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India, gesuiti contro il nucleare
7 aprile 2011

Numerosi gesuiti indiani stanno animando il movimento antinucleare in India. Dopo avere organizzato il 18 marzo, insieme ad altre realtà della società civile, una fiaccolata presso l’India Gate di New Delhi in solidarietà con le vittime giapponesi, il 25 marzo i gesuiti dell’Isi (Indian Social Institute) della capitale hanno promosso una marcia di protesta verso il parlamento contro la rinuclearizzazione dell’India e per consegnare al primo ministro una petizione di 73mila firme per fermare la costruzione dell’impianto di Jaitapur, nel Maharashtra, lo Stato di Mumbai.
Oltre che potenza in possesso di testate nucleari, l’India si è dotata di 20 reattori nucleari per la produzione di energia, collocati in sei centrali che attualmente producono il 2,8% del fabbisogno nazionale.
Il programma nucleare è in fase di potenziamento. Il governo prevede di dotare il Paese di altri 29mila Mw entro il 2020 e 63mila entro il 2032, per ottenere dal nucleare fino un quarto dell’energia elettrica entro metà del secolo. Per questo 8 reattori sono in costruzione e un’altra ventina in progetto, grazie a un accordo di collaborazione con gli Usa recentemente ratificato dal parlamento (con sospetti di corruzione per ottenere i voti, come rivelato da alcuni dispacci di Wikileaks). Inoltre l’India ha firmato lo scorso dicembre con la società francese Areva (interessata anche ai progetti di rilancio nucleare in Italia) un accordo da 9,3 miliardi di dollari.
Dopo essere stata un «paria» della cooperazione internazionale in campo nucleare per avere acquisito armi al di fuori del Trattato di non proliferazione, dal 2008 gli Usa hanno tolto il bando, aprendo la strada a grandi affari.
Il teologo gesuita Ambrose Pinto, già direttore dell’Isi, si è chiaramente espresso per un movimento di massa che porti il governo federale a ripensare i piani di attuazione del programma nucleare. «In India si possono sviluppare le energie alternative - ha spiegato in un’intervista all’agenzia Misna il gesuita che oggi dirige il St Joseph College di Bangalore, una struttura interamente rifornita di energia attraverso i propri pannelli solari -. L’India ha adottato un modello di sviluppo sbagliato che rischia di soffocare una società pluralista». Ogni istallazione di impianti nucleari, infatti, ha sollevato forti proteste delle comunità locali, represse con la forza. I gesuiti accusano anche danni alla salute delle popolazioni indigene del Jharkhand dove si concentrano le miniere di uranio. 
Tra il 1987 e il 2002 gli impianti nucleari indiani sono stati soggetti a diversi incidenti, il più grave dei quali è avvenuto nel 1995 a Kota, nel Rajasthan, dove ci furono fuoriuscite di materiale radioattivo, le riparazioni durarono due anni e costarono quasi 300 milioni di dollari.
Un altro gesuita, Joseph Xavier, teologo all’Università Gregoriana, da giovane prese parte alle manifestazioni contro il progetto della centrale di Koodangulam, sulle coste del Tamil Nadu, lo Stato indiano colpito dallo tsunami del 2004. Il progetto fu avviato alla fine degli anni Ottanta e poi sospeso per il venir meno della collaborazione con l’Urss. «Noi giovani gesuiti partecipammo alla campagna tra il 1989 e il 1990, iniziata con una sparatoria della polizia contro i pescatori e seguita con un intervento di mediazione da parte dei gesuiti tra manifestanti e forze dell’ordine. Spiegammo ai contadini e ai pescatori che cosa sarebbe successo in caso di incidente ai campi, agli animali, alla vita nel mare. Oggi dopo vent’anni vediamo con i nostri occhi che cosa accade. Senza dubbio - aggiunge padre Xavier - l’energia è un ingrediente essenziale per la vita, tuttavia è il momento di ripensare il nostro uso dell’energia. Non abbiamo bisogno di un altro tsunami per imparare la lezione».

Francesco Pistocchini

(clicca qui sotto per guardare un video sugli antinuclearisti indiani)

© FCSF – Popoli