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L’amico criminale
29 luglio 2011


Fino a pochi mesi fa era uno dei nostri principali partner internazionali, dal 27 giugno è ricercato per crimini contro l’umanità: ma la notizia non ha suscitato particolari dibattiti in Italia. Così, il caso Gheddafi rischia di essere una gigantesca occasione persa per riflettere su quali criteri fondare le nostre relazioni internazionali. L'editoriale del numero di agosto-settembre di Popoli.


Il 27 giugno la Corte penale internazionale dell’Aia ha spiccato un mandato di arresto per il leader libico Muammar Gheddafi, con l’accusa di crimini contro l’umanità. Non stiamo più parlando, quindi, di un leader caduto in disgrazia, travolto dalla voglia di cambiamento dei suoi «sudditi», magari responsabile di avere usato la mano un po’ troppo pesante con gli oppositori, ma di un uomo sospettato di avere ordinato omicidi di massa e persecuzioni di civili.
È la stessa persona con cui, il 30 agosto di tre anni fa, il governo italiano firmò uno storico Trattato di amicizia, poi ratificato dal Parlamento. Vi si leggeva tra l’altro che «le Parti, decise a operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità, in particolare nella regione del Mediterraneo (…), agiscono conformemente agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo». Le strette di mano e i sorrisi che quel giorno si scambiarono il futuro ricercato internazionale e Silvio Berlusconi (poi replicati negli anni successivi) furono - occorre ricordarlo - il momento culminante di una collaborazione in realtà costruita negli anni, da governi di vari colori. E fatta soprattutto di tanti soldi: la Libia fornisce il 23,3% del fabbisogno nazionale italiano di petrolio e il 10% del fabbisogno di gas, mentre nel Trattato l’Italia si impegnava (impegna?) a investire in Libia 5 miliardi di dollari in infrastrutture.
Molto in questi mesi è stato detto e scritto su questa amicizia pericolosa e sulla successiva, necessaria ma quanto mai imbarazzante, giravolta diplomatica (per uno di quei tipici scherzi della storia, il Trattato venne firmato a Bengasi, la stessa città da cui in febbraio è partita la rivolta anti-Gheddafi, sostenuta dall’intervento militare Nato a cui anche l’Italia partecipa). Colpisce però che la notizia dell’incriminazione di Gheddafi non abbia suscitato particolari dibattiti a livello politico e nell’opinione pubblica. Quasi appartenesse a un capitolo ormai chiuso, a una vicenda su cui non occorre riflettere ulteriormente, rubricata a semplice errore tattico di schieramento nelle alleanze internazionali. Insomma, la solita Italia pasticciona e voltagabbana, ma che alla fine si mette dalla parte giusta.
Ci pare che il caso Gheddafi, e più ampiamente ciò che le rivolte arabe stanno dicendo sulle miopie dell’Occidente, rischi di essere una gigantesca occasione persa per riflettere su quali criteri fondare le nostre relazioni internazionali: l’interesse nazionale può essere ancora il totem indiscutibile della politica estera? Ha senso, come è stato fatto con Gheddafi e come ancora in queste settimane fa la Lega Nord, determinare le proprie scelte avendo come unico obiettivo il contenimento di immigrati in arrivo sulle nostre coste? E ancora, non è alla fine controproducente, oltre che ingiusto, sacrificare - ieri in Libia o in Tunisia, oggi in Russia o in Birmania, in Cina o in molti Paesi dell’Africa subsahariana - i diritti umani sull’altare del business e delle risorse energetiche?
Nessuno ha in mano ricette facili, ma l’impressione è che non si voglia nemmeno fare la fatica di porsi domande cruciali. Eppure, come dicono i maya, «solo preguntando caminamos», solo ponendoci domande proseguiamo nel cammino.

Stefano Femminis

© FCSF – Popoli