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L'inversione di rotta degli immigrati e l'Italia immobile
2 febbraio 2012
Nel 2011, per la prima volta dopo vent’anni, la Spagna ha registrato un saldo migratorio negativo, ovvero sono state più numerose le persone che hanno lasciato il Paese di quelle che sono arrivate. Tra chi se n’è andato ci sono sia stranieri residenti da tempo in Spagna, i quali - complice la crisi economica e una disoccupazione al 20% - hanno deciso di tornare in patria o andare altrove, sia cittadini spagnoli, perlopiù giovani e qualificati.

Nell’Unione europea il saldo negativo è stato registrato anche in Portogallo, Irlanda, Slovenia e Cipro, mentre Paesi che negli ultimi decenni hanno fortemente attratto immigrazione, come la Germania e la stessa Italia, iniziano a registrare una diminuzione di ingressi di lavoratori stranieri; e anche il nostro Paese è toccato dalla «fuga di cervelli» autoctoni.
Se attraversiamo l’Atlantico, scopriamo che in Brasile è in atto un controesodo: nel 2007 i brasiliani all’estero erano oltre tre milioni, oggi sono meno di due milioni. Non solo. A Rio de Janeiro, San Paolo e nelle altre metropoli locomotive di un’economia che è ormai la settima del pianeta, troviamo anche molti degli europei che hanno salutato il Vecchio continente: nel primo semestre del 2011 il Brasile ha rilasciato un milione e 400mila permessi di ingresso per lavoro. Giovani laureati europei sono inevitabilmente attratti da un Paese che, entro il 2020, avrà ad esempio bisogno di 1,1 milioni di ingegneri e centinaia di migliaia di architetti.

È significativo anche il flusso di portoghesi verso l’Angola: l’ex colonia di Lisbona, tra le economie più dinamiche in Africa, ha assorbito negli ultimi anni 70mila lavoratori lusitani. Scherzi della storia e di un mondo che cambia in fretta.
La politica, invece, è drammaticamente lenta. Mentre la globalizzazione e la crisi economica mutano gli equilibri, nel nostro Paese ci si divide ancora sul diritto di cittadinanza, le classi troppo multietniche e i kebab che turbano il decoro urbano: questioni che, come dicono i dati appena ricordati, potrebbero presto diventare obsolete, quando gli stranieri guarderanno altrove. Per la gioia di chi insegue il mito di un’identità italiana statica e intoccabile, e con tanti saluti all’attivo del saldo demografico, all’equilibrio del nostro sistema pensionistico e alla sostenibilità del welfare all’italiana, fatto di badanti e babysitter straniere.

Continua a mancare, invece, una politica migratoria che guardi lontano: che sappia cioè attirare e integrare manodopera qualificata, incentivare la mobilità sociale delle seconde e terze generazioni, valorizzare la voglia di tanti (ex)stranieri di partecipare allo sviluppo economico e civile della loro nuova patria. Molto ci si aspetta in questo senso dal nuovo governo, in particolare dal ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi, e per fortuna la società è spesso più avanti della politica, come dimostrano tanti fatti di quotidiana integrazione (ne raccontiamo uno nell’inchiesta a pagina 20). Ma anni di gestione emergenziale dell’immigrazione e di criminalizzazione dello straniero tout court (almeno a livello verbale) rischiano di lasciare il segno. E di lasciarci fuori dalla storia.
Stefano Femminis
© FCSF – Popoli
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