Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
L'omelia del cardinal Bergoglio per l'apertura dell'Anno della fede
14 marzo 2013

Riportiamo il testo integrale dell'omelia tenuta dall'allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, ora papa Francesco, in occasione dell'apertura dell'Anno della fede, l'11 ottobre 2012 . Di seguito la traduzione italiana, sotto l'originale spagnolo (si ringrazia la rivista Mensaje).

Cari fratelli,
tra le esperienze più forti degli ultimi decenni c’è quella di trovarsi di fronte a delle porte chiuse. Il crescente senso di insicurezza porta a poco a poco a bloccare porte, a usare sistemi di vigilanza, telecamere di sicurezza, a diffidare dell’estraneo che bussa alla nostra porta. In qualche villaggio ci sono ancora porte che restano aperte. Ma la porta chiusa è un simbolo efficace del mondo di oggi. È qualcosa di più di un semplice dato sociologico; è una realtà esistenziale che va segnando uno stile di vita, un modo di porsi di fronte alla realtà, di fronte agli altri, di fronte al futuro. La porta chiusa di casa mia, che è il luogo della mia intimità, dei miei sogni, delle mie speranze e delle mie sofferenze come delle mie gioie, è chiusa agli altri. E non si tratta solo della mia casa materiale, ma anche del recinto della mia vita, del mio cuore. Sono sempre meno coloro che possono attraversare questa soglia. La sicurezza delle porte blindate custodisce l’insicurezza di una vita che si fa più fragile e meno permeabile alle ricchezze della vita e dell’amore degli altri.

L’immagine di una porta aperta è sempre stata simbolo di luce, di amicizia, di gioia, di libertà, di fiducia. Quanto abbiamo bisogno di ritrovare tutte queste cose! La porta chiusa ci danneggia, ci paralizza, ci separa.
Iniziamo l’Anno della fede e l’immagine che il Papa propone è quella della porta, una porta che dobbiamo varcare per poter trovare ciò che tanto ci manca. La Chiesa, attraverso la voce e il cuore di pastore di Benedetto XVI, ci invita ad attraversare la soglia, a compiere il passo di una decisione interiore e libera: disporci a entrare in una vita nuova.
La porta della fede ci rimanda agli Atti degli apostoli: «Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede» (At 14,27). Dio prende sempre l’iniziativa e vuole che nessuno resti escluso. Dio bussa alla porta dei nostri cuori: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). La fede è una grazia, un dono di Dio. «Solo credendo la fede cresce e si rafforza; in un abbandono continuo nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio» (Benedetto XVI).

Attraversare questa porta presuppone di intraprendere un cammino che dura tutta la vita. Oggi ci si aprono davanti tante porte, molte delle quali sono porte false, porte che invitano in modo attraente ma ingannevole a mettersi in cammino, che promettono una felicità vuota, narcisistica e con una data di scadenza; porte che ci conducono a incroci che, qualunque sia la scelta che seguiamo, a breve o lungo termine provocheranno dolore e sconcerto. Porte autoreferenziali, che si esauriscono in se stesse e senza garanzia di futuro. Mentre le porte delle case sono chiuse, le porte dello shopping sono sempre aperte. Si attraversa la porta della fede, si varca questa soglia, quando la parola di Dio è annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Una grazia che ha un nome concreto, quello di Gesù. Gesù è la porta (Gv 10,9). Lui, e Lui solo, è e sempre sarà la porta. Nessuno va al Padre se non attraverso di Lui (Gv 14,6). Se non c’è Cristo, non c’è cammino verso Dio. Come porta ci apre il cammino verso Dio e come Buon Pastore è l’unico che ha cura di noi a costo della sua stessa vita.
Gesù è la porta e bussa alla nostra porta affinché gli permettiamo di varcare la soglia della nostra vita. «Non abbiate paura... aprite le porte a Cristo», ci diceva il beato Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato. Aprire le porte del cuore come fecero i discepoli di Emmaus, chiedendogli di restare «con noi perché possiamo varcare le porte della fede», e che lo stesso Signore ci aiuti a comprendere le ragioni per credere, «per poi poter uscire ad annunciarlo». La fede presuppone la decisione di stare con il Signore per vivere con Lui e condividerlo con i fratelli.

