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Il sociologo Ambrosini: quanta retorica e confusione
10 luglio 2013
Maurizio Ambrosini, sociologo tra i massimi esperti di immigrazione in Italia, collaboratore fisso di Popoli, denuncia il «doppio linguaggio» della politica quando si affrontano questi temi. Un vizio emerso anche dopo la storica visita del Papa a Lampedusa. «Mi ha stupito ascoltare tanti plausi alle parole del Pontefice da parte di molti politici, quando proprio giovedì, dopo l'incontro tra il nostro premier e quello libico, è stata riaffermata in toto la politica italiana dei respingimenti. Ho sentito con le mie orecchie Enrico Letta dire che "il controllo delle frontiere e della immigrazione clandestina per noi è una priorità". Ora, mi pare ci sia un po' di confusione terminologica (e non solo). Come si fa a definire "clandestino" chi è non è ancora entrato nel tuo Paese? Come fai a sapere che non è invece un potenziale richiedente asilo, che è cosa ben diversa?».

L'obiezione in questi casi è sempre la stessa: bisogna allora aprire le porte a tutti?
«Bisogna essere chiari e coerenti. Se l'Italia ha scritto determinate cose nella sua Costituzione e ha deciso di aderire alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, occorre agire di conseguenza. In questo senso, anche se qualcuno non vuole sentirlo dire, l'accoglienza dei rifugiati non può avere limiti. Non è che se arrivano 100 rifugiati li accogliamo e se ne arrivano 1.000 diciamo che sono troppi e devono tornare indietro. Ogni caso va analizzato individualmente, e se la persona ha i requisiti va accolta. Con i respingimenti invece si generalizza, cercando abilmente di spostare il problema qualche centinaio di chilometri più a Sud dei nostri confini».

Non ritiene però che il problema andrebbe gestito in ottica europea?
Certo, ma anche qui mi pare prevalgano retorica e confusione. Anzitutto, non bisogna pensare che l'Italia sia l'unico Paese europeo toccato dal fenomeno. In Germania oggi vivono 594mila rifugiati, molti arrivati a seguito delle guerre balcaniche, in Italia sono meno di 60mila. E poi l'Unione europea mette a disposizione dei fondi per i programmi per l'integrazione dei rifugiati che noi ci guardiamo bene dall'utilizzare. Perché? Credo che in realtà si voglia mantenere la gestione del problema in ambito nazionale, per avere più potere di controllo.

Dunque le parole del Papa rischiano di cadere nel vuoto?
Diciamo che si cerca abilmente di farle passare come auspici generati da buoni sentimenti religiosi. «Un conto è il Vangelo, un conto la politica», si dice. Invece mi pare che le parole di Francesco chiedano anche una risposta politica e legislativa.

Stefano Femminis
© FCSF – Popoli