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"Il mio compagno di prigionia Havel, come Davide contro Golia"
23 dicembre 2011
Nella cattedrale di Praga, uno dei luoghi d’Europa che meglio simboleggiano il potere nella memoria storica e letteraria, boemi e moravi salutano uno dei leader della lotta per la democrazia e i diritti umani. Václav Havel, il drammaturgo dissidente, guida della «Rivoluzione di velluto» del 1989 contro il comunismo in Cecoslovacchia e, per 14 anni, capo di Stato, è morto il 18 dicembre a 75 anni. Molti leader stranieri si ritrovano al castello di Praga per salutare un personaggio chiave della storia recente in Europa centro-orientale. Soprattutto i cechi, al di là delle divisioni politiche, si raccolgono intorno all’ex presidente. In questi giorni una grande folla ha accolto il passaggio del feretro nelle strade del centro di Praga. Fra i tanti giunti nella capitale c’è padre František Lízna. Questo gesuita, di cinque anni più giovane di Havel, fu tra i circa 250 oppositori che firmarono Charta 77, il documento del dissenso al regime, redatto su iniziativa dello stesso Havel. Erano credenti e non credenti e molti di loro pagarono di persona quella richiesta di vedere rispettati i diritti umani e civili in Cecoslovacchia e nel mondo.

Padre Lízna è entrato nei gesuiti nel 1968, durante la Primavera di Praga. Pochi anni dopo prese i voti, dietro le porte chiuse di una piccola chiesa, di nascosto dalla polizia di regime. Già da ragazzo aveva subito una condanna a otto mesi di carcere per avere strappato una bandiera sovietica. Era forse normale che il percorso del giovane religioso si intrecciasse con quello del drammaturgo. «All’epoca di Charta 77 vivevo in Moravia e conoscevo Havel solo come letterato. Quando mi si è presentata l’opportunità di aderire, ho sentito in coscienza il dovere di firmare e ho vissuto quell’atto come un dono. Mi ero reso conto che, dopo un lungo silenzio, tante persone avevano il coraggio di andare contro corrente».

Il gesuita chiese allora il parere al suo superiore cecoslovacco, che non era favorevole perché temeva le conseguenze dell’iniziativa. Come religiosi, i gesuiti subivano una repressione particolarmente dura. Dopo l’ordinazione nel 1974, ad esempio, padre Lízna non fu autorizzato a celebrare e la sua vita religiosa continuò clandestinamente: per sedici anni fece altri lavori, soprattutto l’infermiere. Ma non rinunciò a quella firma. E negli anni subì quattro arresti e in tutto quattro anni e tre mesi di carcere.

Quali sono i ricordi più importanti che conserva di Havel?
Nel 1982-83 ci ritrovammo insieme detenuti nel carcere di Pankrác a Praga. Appena arrivato nella cella, mi dissero di guardare oltre le grate, nel cortile. Dal basso Havel mi vide e mi salutò con un cenno della mano. In cambio gli lanciai un pezzo di cioccolato, che in prigione era un bene prezioso. Tuttavia non eravamo nella stessa sezione e potevamo incontrarci raramente.
Ci fu un momento, però, in cui la sua influenza sul compagno di prigionia fu decisiva. Ce lo può raccontare?
Nell’autunno 1983 l’allora presidente comunista Gustav Husak visitò l’Austria. Nel carcere si venne a sapere che qualche prigioniero politico sarebbe stato liberato come segno di distensione (due anni prima una visita di Husak a Vienna era stata annullata per il trattamento che il regime riservava ai dissidenti, ndr). Le autorità chiamarono solo Havel negli uffici della direzione del carcere, dove due alti funzionari del ministero della Giustizia gli offrirono l’immediato rilascio in cambio di una domanda di grazia. Questo però significava ammettere colpe che Havel non aveva commesso. La proposta lo colse di sorpresa. Chiese allora di consultarsi con Olga, sua moglie, e di avere 48 ore di tempo per riflettere. Ma i funzionari glielo impedirono, dicendogli che doveva scegliere immediatamente. Allora Havel domandò di potere almeno consultarsi con tre detenuti che considerava amici: si trattava di Václav Valeš, un ingegnere che in precedenza era stato vice primo ministro, ma poi era stato espulso dal partito comunista e imprigionato nel 1980; di Jan Litomisky, un agronomo e teologo evangelico, anche lui tra i firmatari di Charta 77, con condanna di tre anni per «sovversione»; e del sottoscritto.