Ringraziamo Dio per questa opportunità di valorizzare la nostra vita di figli di Dio, per questo cammino di fede che è iniziato nella nostra vita con l'acqua del Battesimo, l’inesauribile e feconda rugiada che ci rende figli di Dio e fratelli nella Chiesa. La meta, la destinazione, il fine è l'incontro con Dio, con il quale siamo già entrati in comunione e che vuole convertirci, purificarci, elevarci, santificarci, e donarci la felicità a cui anela il nostro cuore.
Vogliamo ringraziare Dio perché ha seminato nel cuore della nostra Chiesa diocesana il desiderio di trasmettere e donare a mani aperte il dono del Battesimo. Questo è il frutto di un lungo cammino iniziato con la domanda: «Come essere Chiesa a Buenos Aires?», passato attraverso il cammino dell’essere assemblea, per radicarsi nel suo essere missione come opzione pastorale permanente.
Iniziare questo anno della fede è una nuova chiamata a far penetrare nella nostra vita la fede ricevuta. Professare la fede con la bocca implica viverla col cuore e mostrarla con le opere: una testimonianza e un impegno pubblico. Il discepolo di Cristo, figlio della Chiesa, non può mai pensare che credere sia un fatto privato. Sfida importante e forte per ogni giorno, persuasi che «colui che ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6).

Guardando alla nostra realtà, come discepoli missionari ci chiediamo: qual è la nostra sfida nel varcare la soglia della fede?
Varcare la soglia della fede ci invita a scoprire che nonostante oggi sembri che sia la morte a regnare nelle sue varie forme e che la storia sia governata dalla legge del più forte o del più furbo, e che se l’odio e l’ambizione sono i motori di tante lotte umane, siamo però anche assolutamente convinti che questa triste realtà può e deve cambiare, proprio perché «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31).
Varcare la soglia della fede richiede di non provare vergogna di avere un cuore di bambino che, credendo ancora all’impossibile, può vivere nella speranza: l’unica cosa capace di dar senso e trasformare la storia. È chiedere incessantemente, pregare senza sosta e adorare perché il nostro sguardo si trasfiguri.
Varcare la soglia della fede ci porta a implorare per ciascuno di noi «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5), sperimentando così un modo nuovo di pensare, di comunicare, di guardarci, di rispettarci, di stare in famiglia, di guardare al futuro, di vivere l’amore e la vocazione.
Varcare la soglia della fede significa agire, confidare nella forza dello Spirito Santo che è presente nella Chiesa e che si manifesta anche nei segni dei tempi, significa accompagnare il costante movimento della vita e della storia senza cadere nel disfattismo paralizzante di chi pensa che sia sempre meglio il passato; è l’urgenza di ripensare, riapportare, ricreare, impastando la vita con il lievito nuovo della giustizia e della santità (1Cor 5,8).
Varcare la soglia della fede implica avere occhi disposti a stupirsi e un cuore non pigramente abituato, capace di riconoscere che ogni volta che una donna dà alla luce un figlio si continua a scommettere sulla vita e sul futuro, che quando ci prendiamo cura dell’innocenza dei bambini garantiamo la verità di un domani e quando accudiamo la vita consegnata di un anziano compiamo un atto di giustizia e accarezziamo le nostre radici.
Varcare la soglia della fede è il lavoro vissuto con dignità e vocazione di servizio, con l’abnegazione di colui che ricomincia tutte le volte senza mollare, come se tutto ciò che è già stato fatto fosse solo un passo nel cammino verso il regno, pienezza di vita. È l’attesa silenziosa dopo la semina quotidiana, è contemplare il frutto raccolto ringraziando il Signore perché è buono e chiedendo che non abbandoni l’opera delle sue mani (Sal 137).
Varcare la soglia della fede esige di lottare per la libertà e la convivenza anche se il contesto cede, nella certezza che il Signore ci chiede di praticare la giustizia, amare la bontà e camminare umilmente con il nostro Dio (Mi 6,8).
Varcare la soglia della fede comporta la costante conversione dei nostri atteggiamenti, dei modi e dei toni con cui viviamo, riformulare e non rattoppare o riverniciare, dare la forma nuova che Gesù Cristo imprime a quello che è toccato dalla sua mano e dal suo Vangelo di vita, spronare a fare qualcosa di inedito per la società e per la Chiesa, perché «se uno è in Cristo, è una nuova creatura» (2Cor 5,17).
Varcare la soglia della fede ci porta a perdonare e saper strappare un sorriso, ad avvicinarci a tutti quelli che vivono nelle periferie esistenziali chiamandoli per nome, a prenderci cura delle fragilità dei più deboli e a sorreggere le loro ginocchia vacillanti con la certezza che tutto ciò che facciamo per il più piccolo dei nostri fratelli lo facciamo a Gesù (Mt 25,40).
Varcare la soglia della fede significa celebrare la vita, lasciarci trasformare perché siamo diventati uno in Cristo alla mensa eucaristica celebrata nella comunità, e quindi impegnarci con le mani e con il cuore a lavorare per il grande progetto del Regno: tutto il resto ci sarà dato in più (Mt 6,33).
Varcare la soglia della fede è vivere nello spirito del Concilio e di Aparecida, essere Chiesa dalle porte aperte non solo per ricevere ma soprattuto per uscire e riempire di Vangelo le strade e la vita degli uomini del nostro tempo.
Varcare la soglia della fede per la nostra Chiesa diocesana implica sentirci confermati nella missione di essere una Chiesa che vive, prega e lavora in chiave missionaria.
Varcare la soglia della fede è, in definitiva, accettare la novità della vita del Risorto nella nostra povera carne per renderla segno della vita nuova.
Meditando tutte queste cose, volgiamo lo sguardo a Maria. Che lei, la Vergine madre, ci accompagni in questo varcare la soglia della fede e faccia scendere sulla nostra Chiesa di Buenos Aires lo Spirito Santo, come a Nazareth, affinché come lei adoriamo il Signore e andiamo ad annunciare le meraviglie che ha compiuto in noi.

