Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
L’Afghanistan dice no alle cluster bomb (e agli Usa)
26 settembre 2011
L’Afghanistan ha visto sganciare cluster bomb sul proprio territorio per oltre trent’anni, durante l’invasione sovietica, la guerra civile degli anni Novanta e la guerra condotta dagli Usa contro i talebani. Solo tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, gli Usa hanno sparso sul Paese oltre 1.200 bombe grappolo contenenti quasi 250mila sottomunizioni. Le cluster bomb, infatti, sono ordigni in grado di disperdere fino a 200 submunizioni ciascuno e molte di queste esplodono solo quando vengono calpestate, con grave pericolo per i civili. Nel 2008 è stato firmato il trattato che le mette al bando.

Il 9 settembre scorso Kabul ha deciso di ratificare la Convenzione internazionale firmata tre anni fa, nonostante le pressioni contrarie degli Usa, secondo quanto riferisce il Jrs (Servizio dei gesuiti per i rifugiati) che fa parte della coalizione contro le cluster bomb. Dai dispacci di Wikileaks risulta che già dal 2008 funzionari statunitensi avevano cercato di impedire al governo afghano di aderire alla Convenzione e l’ambasciatore Usa a Kabul avrebbe detto che l’adesione poteva mettere in pericolo i rapporti di sicurezza tra i due Paesi.

Come denuncia Peter Balleis, gesuita e direttore internazionale del Jrs, gli afghani hanno sofferto moltissimo per le bombe a grappolo. Con la ratifica dimostrano di non essere soltanto vittime di questi ordigni. Ora il Paese è vincolato a rispettare tutti gli obblighi del trattato: distruggere le scorte entro otto anni, bonificare le zone contaminate entro dieci e assistere le vittime. Anche l’Italia ha depositato la ratifica il 22 settembre ed è il 64º Paese, su 110 che finora lo hanno firmato. Si sono tenute fuori potenze militari come Cina, Russia, India e gli Stati Uniti, che le considerano necessarie per la lotta ai talebani.

Il Washington Post riporta una comunicazione del 2008 dell’allora segretario alla difesa americano, Robert Gates, secondo cui entro il 2018 tutte le bombe grappolo impiegate dagli Usa avrebbero dovuto garantire l’esplosione immediata del 99% delle sottomunizioni, senza disseminare il terreno di ordigni inesplosi che invece di colpire il bersaglio diventano trappole micidiali per i civili. È questo il principale aspetto che ha portato gran parte della comunità internazionale a considerarle armi vietate.

Il Jrs negli Usa è impegnato in un’azione di lobby perché anche Washington rinunci alla loro produzione e impiego. Il Jrs è presente anche in Afghanistan, dove ci sono in tutto 9 gesuiti impegnati nelle scuole e nella formazione a Kabul, a Herat e a Bamiyan. In un insediamento vicino a Herat il Jrs lavora dal 2007 con le famiglie di sfollati. Si tratta di rifugiati rientrati nel Paese a cui viene assicurata assistenza alimentare, istruzione elementare e cure mediche di base.
Francesco Pistocchini

© FCSF – Popoli