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Il papa in Benin, incontro con le religioni tradizionali
16 novembre 2011
Inizia venerdì 18 (e terminerà il 20 novembre) il viaggio apostolico di papa Benedetto XVI in Benin. È il secondo viaggio del pontefice in Africa. Il primo si tenne dal 17 al 23 marzo 2009 e toccò Camerun e Angola. In quell’occasione il papa consegnò ai vescovi africani l’Instrumentum Laboris, cioè il documento con le linee guida per il Sinodo speciale africano che si svolse nell’ottobre 2009 in Vaticano. In Benin, Benedetto XVI firmerà l’Esortazione apostolica Africae munus, cioè il documento finale del Sinodo, che poi consegnerà ai 35 capi delle conferenze episcopali nazionali e ai 7 responsabili delle conferenze regionali del continente. Il papa poi compirà una visita sulla tomba del cardinale Bernardin Gantin, scomparso nel 2008 e molto caro al pontefice.
In Benin, Paese in cui il vodun è religione nazionale, il papa verrà anche a contatto con le religioni tradizionali africane. Per comprendere cosa rappresentano queste fedi nel continente, anticipiamo parte dell’intervista, che uscirà sul numero di dicembre di Popoli, a Mpay Kemboly, gesuita, consigliere del Padre generale della Compagnia di Gesù per il dialogo con le religioni tradizionali africane.

Mpay Kemboly, gesuita congolese, 44 anni, professore presso la facoltà di Filosofia Saint-Pierre Canisius di Kimwenza (Rep. Dem. Congo) da maggio 2010 è il consigliere del Padre Generale della Compagnia di Gesù per il dialogo con le religioni tradizionali africane. A lui abbiamo chiesto di spiegarci cosa si intende quando si parla di religioni tradizionali africane, quali elementi in comune hanno fra loro e perché la Compagnia ha deciso di nominare un esperto per il confronto con queste realtà.
«Le religioni africane tradizionali sono nate nel continente e sono quindi molto legate alla terra, alle persone, alle culture, ai popoli e all’ambiente d’origine. Il termine “tradizionale” non fa affatto riferimento a qualcosa di sorpassato che si oppone a ciò che è moderno. Al contrario, le religioni tradizionali sono espressione del nostro essere africani e della nostra spiritualità. Ciò che determina il nostro modo di rapportarci agli altri, alle cose e alle parole.
Queste religioni tradizionali sono diffuse principalmente nel continente africano, anche se non in modo uniforme. Tuttavia alcuni elementi fondamentali di esse sono presenti a vari livelli anche nel continente americano come conseguenza della tratta degli schiavi nei secoli scorsi. Non solo, ma gli africani di oggi, emigrando, portano con sé la loro fede. Le religioni tradizionali sono quindi presenti ovunque vivano africani.
Prima di cercare di capire quali sono gli elementi comuni di queste religioni, vanno fatte alcune premesse. Innanzitutto va detto che non ci troviamo di fronte a un’unica fede, ma ce ne sono tante quante sono le culture e le etnie africane. In secondo luogo, esistono religioni tradizionali più antiche e altre più recenti. Ciò significa che diversi eventi storici hanno causato (e causano tuttora) rotture con la tradizione, ma anche evoluzioni e cambiamenti. In altre parole, le religioni africane tradizionali sono vive e dinamiche. In terzo luogo, esistono religioni africane tradizionali che coprono aree più vaste e contano un numero di adepti più elevato e altre circoscritte a piccole zone e con meno seguaci. Infine, queste religioni hanno influenzato in molti modi i movimenti religiosi e le confraternite mistiche in Africa (d’ispirazione cristiana o islamica) in particolare a partire dal XVIII secolo. Questa influenza è così significativa che questi movimenti possono essere considerati come metamorfosi o evoluzioni delle religioni africane tradizionali.
Se quindi si può affermare che esiste una molteplicità di religioni africane tradizionali, tuttavia è possibile raggruppare questa moltitudine secondo alcuni elementi comuni, che si ritrovano nelle credenze, nei rituali, nelle pratiche, negli atteggiamenti, ecc. Posso citare a titolo illustrativo cinque elementi comuni: 1) la fede nella pre-esistenza dell’Essere supremo creatore; 2) la fede nella presenza e nell’azione dell’Essere supremo tramite suoi intermediari o guardiani del verbo; 3) l’iniziazione alla scoperta della via di Dio e all’essere interiore del credente; 4) la questione dell’entrata del male nel mondo e della lotta contro il male e le sue manifestazioni; 5) l’ineluttabilità della morte, il giudizio della vita umana dopo la morte e la credenza nell’Aldilà. Un credo assai diffuso tra gli africani è che i morti non siano mai veramente morti».

