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La città e lo straniero
10 gennaio 2013

Il progetto di costruzione della prima «metropoli», Babele, si incrocia nel racconto biblico con la figura dello straniero impersonata da Abramo, personaggio che cerca e offre accoglienza. Il biblista gesuita Pietro Bovati offre uno spunto di riflessione in vista della Giornata mondiale delle migrazioni, il 13 gennaio. *

Sin dalle prime pagine, la Bibbia parla della città, della fondazione della città, cioè del suo costituirsi come entità specifica e istituzionale. La prima sorpresa è vedere che l’iniziativa di costruire la città è attribuita ai figli di Caino, anzi la prima città prende il nome dal primo figlio di Caino, Enoch. Quasi un rimedio contro la condanna dell’uomo al vagare nomadico per costituirsi in entità collettiva.
Essere figli di Caino significa essere portatori di una tradizione di violenza, che si manifesta nel fatto che il primo costruttore della città è il padre di Lamech, l’uomo della ritorsione, della vendetta, che salva la propria vita mediante la minaccia. E i figli di Caino sono coloro che hanno promosso la tecnologia: sono infatti gli inventori della fusione, i primi fonditori del bronzo e del ferro, cioè i creatori degli strumenti del lavoro agricolo perfezionato e degli strumenti della guerra, ma anche coloro che applicano la tecnica all’arte: sono poeti, suonatori di cetra e di flauto.
La tecnologia e la città vanno assieme e hanno in se stesse, per loro natura, un’intrinseca propensione alla violenza, quella di sopraffare coloro che non sono della città, di conquistare nuovi territori, di coalizzarsi per dominare mediante la minaccia.

IL PROGETTO DI BABELE
Questa visione critica della città nella sua prima costituzione è emblematicamente tematizzata nella Scrittura dal racconto della città simbolo, che è Babele.
Babele nasce perché gli uomini percepiscono che la divisione e la dispersione sono un male, perché la divisione tra i popoli stabilisce quasi necessariamente un confronto e conseguentemente una rivalità, e d’altra parte si intuisce che la collaborazione, cioè il lavoro fatto insieme, può portare a un migliore risultato.
Nasce quindi il progetto, la città come progetto di unificazione, basato sulle risorse di una qualche lingua comune, di una qualche convergenza nei valori e soprattutto di una terra, di un contenitore nel quale introdurre la molteplicità. E il progetto della città prende la forma di una costruzione, dove la tecnica è una funzione essenziale, perché bisogna creare artificialmente qualcosa che serva e che costituisca il legame tra i cittadini: si creano strade, piazze, luoghi di incontro, si dà concretezza e forma al progetto.
Ma questa città materiale deve essere collegata con forme di costruzione di tipo spirituale, si devono creare vincoli di natura giuridica, assieme a legami di interesse, soprattutto economico, e a strumenti di difesa dei propri diritti.
In questa città, Babele, dove alcuni uomini decidono di unificare il mondo, si costruisce anche una torre che va fino al cielo, probabilmente un edificio templare, un grande santuario provvisto di gradini, che porti simbolicamente verso il cielo, cioè verso Dio. Ma anche un edificio che costituisca un punto di raduno di tutti gli uomini della terra, i quali, vedendo questa alta torre, possano avere un principio di orientamento e di convergenza nell’unità.
Tutto questo nella Scrittura è presentato come una grande metafora, quella del progetto umano che cerca la comunione tra gli uomini. E la sorpresa narrativa è che questo progetto così ambizioso, potremmo dire così intriso di religiosità, viene criticato da Dio, che vi vede il principio di un’azione negativa, distruttiva dell’umanità stessa.
È difficile comprendere per quali ragioni il progetto della città sia visto così negativamente da Dio. Ci sono varie interpretazioni. Ad esempio quella del Midrash ebraico dice che tutti erano così interessati al progetto che dimenticavano la vita, si preoccupavano solo di costruire anziché accogliere i bambini e seppellire gli anziani. C’è l’interpretazione che vede nella torre di Babele un progetto titanico, blasfemo, di sfida al divino. Ma quello che soprattutto è chiaro è che la città sembra essere un progetto di uniformizzazione degli uomini, che cerca cioè di ricondurre tutti a un unico modello. L’idea del diverso sembra essere negata dal principio di totalitarismo di cui Babele è la prima manifestazione nella storia e che sarà seguita da tutte le altre città-Stato, da tutte le forme imperialiste che imporranno la stessa lingua, la stessa religione, la stessa cultura, lo stesso diritto, lo stesso modo di vestire, lo stesso modo di pensare a tutti gli uomini.

ABRAMO, STRANIERO CHE ACCOGLIE
L’intervento di Dio contro questo progetto di uniformizzazione, cioè il tentativo di obbligare tutti a essere uguali, con la stessa forma, è quello di disperdere gli uomini, di confondere le lingue in modo che il progetto non abbia efficacia. Tuttavia, questa modalità è parziale, poiché sarebbe esclusivamente punitiva nei confronti di un’umanità che desidera andare verso un’unità. Allora la Scrittura introduce l’elemento dello straniero come guarigione del totalitarismo della città.
La figura dello straniero, nella tradizione biblica, è impersonata anzitutto dal personaggio di Abramo. Abramo è uno che attraversa le frontiere, che non fa del territorio, del possesso di una terra, la fonte della sua dignità, che osa entrare in zone dove si parla un’altra lingua, che osa incontrare persone che non sono della sua genealogia, cioè della sua etnia. Questo straniero, che attraversa le frontiere e si stabilisce in un altro territorio, diventa un immigrato. Non è solo un migrante, è uno che entra in una terra e domanda a questa terra di essere accolto.
La condizione dell’immigrato è una condizione sfavorevole, di debolezza. L’immigrato è solo desideroso di essere accolto, non può accampare in maniera precisa nessuno dei diritti che vengono di solito riconosciuti al cittadino. Tuttavia, secondo la Bibbia, Abramo è la benedizione della città. È colui che, proprio per la sua diversità, toglie alla città la sua valenza totalitaria, chiede alla città di aprirsi a una meraviglia, a un’attesa, a un volto che non veniva prima riconosciuto.
Si dice inoltre nella Bibbia che Abramo è lui stesso benedetto. Benedetto perché accetta questa condizione per essere portatore di benedizione. Non solo: Abramo, essendo un immigrato, capisce cosa vuole dire l’accoglienza. E così, al capitolo 18 della Genesi leggiamo che lui, immigrato, è il primo che accoglie gli stranieri che passano. E questa accoglienza dello straniero nella sua tenda è il principio della sua propria fecondità. Poi incontrerà la città di Sodoma, che vuole condurre tutti a un’unica forma, che vuole sfruttare i suoi ospiti, renderli strumenti della sua propria vita. Tuttavia lui non agisce contro questa città combattendola, ma diventa l’intercessore, cioè rimane sempre figura di benedizione.

Pietro Bovati SJ
Biblista, professore emerito di Esegesi al Pontificio istituto biblico di Roma

* Il testo è la trascrizione (rivista dall’Autore) dell’intervento tenuto il 6 ottobre scorso in occasione di «Milano al plurale», rassegna organizzata da Popoli e Fondazione Culturale San Fedele sui temi della pluralità culturale e religiosa nella città contemporanea.

Nella foto: Grande Torre di Babele, di Pieter Bruegel il Vecchio (Kunsthistorisches Museum di Vienna): una delle più celebri opere d’arte che hanno messo a tema il racconto biblico.

© FCSF – Popoli