***

Entre las experiencias más fuertes de las últimas décadas está la de encontrar puertas cerradas. La creciente inseguridad fue llevando, poco a poco, a trabar puertas, poner medios de vigilancia, cámaras de seguridad, desconfiar del extraño que llama a nuestra puerta. Sin embargo, todavía en algunos pueblos hay puertas que están abiertas. La puerta cerrada es todo un símbolo de este hoy. Es algo más que un simple dato sociológico; es una realidad existencial que va marcando un estilo de vida, un modo de pararse frente a la realidad, frente a los otros, frente al futuro. La puerta cerrada de mi casa, que es el lugar de mi intimidad, de mis sueños, mis esperanzas y sufrimientos así como de mis alegrías, está cerrada para los otros. Y no se trata sólo de mi casa material, es también el recinto de mi vida, mi corazón. Son cada vez menos los que pueden atravesar ese umbral. La seguridad de unas puertas blindadas custodia la inseguridad de una vida que se hace más frágil y menos permeable a las riquezas de la vida y del amor de los demás.

La imagen de una puerta abierta ha sido siempre el símbolo de luz, amistad, alegría, libertad, confianza. ¡Cuánto necesitamos recuperarlas! La puerta cerrada nos daña, nos anquilosa, nos separa.

Iniciamos el año de la fe y paradójicamente la imagen que propone el Papa es la de la puerta, una puerta que hay que cruzar para poder encontrar lo que tanto nos falta. La Iglesia, a través de la voz y el corazón de pastor de Benedicto XVI, nos invita a cruzar el umbral, a dar un paso de decisión interna y libre: animarnos a entrar a una nueva vida.
La puerta de la fe nos remite a los Hechos de los apóstoles: “A su llegada, convocaron a los miembros de la Iglesia, y les contaron todo lo que Dios había hecho con ellos y cómo había abierto la puerta de la fe a los paganos” (Hechos 14, 27). Dios siempre toma la iniciativa y no quiere que nadie quede excluido. Dios llama a la puerta de nuestros corazones: Mira, “estoy junto a la puerta y llamo: si alguien oye mi voz y me abre, entraré en su casa y cenaremos juntos” (Apocalipsis 3, 20). La fe es una gracia, un regalo de Dios. “La fe sólo crece y se fortalece creyendo; en un abandono continuo en las manos de un amor que se experimenta siempre como más grande porque tiene su origen en Dios” (Benedicto XVI).
Atravesar esa puerta supone emprender un camino que dura toda la vida mientras avanzamos delante de tantas puertas que hoy en día se nos abren, muchas de ellas puertas falsas, puertas que invitan de manera muy atractiva pero mentirosa a tomar camino, que prometen una felicidad vacía, narcisista y con fecha de vencimiento; puertas que nos llevan a encrucijadas en las que, cualquiera sea la opción que sigamos, provocarán a corto o largo plazo angustia y desconcierto, puertas autorreferenciales que se agotan en sí mismas y sin garantía de futuro. Mientras las puertas de las casas están cerradas, las puertas de los shoppings están siempre abiertas. Se atraviesa la puerta de la fe, se cruza ese umbral, cuando la Palabra de Dios es anunciada y el corazón se deja plasmar por la gracia que transforma. Una gracia que lleva un nombre concreto, y ese nombre es Jesús. Jesús es la puerta (Juan 10, 9). Él, y Él solo, es, y siempre será, la puerta. Nadie va al Padre sino por Él (Juan, 14, 6). Si no hay Cristo, no hay camino a Dios. Como puerta nos abre el camino a Dios y como Buen Pastor es el único que cuida de nosotros al costo de su propia vida.