Le religioni tradizionali come influenzano il cristianesimo locale?
Dai primi secoli della sua storia in Africa, il cristianesimo ha subito l’influenza dalle religioni ancestrali africane, soprattutto in Egitto, Nubia ed Etiopia. Nella sua seconda fase, apertasi nel XV secolo, e nella terza, durante il XIX secolo, vi sono elementi sufficienti per affermare che gli archetipi di diverse religioni africane sono penetrati profondamente nel cristianesimo in Africa. Ci limitiamo a qualche esempio.
La «croce ad anse», ankh, dell’antica religione dei faraoni, è stata sostituita al legno della croce per permettere ai cristiani egiziani di rappresentare la croce del Cristo come albero e chiave di vita, il Cristo come la vita, il vivente e il vivificante. Il colore rosso, che abbonda nell’iconografia sacra africana, significa anch’esso vita, vittoria, a volte un  segno di comunione apotropaico (oggetto o persona in grado di scongiurare, allontanare o annullare influssi maligni). Quindi il significato del sangue eucaristico è più semplice da comprendere agli occhi degli africani. La pelle di leopardo, indossata dai sacerdoti dell’antica religione egiziana, è stata adottata anche dai preti di rito congolese. Questo simbolo fa del sacerdote un iniziato e una sentinella della sua comunità. Egli è colui che non si addormenta mai e che ha una conoscenza straordinaria, al punto di diventare un maestro nel discernimento degli spiriti. Così il religioso viene percepito come colui che combatte i seguaci del male attraverso la potenza di Dio e come un maestro di iniziazione spirituale.
Quando e perché la Chiesa cattolica ha iniziato a dialogare con esponenti delle religioni tradizionali? La Compagnia di Gesù che ruolo ha avuto in passato?
Il dialogo ufficiale tra Chiesa cattolica e religioni non cristiane, in particolare le religioni africane tradizionali, è iniziato nel biennio 1964-1965 sulla spinta dei documenti elaborati nel corso del Concilio Vaticano II, in particolare la dichiarazione Nostra Aetate (1965).
Papa Paolo VI ha promosso questo dialogo creando il Segretariato per i non cristiani (1964) e pubblicando importanti documenti. Per l’Africa va citato il messaggio Africae Terrarum (1967), il discorso inaugurale del pontefice al Simposio delle Conferenze episcopali dell’Africa e del Madagascar (Sceam) a Kampala (1969) e l’enciclica Ecclesiam Suam (1964). Il lungo pontificato di Giovanni Paolo II ha molto contribuito al dialogo della Chiesa con le religioni tradizionali. Traendo spunto dall’impulso proveniente dalla Santa Sede, i vescovi e le loro diverse assemblee hanno poi orientato il cammino di questo dialogo. Non va dimenticato anche l’importante lavoro del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Ma in questi anni anche gli operatori pastorali e i semplici credenti si sono impegnati in diversi tipi di dialogo con le altre religioni».

Il dialogo a quali risultati concreti ha portato in questi anni?
Ci sono molti risultati concreti, ci limiteremo a citarne alcuni. Uno dei primi è l’elaborazione di liturgie e catechesi inculturate. Per esempio, nel 1988, la Santa Sede ha approvato il rito congolese della messa. Sempre nella Repubblica Democratica del Congo, nel 1975 mons. Matondo Kwa Nzambi ha creato il movimento Bilenge ya Mwinda («I giovani della Luce»), che si ispira all’iniziazione tradizionale del popolo ngbaka per formare i giovani.
Il risultato di questo dialogo è anche l’assunzione da parte dei religiosi di uno stile di vita africano. Sempre in Congo, il card. Joseph-Albert Malula ha fondato una congregazione religiosa (riconosciuta canonicamente nel 1967) per formare religiose al contempo autenticamente africane e cristiane. Le suore adottano costumi africani come abiti religiosi e la formazione religiosa si ispira alla iniziazione africana tradizionale.

Perché la Compagnia di Gesù ha deciso di aprire il dialogo con le religioni tradizionali africane?
Il dialogo con le tradizioni religiose non cristiane, nel caso nostro le religioni africane tradizionali, oggi è diventata un’esigenza fondamentale nell’annuncio del Vangelo (Dialogo e Annuncio, n. 2). Negli anni passati, come abbiamo visto, solo alcuni gesuiti sono entrati in dialogo con le tradizioni religiose dell’Africa. La Compagnia di Gesù non li ha mai scoraggiati né ostacolati, ma non si era mai impegnata ufficialmente in questo dialogo. È stata la 34a Congregazione generale (1994) a prendere posizione chiara nei confronti nelle religioni tradizionali mondiali e, in particolare, di quelle africane (Cg 34, nn. 132 e 137), inserendo questo dialogo nell’ambito del dialogo con le grandi religioni non cristiane (Cg 34, nn. 149-152).
In questa nuova prospettiva, quanto è stato detto sull’importanza del dialogo del cristianesimo con le religioni non cristiane, si applica mutatis mutandis alle religioni tradizionali africane. Più esplicitamente, la Compagnia di Gesù ha deciso di aprire il confronto con le religioni tradizionali rendendosi conto che queste sono presenti e vive. Inoltre, la Compagnia di Gesù prende atto del fatto che noi viviamo in un mondo pluralista, i nostri problemi e le soluzioni sono interconnessi (Cg 34, n. 133) e le religioni hanno un importante ruolo da svolgere soprattutto per garantire la pace all’umanità. È per questo motivo che «il dialogo interreligioso è un elemento costituente della nostra missione di oggi» (Cg 34, n. 137), Africa compresa. Ancor di più, la Compagnia di Gesù ritiene che questo dialogo - interreligioso e interculturale - debba essere inserito nello sforzo di riconciliazione dell’umanità con Dio, con il nostro prossimo e con tutta la creazione (Cg 35, n. 19-36).


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