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Il sociologo: "Un modello turistico superato"
3 febbraio 2012
Quale modello turistico è stato adottato in Egitto in questi ultimi decenni?
Finora - risponde Paolo Corvo, docente di Sociologia del turismo presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cn) - i grandi operatori turistici hanno scommesso su mega villaggi vacanze che non hanno però alcun rapporto con la realtà locale. Sono pezzi di Italia, trasferiti sul Mar Rosso. Accade, per assurdo, che persino la pasta che viene consumata dai turisti è portata dall’Italia. L’unica cosa veramente egiziana è l’acqua del mare. A volte, questi villaggi hanno addirittura un impatto negativo sulla realtà locale. Penso, ad esempio, ai campi da golf che sottraggono grandi quantità di acqua alle popolazioni che vivono nei dintorni. Un modello di questo tipo, alla lunga, non può funzionare. È necessario che i grandi operatori ripensino l’offerta cercando di aprirsi di più al rapporto con la popolazione del posto. Le rivolte e i grandi cambiamenti politici in atto potrebbero essere un’occasione per ripensare al modello turistico. La maggiore consapevolezza delle propria identità potrebbe portare gli egiziani a trovare nuove forme in cui ci sia un nuovo protagonismo locale. Gli egiziani potrebbero cioè acquisire una nuova intraprendenza, per gestire in prima persona i servizi turistici invece che delegarli a operatori stranieri (che di fatto si disinteressano del territorio).

Perché queste realtà, pur essendo isolate dal contesto, avevano e hanno in parte ancora successo?
Questi villaggi sono le ultime espressioni del turismo di massa. Sono entità extraterritoriali nelle quali turisti stranieri ritrovano gli stessi servizi che troverebbero in patria (cucina, sistemazione alberghiera, ecc.) in una dimensione in cui sono presenti ogni sorta di svago (piscine, giochi per i bambini, casinò, bar, discoteche, ecc.). Ma rispetto all’offerta turistica italiana ci sono tre vantaggi: un ambiente incontaminato, la sostanziale vicinanza geografica e i prezzi competitivi. Molti turisti, poi, andavano in Egitto perché il Paese era di moda e una vacanza in quei posti rappresentava una sorta di status symbol.

La vittoria delle formazioni politiche di impronta islamica nelle recenti elezioni potrebbe avere un influsso negativo sul settore turistico?
Non è detto. Quando un Paese, come l’Egitto, per decenni è stato costruito su principi laici non credo possa cedere all’estremismo. È ovvio che potrebbero manifestarsi forme di intolleranza verso il turismo, soprattutto da parte delle frange più oltranziste. In parte, sarebbe una legittima contestazione di quel modello turistico «isolazionista» di cui si parlava. Quando ti trovi di fronte a villaggi turistici, come Sharm El Sheikh, che non hanno alcuna identità e sono cattedrali nel deserto, sorge qualche perplessità. D’altra parte, è anche vero che queste realtà, non coinvolgendo la popolazione locale, non creano una colonizzazione culturale, ma rimangono strutture esterne al Paese. I fondamentalisti potrebbero quindi tollerarle proprio perché «bolle isolate».

Quali previsioni si possono fare per il futuro?
Difficile dirlo. Le rivoluzioni arabe sono movimenti assai complessi e le incognite sono moltissime. Va anche detto che i turisti hanno la memoria corta. Ricordo quando alcuni anni fa ci furono attentati a Sharm El Sheikh: dopo un primo momento di paura ci fu una ripresa abbastanza rapida. Quindi le cose possono cambiare anche in modo repentino.
e.c.

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