Jesús es la puerta y llama a nuestra puerta para que lo dejemos atravesar el umbral de nuestra vida. “No tengan miedo… abran de par en par las puertas a Cristo”, nos decía el beato Juan Pablo II al inicio de su pontificado. Abrir las puertas del corazón como lo hicieron los discípulos de Emaús, pidiéndole que se quede “con nosotros para que podamos traspasar las puertas de la fe” y el mismo Señor nos lleve a comprender las razones por las que se cree, “para después salir a anunciarlo”. La fe supone decidirse a estar con el Señor para vivir con él y compartirlo con los hermanos.
Damos gracias a Dios por esta oportunidad de valorar nuestra vida de hijos de Dios, por este camino de fe que empezó en nuestra vida con las aguas del bautismo, el inagotable y fecundo rocío que nos hace hijos de Dios y miembros hermanos en la Iglesia. La meta, el destino o fin es el encuentro con Dios con quien ya hemos entrado en comunión y que quiere restaurarnos, purificarnos, elevarnos, santificarnos, y darnos la felicidad que anhela nuestro corazón.
Queremos dar gracias a Dios porque sembró en el corazón de nuestra Iglesia arquidiocesana el deseo de contagiar y dar a manos abiertas este don del bautismo. Este es el fruto de un largo camino iniciado con la pregunta ¿Cómo ser Iglesia en Buenos Aires?, transitado por el camino del estado de asamblea para enraizarse en el estado de misión como opción pastoral permanente.


Iniciar este año de la fe es una nueva llamada a ahondar en nuestra vida esa fe recibida. Profesar la fe con la boca implica vivirla en el corazón y mostrarla con las obras: un testimonio y un compromiso público. El discípulo de Cristo, hijo de la Iglesia, no puede pensar nunca que creer es un hecho privado. Desafío importante y fuerte para cada día, persuadidos de que el que comenzó en ustedes la buena obra la perfeccionará hasta el día, de Jesucristo (Filipenses 1, 6). Mirando nuestra realidad, como discípulos misioneros, nos preguntamos: ¿a qué nos desafía cruzar el umbral de la fe?
Cruzar el umbral de la fe nos desafía a descubrir que si bien hoy parece que reina la muerte en sus variadas formas y que la historia se rige por la ley del más fuerte o astuto y si el odio y la ambición funcionan como motores de tantas luchas humanas, también estamos absolutamente convencidos de que esa triste realidad puede cambiar y debe cambiar, decididamente porque “si Dios está con nosotros ¿quién estará contra nosotros?” (Romanos 8, 31).

Cruzar el umbral de la fe supone no sentir vergüenza de tener un corazón de niño que, porque todavía cree en los imposibles, puede vivir en la esperanza: lo único capaz de dar sentido y transformar la historia. Es pedir sin cesar, orar sin desfallecer y adorar para que se nos transfigure la mirada.

