Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Innamorato dell’islam, credente in Gesù
5 aprile 2011
Esce il 6 aprile in Italia il nuovo volume di Paolo Dall’Oglio, gesuita che vive a Deir Mar Musa (Siria), testimone del dialogo islamo-cristiano e collaboratore fisso di Popoli. Anticipiamo alcuni brani di un libro che, fin dal titolo, è una «scandalosa» espressione di amore senza confini (Paolo Dall'Oglio S.I., Innamorato dell'Islam, credente in Gesù. Dell'islamofilia, Jaka Book, Milano 2011, pp. 224, euro 19).

Un giorno, ad Aleppo, salii su uno stipato autobus pubblico diretto verso la provincia. Trovai un posto sul motore accanto al conducente, gambe e ginocchia incastrate con quelle dei passeggeri della panchina di fronte come due pettini. Avevo già avuto molte discussioni teologiche con i musulmani più o meno amici che mi chiedevano continuamente: «Perché voi cristiani dite questo o quello?». E lì, ancora una volta, ad alta voce davanti a tutti, un tipo barbuto cominciò a interpellarmi in modo un po’ aggressivo, per sapere come fosse possibile essere una persona ragionevole e credere nel Figlio di Dio.
Gli risposi: «Aspetta, per una volta tu sarai il cristiano e io il musulmano», e lo interrogai su tutte le questioni che costituivano motivo di opposizione teologica. Cominciai con il nonsenso trinitario, continuai sullo scandalo dell’incarnazione, passai all’assurdo del culto cristiano a Maria, attaccai duro sui preti e i vescovi che detengono illegittimamente poteri divini, descrissi con molti argomenti come voi, cristiani ed ebrei, avete corrotto le Scritture, mi scandalizzai dell’affermazione cristiana della crocifissione di Gesù di Nazaret, il Profeta puro. Mi attaccai alla fine al disonesto rifiuto cristiano di riconoscere la profezia muhammadica e l’evidente origine divina del Corano. Buttai olio sul fuoco con un atteggiamento apologetico che non lasciava posto alla contraddizione e che faceva domande solo in tono retorico per imporre risposte.
Mentre si continuava a procedere, nell’autobus era sceso un silenzio esterrefatto. La mia voce era molto più potente del motore che ruggiva sotto di me, i miei occhi lanciavano fiamme di gelosia monoteista e a un certo momento un signore mi disse: «Basta, ti chiediamo scusa, ho capito che non è questo il modo corretto di parlare delle religioni, che questo non è quel “modo migliore” che il Profeta ci ha raccomandato». Mi scusai a mia volta per essermi irritato con tanta violenza e promisi loro che non mi sarei più lasciato andare alla polemica.
Da allora, ho sistematicamente evitato quei combattimenti di galli che sono le discussioni teologiche. Il mio modo per entrare in dialogo è innanzitutto una vera curiosità; sono sinceramente interessato a capire qualche cosa della particolarità di colui che ho davanti, o meglio con cui condivido lo stesso banco. Mi è immediatamente simpatico e sono certo che con la sua parola e la sua esperienza entrerò in contatto con qualche cosa, un nuovo tratto, un nuovo elemento, del Solo che mi interessa, perché Egli è veramente interessato alla persona che sto incontrando. Egli si occupa di me attraverso di lui e di lui attraverso di me. In quel momento si delinea e realizza un cerchio sacro, una fertile circolazione al di là della semplicità dei nostri discorsi, siano essi immediatamente religiosi o sociali, agricoli, familiari o tecnici... e il respiro divino è lì, presente.

SENZA POLEMICA
Si possono fare due osservazioni. La prima è che noi (dove «noi» corrisponde a una comunità universale di persone chiamate a una vita di dialogo: nessuno mi ha delegato a rappresentarle, ma l’esigenza che esprimo è immediatamente comunitaria) siamo stati presi in una deriva che, a partire da alcune considerazioni sulla profezia di Muhammad ci ha condotti a porre in modo piuttosto radicale la questione dell’ermeneutica, dell’interpretazione delle Scritture «rivelate»... Abbiamo ipotizzato la necessità di una riflessione cristiana che abbia la propria autonomia nel quadro dell’autocoscienza della Chiesa. Abbiamo cercato, tuttavia, di non abbandonare mai la barra del nostro discorso che tende al servizio, alla diaconia, all’armonia islamo-cristiana secondo la volontà divina.
La seconda considerazione, in collegamento con la storia dell’autobus di Aleppo, è che è urgente imparare un’ascesi del pensiero teologico, affinché questo si decida ad abbandonare il genere della polemica e del confronto apologetico per stabilirsi in una teologia performativa. Compito della teologia non è soltanto quello di descrivere i fenomeni e metterli in relazione. Soprattutto nel contesto del dialogo islamo-cristiano, ed ebreo naturalmente, questo conduce molte volte a una situazione di stallo paralizzante. La teologia ormai non può che aspirare a rendere testimonianza degli eventi carismatici nello stesso tempo personali e comunitari, in dialogo, che fanno uscire le nostre comunità dalla chiusura identitaria per aprire le porte alle grazie che lo Spirito di Dio è impaziente di farci. Sono convinto che bisogna aiutare la gente, iniziarla a un livello di discorso diverso, che rifiuti la pretesa di oggettività per impegnarsi nella oggettività dell’evento di comprensione spirituale reciproca, nella grazia di un’armonia in evoluzione. (...)

