesi furono ricevuti dai membri delle associazioni di volontariato e da centinaia di cittadini che offrivano loro cibo, vestiti, ospitalità. «Fu un’accoglienza straordinaria, che non dimenticherò mai - ricorda Artan -. I brindisini ci hanno dato tutto, senza che noi chiedessimo. Siamo rimasti sorpresi, perché da noi è impensabile tanta solidarietà verso gli estranei».
Le istituzioni italiane non erano preparate a gestire un’ondata simile, ma la loro lentezza fu compensata da un movimento popolare di solidarietà spontanea e dall’azione delle associazioni religiose e laiche. Il tempestivo intervento di Caritas e Azione cattolica riuscì a catalizzare l’azione individuale di centinaia di brindisini, che dimostrarono una generosità e un’ospitalità commoventi. Importante fu anche il ruolo dei comuni della provincia, che misero a disposizione diverse strutture, tra cui scuole e alberghi.
I minorenni, tra i quali Artan, vennero alloggiati all’Istituto Margiotta, un ex orfanotrofio della curia arcivescovile. Angela Piccoli e il marito vivevano a Mesagne, avevano quattro figli adolescenti ed erano membri dell’Azione cattolica. «Quando sapemmo del Margiotta pensammo subito che la nostra famiglia fosse un ambiente adatto all’inserimento di un minore e facemmo domanda di affido. Fu così che Artan entrò nella nostra vita». All’inizio, nella sua nuova casa, il ragazzino era spaesato e molto chiuso. «Tentammo di convincerlo a studiare, ma Artan non voleva saperne. Mi prese subito come punto di riferimento e mi si rivolgeva come se fossi la sua mamma, mentre con mio marito instaurò un’amichevole complicità».
L’idillio fu infranto da una lettera della questura di Brindisi. I genitori di Artan avevano fatto domanda di rimpatrio del figlio al comune di Durazzo e alla Croce rossa, che collaboravano con le autorità italiane per rintracciare i minorenni fuggiti a marzo. Artan fu rispedito in Albania, ma vi rimase meno di un mese e alla prima occasione scappò. «Preferii evitare la Vlora perché girava voce che sarebbe finita male, così mi nascosi nella cisterna di un peschereccio diretto a Bari». Il ragazzo si ripresentò dai Piccoli, che lo accolsero con gioia. «Mi sentii sicuro, protetto, a casa, quella era la mia famiglia italiana».

«SU QUELLA NAVE SALIREI ANCORA»
I genitori albanesi si rassegnarono e, in cambio, iniziarono a ricevere qualche aiuto economico da parte del figlio. «Artan fu assunto come apprendista nella pizzeria di un mio ex alunno - racconta Angela - che, avendo un passato da emigrante in Lombardia, ben capiva la situazione». A sua volta, Artan prese il titolare a modello e iniziò a progettare di aprire una sua pizzeria a Durazzo, ma il magro stipendio non gli avrebbe mai consentito di accumulare il denaro sufficiente a realizzare questo sogno. Dopo quattro anni, decise a malincuore di lasciare Mesagne e il suo titolare lo indirizzò presso una pizzeria di Cesenatico, dove il ragazzo lavorò per sei anni.
«Artan tornava spesso da noi - ricorda Angela - e, ora che vive in Albania, io e i miei figli a volte veniamo a trovarlo. Sono molto orgogliosa di lui, è bravo, un gran lavoratore e ha due bellissimi bambini. Cosa si può desiderare di più?». Anche Artan è soddisfatto, perché ha raggiunto i suoi obiettivi: è riuscito ad aprire una sua pizzeria e si è creato una famiglia. «Per altri non sarà il massimo, ma per me va bene così. La vita mi ha offerto delle opportunità e ho saputo coglierle. Su quella nave ci risalirei mille volte, anche adesso».
Abbiamo un’ultima domanda per Angela: perché gli immigrati della Vlora non ricevettero la stessa accoglienza riservata a quanti erano sbarcati a Brindisi? «Le istituzioni crearono una netta separazione tra italiani e albanesi, così le associazioni di volontariato non ebbero la possibilità di intervenire. D’altra parte, i pugliesi avevano esaurito la carica di solidarietà manifestata cinque mesi prima e non protestarono per l’episodio dello stadio di Bari. Credo che questo repentino mutamento di atteggiamento sia dipeso dai media, che iniziarono a diffondere lo stereotipo negativo dell’immigrato albanese. Comunque oggi la consistente comunità albanese della provincia di Brindisi ha un alto grado di integrazione nel tessuto sociale, derivata proprio dall’incontro e dalla socializzazione immediata con i brindisini. Credo che questo sarebbe l’esempio da seguire anche oggi».

SE LA VITA INIZIA A 15 ANNI
Diversa, ma ugualmente paradigmatica, è la vicenda di Genti Hoxha, nato 34 anni fa a Durazzo e oggi programmatore presso un’azienda informatica di Genova. «Il mio percorso in Italia è stato tutto in salita - racconta Genti -: sono partito dalle condizioni più sfavorevoli per arrivare, con tenacia e fortuna, al conseguimento della cittadinanza italiana».
Nell’aprile del 1991, il quattordicenne Genti giunse a Bari nascosto nella cisterna di un peschereccio albanese. «Quando si seppe che i nostri compatrioti erano stati ben accolti in Italia, mio zio decise di partire e lo pregai di portarmi con lui».
Gli Hoxha puntarono dritti verso Genova, dove alcuni concittadini già lavoravano nell’edilizia. «Lavoravamo a giornata - sospira Genti -, grazie alla raccomandazione di altri albanesi, ma eravamo senzatetto. Dormimmo per un anno in una fabbrica dismessa, in condizioni che preferisco dimenticare. Non so come ho fatto a resistere. Mio zio cedette e tornò in patria, ma io ero convinto che, toccato il fondo, le cose sarebbero migliorate». E così fu.
Un gruppo di volontari cattolici iniziò a interessarsi degli abitanti della fabbrica e, notando il giovanissimo Genti, gli chiesero cosa volesse fare della sua vita. «Risposi che mi sarebbe piaciuto fare l’elettricista - racconta il programmatore -, così i volontari mi procurarono un lavoro da apprendista, alloggiandomi presso due ragazzi albanesi più grandi». Genti conseguì in tempo record il diploma di terza media e quello di perito elettronico, dopodiché si iscrisse a un corso di programmazione informatica, per essere poi assunto presso l’azienda dove tutt’oggi lavora.
«La mia vita è iniziata a 15 anni - sorride Genti -, e da allora ho sempre avuto una gran voglia di fare. Mi sono laureato, ho viaggiato in tutto il mondo, dedico parte del mio tempo al volontariato e ho appena ottenuto il sospirato passaporto italiano». Gli chiediamo se è felice. «Felice come un qualunque italiano - risponde -, con una delusione sentimentale alle spalle, l’incubo che l’azienda tagli il personale e la difficoltà a comprare casa. Ma sono io che ho deciso di vivere in Italia anziché in Albania, quindi non devo lamentarmi. Anche questa è integrazione, no?».
Francesca Niccolai
Popoli, n. 7-8 (agosto-settembre) 2011
© FCSF – Popoli
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