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Iracheni in Siria, due volte vittime
14 settembre 2012

Hakim aveva lasciato l’Iraq per fuggire a minacce di morte ed era arrivato in Siria solo, senza famiglia. Grazie ad alcuni contatti si era diretto ad Aleppo dove aveva potuto trovare una stanza con un materasso. Era depresso, ma dopo aver conosciuto il centro St Vartan del Jrs e aver seguito un corso di formazione per insegnare inglese, incominciava a integrarsi e a farsi degli amici. Aveva trovato anche un appartamento per sé ad Azaz, a una trentina di chilometri dalla città, vicino al confine turco. Poi sono iniziate le difficoltà anche in Siria, fino alla guerra: Azaz è stata completamente distrutta nei bombardamenti di luglio e Hakim ha perso di nuovo tutto. Da un giorno all’altro non più potuto tornare a casa ed è rimasto ad Aleppo, solo con i vestiti che aveva addosso. Il Jrs l’ha aiutato a trovare una stanza, ma senza luce e acqua. E intanto Hakim non può rientrare in Iraq perché là continua a essere minacciato.

Negli ultimi anni, più di mezzo milione di iracheni hanno trovato riparo in Siria. Ora, in pieno conflitto armato, la maggior parte di loro si trova in una completa impasse. «Sono più scioccati di noi siriani - racconta a Popoli.info Antoine Audo, gesuita e vescovo dei cattolici caldei di Aleppo (e caldei sono molti iracheni) -. È la seconda volta che si trovano in una situazione traumatica, quando credevano di stare al sicuro». Qualcuno torna nel Kurdistan iracheno o a Baghdad. Alcuni altri, che hanno avuto il visto, ripartono verso Paesi disposti ad accoglierli, soprattutto Canada o Australia.

Con la crisi nessuno parla più degli iracheni in Siria e gli aiuti internazionali si sono prosciugati. Nella situazione di stallo che sostanzialmente si è creata nello scontro tra forze lealiste del regime e forze rivoluzionarie, nelle principali città siriane i civili continuano a pagare il prezzo più alto. Ufficialmente il numero delle vittime ha superato i 25mila. «Ad Aleppo, ad esempio, si muove la Caritas per aiutare gli sfollati. Molti hanno abbandonato le case nei quartieri più pericolosi, istallandosi nelle scuole nei quartieri come quello  di Suleymanie, dove si trova la chiesa caldea. Finora è stato risparmiato dai bombardamenti, ma è poche centinaia di metri dalle case distrutte. Alcuni sacerdoti di tutte le Chiese orientali di Aleppo hanno messo insieme le forze per assistere un centinaio di famiglie che si trovano in due scuole. Procurano pasti, costruiscono docce, assicurano i rifornimenti dell’acqua potabile. «Per Eid al-Fitr, alla fine del ramadan, - aggiunge mons. Audo - hanno anche organizzato una festa, un gesto che è stato apprezzato da tutti». Anche i vescovi delle varie Chiese orientali di Aleppo si coordinano negli aiuti: «Come cristiani non siamo osservatori, siamo impegnati al servizio delle persone che hanno bisogno di noi - spiega mons. Audo -. Siamo sempre in contatto per procedere insieme in questa situazione così difficile. Purtroppo vediamo un’escalation della violenza e non vediamo ancora in segni di soluzioni».

Nelle tre più grandi città siriane, Aleppo, Damasco e Homs, è attivo anche il Servizio dei gesuiti per i rifugiati (Jrs). A Damasco, Anne Ziegler, francese, impegnata dal 2010 nell’organizzazione, non ha abbandonato i siriani vittime della guerra. Spiega che nella capitale il Jrs ha due abitazioni, una nel quartiere di Dwelaa e l’altra a Babtouma, in cui accoglie i bambini dei quartieri vicini, in particolare Dwelaa e Jaramana, dove nelle settimane scorse ci sono state continue  esplosioni. Offre uno spazio protetto dove giocare o fare i compiti. Organizza corsi di inglese per adulti e attività psicosociali. E come ad Aleppo si occupa anche della distribuzione di viveri, con visita alle famiglie per conoscere i bisogni più urgenti. «In città i bombardamenti sono quotidiani - racconta Anne -: da 36 ore tremano il terreno e i vetri perché ogni mezz’ora si sentono esplosioni. In alcuni quartieri l’accesso è bloccato, vengono presi di mira e bombardati, mentre in altri la vita è relativamente normale, ma non si può certo dire che sia sicura».

A Homs, in un quartiere bombardato e isolato nelle comunicazioni, è rimasto Frans van der Lugt, 74 anni, gesuita responsabile dei cattolici latini nella terza città siriana. Ha scelto di non lasciare la casa a Boustan el-Diwân, che si trova in una zona praticamente svuotata dei suoi abitanti e in cui l’accesso e l’uscita sono impediti dalle fazioni in lotta. Padre van del Lugt rimane accanto ad alcune famiglie cristiane e a qualche centinaio di musulmani che sono ancora nel quartiere.
«I più benestanti, le famiglie degli industriali, i grandi commercianti che hanno i mezzi abbandonano Aleppo - osserva mons. Audo -. Cercano riparo in Libano, in Europa o negli Usa. Restano i poveri. Il 15 settembre riaprono le scuole dopo le vacanze estive e non si sa come si farà, perché sono occupate dagli sfollati». «Non si sa esattamente cosa succederà con le scuole - aggiunge Anne Ziegler da Damasco, dove il problema è analogo -. Dicono che riapriranno normalmente, ma decine di edifici sono occupati. I rifugiati stranieri hanno dovuto sgombrare, ma dei siriani non si sa ancora cosa fare. Dove andranno?». Siriani, iracheni, tutti sono fuggiti dai quartieri bersaglio. Al momento i rifugiati siriani all’estero sarebbero 220mila e circa 1,5 milioni gli sfollati interni (su 22 milioni di abitanti).

«Diventa sempre più difficile reperire i viveri - spiega il gesuita Sami Hallak, del Jrs ad Aleppo -. Il costo dei viveri e dei carburanti cresce enormemente. Diventa difficile perfino cucinare, ci si arrangia con la legna o con il poco di elettricità che viene erogata».

Di fronte alle fratture politiche e religiose che stanno sprofondando la Siria nel conflitto civile, come riesce a operare il Jrs? «Non solo lavoriamo con tutti, ma le nostre équipe sono formate da personale di ogni gruppo - spiega Anne Ziegler -. Queste fratture in Siria sono recenti, perché tradizionalmente tutti convivono senza porsi problemi. Sono il risultato di un lavoro di divisione voluta, alimentate da estremisti che sono minoritari ma che hanno un enorme impatto. Il nostro, fondamentalmente, è un lavoro di dialogo e riconciliazione». Non mancano però attriti e anche fallimenti, quando uno dei volontari si rifiuta di lavorare per qualcuno che non condivide la stessa identità religiosa o idea politica. «Per fortuna abbiamo anche esempi meravigliosi di riconciliazione, come un giovane volontario cristiano della regione di Qusair, che ha avuto un fratello ucciso e, dopo essere diventato membro dell’équipe che visita le case a Damasco, è andato a trovare una famiglia musulmana imparentata con l’assassino del fratello per offrire servizio e aiuto. Nell’altro ha riconosciuto, innanzitutto, un essere umano».

Francesco Pistocchini

© FCSF – Popoli