L’AMICO MANCANTE
È appena morto un cattolico, la cui vita è stata esemplare: è andato a messa tutte le domeniche e sa anche cantare in latino; si è confessato ogni anno. Arriva a cuor leggero alla porta del Paradiso, certo del suo buon diritto. San Pietro lo accoglie e consulta i suoi registri, poi il computer. Il cattolico è registrato, tutto sembra andare per il meglio. Ma poco a poco san Pietro aggrotta le sopracciglia, sembra cercare qualche cosa. Il cattolico attende con pazienza, si sa che cos’è l’informatica...
Dopo un momento, san Pietro dice: «È seccante, manca qualcosa...». «La cosa mi stupisce», risponde il cattolico. «Era tutto a posto alla mia partenza!». «Sì, ma sto cercando, e non lo trovo, il tuo amico musulmano». «Il mio... che?». «Il tuo amico musulmano, non è indicato».
«Ma andiamo, perché dovrei avere un amico musulmano?». San Pietro risponde: «Per entrare in Paradiso, dovrai condurre con te il tuo amico musulmano». Vedendo il volto scandalizzato del cattolico, aggiunge gentilmente: «Ma la cosa si sistemerà sicuramente, vai a sederti un attimo sulla panchina accanto all’ingresso».
Fuori di sé, il candidato respinto si siede sulla panchina, e impreca. Anche un’altra persona è in attesa. Senza guardarla, esclama: «La pubblica amministrazione non funziona! Ecco che nel mio fascicolo manca qualcosa!». L’altro risponde adirato: «Anche per me la stessa cosa, non mi hanno lasciato entrare! L’informatica complica tutto, era meglio prima!».
«È uno scandalo, bisogna andare a protestare!». Guarda il suo vicino. È un uomo di carnagione scura con un turbante in testa e con la barba, che gli spiega: «Per me, tutto andava bene, ho recitato ogni giorno le mie cinque preghiere, ero in prima fila alla moschea ogni venerdì per ascoltare la predica, sono anche andato a Mecca, non capisco che cos’altro manchi!». Anch’egli si era presentato inutilmente allo sportello...
Ed eccoli che si mettono a discutere delle disfunzioni del mondo moderno! Parlano, parlano, ognuno racconta all’altro la propria vita, il suo buon diritto, le sue buone azioni... Dopo un po’ di tempo, abbassando la voce, si raccontano le loro piccole mancanze, le loro piccole infedeltà... Andiamo, tutto finirà per sistemarsi...

ISLAMOFILIA, COMUNQUE
Durante la revisione del testo ho cercato, ho chiesto un titolo per lo sforzo di scrittura che avevamo intrapreso. All’alba del venerdì mattina, ancora mezzo addormentato, in uno stato di preghiera passiva è emerso Islamofilia (sottotitolo nell’edizione italiana, ndr); nello stesso modo col quale la parola «Islam» era apparsa su un lontano orizzonte quando, novizio, mi trovavo in meditazione e chiedevo al Cielo come donare la mia vita al servizio del Regno.
Evidentemente il termine «islamofilia» è il contrario di «islamofobia», che indica una paura dell’Islam e dei musulmani che diventa fobia, ossessione accecante.
Certamente, la parola «islamofilia» agli orecchi di alcuni può suonare come una patologia psicologica e sociale. E siamo consapevoli del fatto che tutto questo libro possa essere interpretato come l’espressione di un’ingenuità colpevole tipicamente occidentale, l’esercizio di una capitolazione masochistica provocata da un senso di colpa non riconosciuto. Non è neppure relativismo culturale, qui le armi della cultura cristiana vengono consegnate al nemico di sempre.
Nei primi versetti del Vangelo di san Luca e nell’inizio degli Atti degli apostoli, l’autore si rivolge a Teofilo, «colui che ama Dio». In questo libro, abbiamo parlato dell’Islam in nome dell’amore di Dio.
Qualche mese fa, 138 rappresentanti musulmani hanno inviato al papa e ad altri capi cristiani una lettera in cui invitavano ad arrivare a «un accordo equo», a una parola comune sull’amore di Dio e l’amore del prossimo. L’idea centrale è che proprio in questo amore si trovano gli elementi fondamentali di una comprensione reciproca, e dunque di una collaborazione, fra musulmani e cristiani, senza escludere gli ebrei.
La lettera voleva essere una risposta irenica, la «migliore risposta» alla conferenza del papa a Ratisbona, che aveva, per così dire, fatto uscire il dialogo interreligioso dalla retorica delle buone maniere diplomatiche per inaugurare una dinamica di franchezza tra fratelli e un dialogo di responsabilità comune verso il mondo di oggi.
Paolo Dall'Oglio S.I.
© FCSF – Popoli