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L'Africa cresce. Parola di Fmi
11 aprile 2014

Nel 2014, secondo il Fondo monetario internazionale il Pil della regione subsahariana salirà del 5,5%. Un dato positivo, anche se mancano ancora sistemi efficienti di redistribuzione della ricchezza, la corruzione è diffusa e i sistemi di governance sono lontani dalla democrazia. Ne abbiamo parlato con Riccardo Barlaam, giornalista economico de Il Sole 24 Ore.

Nel 2014 l’economia dei Paesi dell’Africa subsahariana crescerà del 5,5%. A sostenerlo è il Fondo monetario internazionale nell’ultimo World Economic Outlook pubblicato il 9 marzo. Una crescita in aumento rispetto al 4,8% registrato lo scorso anno e che dovrebbe proseguire anche nel 2015 quando è previsto un incremento del Pil complessivo del 5,5%. A guidare questa tendenza sono la Repubblica democratica del Congo, la Sierra Leone, il Ruanda, l’Etiopia.
A contribuire maggiormente allo sviluppo è il settore estrattivo che ha trainato l’economia africana. Punti deboli invece sono l’agricoltura, ancora troppo legata a sistemi di produzione di sussistenza, e la mancanza di infrastrutture (ponti, strade, ferrovie, ecc.).

«La crescita - spiega Riccardo Barlaam, giornalista del quotidiano economico Il Sole 24 Ore ed esperto del continente africano - è certamente un dato positivo e sono convito che Nkosazana Dlamini-Zuma, presidente della Commissione dell’Unione africana, abbia ragione quando dice che tra 20-30 anni bisognerà togliere il termine “Paesi poveri” quando si parlerà delle nazioni africane. Detto questo però i dati vanno letti con attenzione».
Secondo Barlaam, infatti, per giudicare correttemante le ottime performance va considerato che le economie africane partivano da livelli bassissimi di sviluppo. Erano (e sono ancora) sufficienti quindi pochi elementi positivi per far registrare tassi di crescita elevati. «Oltre a questo fattore - continua -, va considerato che in Africa i sistemi di redistribuzione della ricchezza sono molto carenti. Si sta creando una classe di persone molto ricche e molto arroganti che vive a contatto con una maggioranza povera se non poverissima. In Africa si sta ripetendo un po’ quanto avvenuto in Russia, dove i ricchissimi oligarchi vivono nel lusso, in una nazione dove la gente fatica a tirare avanti».

Nel continente africano però si sta assistendo anche alla crescita di una classe media benestante. «La classe media - osserva Barlaam - sta crescendo, a confermarlo è il cambiamento dei consumi, anche se le dimensioni non sono ancora rilevanti. Questo è un segnale positivo, così come è positivo il fatto che si stia assistendo a una crescita della aspettativa di vita e a una maggiore scolarizzazione di una società che è molto giovane, soprattutto se paragonata a quella europea. Però per questi ragazzi è difficile trovare lavoro. Dove ci sono dittature o “democrazie autoritarie” i posti sono tutti assegnati ai famigli del leader e per chi è fuori dal clan è difficile, se non impossibile, avere un’occupazione, anche qualora avesse una preparazione di eccellenza».

La governance e la corruzione rimangono problemi irrisolti. «Le élite africane spesso sono corrotte - aggiunge - e in questa corruzione non sempre giocano un ruolo limpido i politici e gli imprenditori europei. La maggiore scolarizzazione e la maggiore coscienza civica delle giovani generazioni fanno però ben sperare in questo senso».

Secondo Barlaam, la crescita dell’Africa potrebbe anche rappresentare una buona opportunità per l’Europa e per l’Italia. «Lo sviluppo del continente africano è certamente un’opportunità per le nostre economie che potrebbero trovare uno sbocco su quei mercati. Non è neppure detto che, in futuro, le economie emergenti africane non assorbiranno anche parte della nostra manodopera. Per il momento va registrato però che l’Europa si muove ancora in modo non coordinato in Africa, ciascun Paese segue proprie strategie e proprie politiche. Dovremmo prendere esempio dalla Cina. Ogni sette anni Pechino convoca un vertice Africa-Cina nel quale delinea le proprie strategie e indica le linee guida che seguirà. E quanto Pechino dice, solitamente, viene mantenuto».
Enrico Casale

 


 

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