Quale fu il vostro consiglio?
Ci fecero sedere davanti a una scrivania. Vicino a noi c’era solo una guardia con un registratore. Non sapevamo ancora nulla e per qualche momento abbiamo pensato che saremmo stati liberati: poi con grande sorpresa abbiamo visto Havel entrare nella stanza. Lo fecero sedere di fronte a noi. C’era un’atmosfera tesa. Ha spiegato che voleva chiedere la nostra opinione sulla domanda di grazia. La guardia allora ha dato per primo il microfono a Valeš, che disse: «Fai come ti dicono, esci di qui, non ha senso che resti in carcere». Dopo la fine del comunismo si è saputo che anche lui era un confidente della polizia segreta, ma allora Havel non lo poteva sapere. Poi diedero il microfono a me, ma ero sconvolto e ho chiesto che prima parlasse Litomisky. Aveva il carattere del contadino di poche parole: si limitò a dire di non accettare. Alla fine toccò a me dare la risposta che sarebbe stata risolutiva. «Václav - dissi -, sei in carcere già da quattro anni, sei malato (aveva seri problemi polmonari), hai una moglie che ti aspetta. Non ho il coraggio di dirti sì o no…». Feci una pausa, infine gli dissi: «Non farlo, non hai fatto niente di male per cui chiedere la grazia. Hai aiutato tanta gente: sono loro che ti devono liberare». Immediatamente Havel si è rattristato in volto, ha mostrato la sua fragilità di uomo davanti a quella situazione. Si è perfino rivolto alla guardia chiedendogli «Che cosa devo fare?», ma questo rispose bruscamente che non voleva dare nessun consiglio. Poi Havel ha ripreso coraggio, si è fatto più serio e ha dichiarato che non avrebbe presentato alcuna domanda di grazia.

Avete subito ritorsioni?
Tutti furono puniti. Litomisky e io fummo mandati in una cella di punizione. Anche Havel venne trasferito a un altro posto di lavoro all’interno del carcere. Ma dopo un mese fu mandato in ospedale perché le sue condizioni di salute erano sempre più gravi. Non fu graziato, ma la pena fu ugualmente interrotta. Di fronte all’opinione pubblica occidentale risultava liberato e il regime non aveva perso la faccia.
Pochi mesi prima che il regime crollasse, nel 1989 Havel fu imprigionato ancora una volta. La «Rivoluzione di velluto» lo portò in breve dalla cella al vertice dello Stato democratico. Ricoprì la carica di presidente della Repubblica cecoslovacca fino al 1993, quando il Paese si divise pacificamente nei due nuovi Stati, e per altri dieci anni è rimasto al Castello come presidente della Repubblica Ceca. Padre Lízna ha potuto continuare la sua vita di religioso, ma non si è mai allontanato del tutto dal mondo dei prigionieri e per qualche anno ha lavorato in un carcere come cappellano. «Dalla prima volta che fui imprigionato a 19 anni, ho sempre fatto parte del gruppo dei più disprezzati e perseguitati - racconta -. Spesso ho diviso la cella con detenuti rom o criminali comuni. Ho simpatizzato con chi era ai margini della società, perché sentivo che eravamo sulla stessa barca». Non ha più abbandonato l’impegno per i più emarginati nella società ceca, in particolare i rom e per il suo lavoro ha ricevuto una delle più importanti onorificenze nazionali.

Sono continuati i rapporti con Havel diventato presidente?
Sì. Ho avuto sempre grande stima di lui, ma più come dissidente che come uomo politico. Ci siamo incontrati ancora, specialmente in occasione della festa nazionale il 28 ottobre, quando mi invitava alle celebrazioni a Praga. Abbiamo mantenuto contatti epistolari, coltivando l’amicizia. Ciò nonostante sono rimasto sorpreso dalla moltitudine di persone che in questi giorni stanno rendendogli omaggio. La televisione nella Repubblica Ceca continua a trasmettere programmi dedicati a lui. Era un uomo umile, penso che non gli sarebbero piaciute tante commemorazioni. Ma si vede, minuto dopo minuto, come questa partecipazione sia un sentimento non solo diffuso, ma profondo. Migliaia di persone, anche giovani, si sono stanno incontrando intorno alla sua figura. Significa che la stima è rimasta grande anche se negli anni della politica ha avuto molti avversari. Molti suoi atti politici erano discutibili. Io non approvavo il fatto che non avesse abolito il Partito comunista dopo la fine del regime. Del resto non era possibile che un uomo da solo potesse cambiare completamente tutta la situazione. Per me era un uomo «piccolo», ma è stato uno strumento di Dio che ha ci mostrato la strada da seguire. È stato come una lotta fra Davide e Golia e Havel è stato il «nostro» Davide.

Le esequie religiose non erano scontate.
C’è stata qualche incertezza intorno ai funerali che saranno celebrati dall’arcivescovo di Praga. Havel aveva scelto di ritirarsi a Trutnov, nel nord della Boemia, dove risiedeva spesso durante il comunismo, sorvegliato dalla polizia segreta. Amava questa regione. Là alcune suore di san Carlo Borromeo a turno gli davano assistenza in questi ultimi tempi di malattia. Ho incontrato una di loro che mi ha rivelato quanto gli avesse fatto piacere la mia ultima lettera tre mesi fa. Prima della sua morte le suore stesse - così mi hanno riferito - avevano pensato a me come il sacerdote giusto per una confessione. Non voglio peccare di orgoglio dicendo questo e, comunque, una confessione non c’è stata e Havel è morto improvvisamente. Nessuno sa se volesse un colloquio spirituale o fosse solo un’idea delle suore che gli erano vicino.
Francesco Pistocchini
(si ringrazia Cyril John S.I. per la collaborazione)

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