Cruzar el umbral de la fe nos lleva a implorar para cada uno “los mismos sentimientos de Cristo Jesús” (Filipenses 2, 5) experimentando así una manera nueva de pensar, de comunicarnos, de mirarnos, de respetarnos, de estar en familia, de plantearnos el futuro, de vivir el amor, y la vocación.
Cruzar el umbral de la fe es actuar, confiar en la fuerza del Espíritu Santo presente en la Iglesia y que también se manifiesta en los signos de los tiempos, es acompañar el constante movimiento de la vida y de la historia sin caer en el derrotismo paralizante de que todo tiempo pasado fue mejor; es urgencia por pensar de nuevo, aportar de nuevo, crear de nuevo, amasando la vida con “la nueva levadura de la justicia y la santidad” (1 Corintios 5, 8).

Cruzar el umbral de la fe implica tener ojos de asombro y un corazón no perezosamente acostumbrado, capaz de reconocer que cada vez que una mujer da a luz se sigue apostando a la vida y al futuro, que cuando cuidamos la inocencia de los chicos garantizamos la verdad de un mañana y cuando mimamos la vida entregada de un anciano hacemos un acto de justicia y acariciamos nuestras raíces.

Cruzar el umbral de la fe es el trabajo vivido con dignidad y vocación de servicio, con la abnegación del que vuelve una y otra vez a empezar sin aflojarle a la vida, como si todo lo ya hecho fuera sólo un paso en el camino hacia el reino, plenitud de vida. Es la silenciosa espera después de la siembra cotidiana, contemplar el fruto recogido dando gracias al Señor porque es bueno y pidiendo que no abandone la obra de sus manos (Salmo 137).

Cruzar el umbral de la fe exige luchar por la libertad y la convivencia aunque el entorno claudique, en la certeza de que el Señor nos pide practicar el derecho, amar la bondad, y caminar humildemente con nuestro Dios (Miqueas 6, 8).
Cruzar el umbral de la fe entraña la permanente conversión de nuestras actitudes, los modos y los tonos con los que vivimos; reformular y no emparchar o barnizar, dar la nueva forma que imprime Jesucristo a aquello que es tocado por su mano y su evangelio de vida, animarnos a hacer algo inédito por la sociedad y por la Iglesia; porque “el que está en Cristo es una nueva criatura”. (2 Corintios 5,17).
Cruzar el umbral de la fe nos lleva a perdonar y saber arrancar una sonrisa, es acercarse a todo aquel que vive en la periferia existencial y llamarlo por su nombre, es cuidar las fragilidades de los más débiles y sostener sus rodillas vacilantes con la certeza de que lo que hacemos por el más pequeño de nuestros hermanos al mismo Jesús lo estamos haciendo (Mateo 25, 40).

Cruzar el umbral de la fe supone celebrar la vida, dejarnos transformar porque nos hemos hecho uno con Jesús en la mesa de la eucaristía celebrada en comunidad, y de allí estar con las manos y el corazón ocupados trabajando en el gran proyecto del Reino: todo lo demás nos será dado por añadidura (Mateo 6, 33).
Cruzar el umbral de la fe es vivir en el espíritu del Concilio y de Aparecida, Iglesia de puertas abiertas no sólo para recibir sino fundamentalmente para salir y llenar de evangelio la calle y la vida de los hombres de nuestros tiempo.
Cruzar el umbral de la fe para nuestra Iglesia arquidiocesana, supone sentirnos confirmados en la misión de ser una Iglesia que vive, reza y trabaja en clave misionera.

Cruzar el umbral de la fe es, en definitiva, aceptar la novedad de la vida del Resucitado en nuestra pobre carne para hacerla signo de la vida nueva.
Meditando todas estas cosas miremos a María. Que ella, la Virgen Madre, nos acompañe en este cruzar el umbral de la fe y traiga sobre nuestra Iglesia en Buenos Aires el Espíritu Santo, como en Nazaret, para que igual que ella adoremos al Señor y salgamos a anunciar las maravillas que ha hecho en nosotros.

© FCSF – Popoli