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La mano di un bambino sceglierà il papa copto
28 marzo 2012
Sarà la mano di un bambino a decidere chi sarà il successore di Shenouda III, il papa dei copti ortodossi egiziani morto il 17 marzo all’età di 88 anni. Il piccolo, scelto fra un gruppo di chierichetti, dovrà tirare fuori da un’urna d’argento uno dei tre bigliettini con i nomi dei candidati al soglio di «papa di Alessandria d’Egitto e patriarca della predicazione di san Marco e di tutta l’Africa».

L’estrazione sarà l’atto finale di un lungo iter che, nella sua formulazione attuale, è stata definita nel 1957 e utilizzata solo per la nomina dei due ultimi patriarchi Cirillo VI e Shenouda III. Il primo passo è stata la nomina del reggente che guiderà la Chiesa fino alla nomina del nuovo patriarca. Questa carica spetta al vescovo più anziano del sinodo. Quindi avrebbe dovuto assumere l’incarico il vescovo Mikhail di Assiout, consacrato nel 1946, ma ha declinato l’invito. Al suo posto è stato nominato il vescovo Pachoemus di Beheira, consacrato nel 1971. Il Sinodo dei vescovi ha poi proclamato 40 giorni di lutto (a partire dal giorno della morte di Shenouda III) in cui i membri della Chiesa, laici e religiosi, non parleranno di candidature. I 40 giorni scadranno il 25 aprile, da quella data riprenderà il complesso processo dell’elezione. Il primo passo sarà l’elezione di un comitato, guidato dal vescovo Pachoemus, composto da 18 persone: nove vescovi e nove laici. Questo comitato, a sua volta, eleggerà una commissione ristretta composta da sei persone (tre laici e tre religiosi) sempre sotto la guida del reggente.

Il compito di quest’ultima è di redigere una lista di un minimo di cinque e un massimo di sette candidati. Ogni candidatura deve essere sostenuta da almeno sei vescovi o metropoliti o da dodici membri del Concilio dei laici. La lista dei candidati verrà resa pubblica sui tre maggiori quotidiani nazionali egiziani. Tre mesi dopo, si riunirà una grande assemblea composta da religiosi (vescovi, metropoliti, abati, monaci, diaconi e rappresentanti delle diocesi), laici (in particolare persone impegnate nella Chiesa, ma anche politici e giornalisti copti) che eleggono una terna di candidati. A questo punto entrerà in scena il chierichetto che estrae da un’urna il biglietto con il nome del nuovo patriarca di Alessandria nel corso di una messa solenne.

«La procedura - spiega una fonte della Chiesa copta contatta da Popoli.info - e durerà mesi. Da più parti se ne chiede la riforma. Ma, siccome l’iter per l’elezione è stabilito da una legge statale, un qualsiasi cambiamento deve passare in Parlamento. Qui le cose si complicano sia per i tempi lunghi del processo legislativo, sia perché ormai il parlamento egiziano è controllato dai Fratelli musulmani che non credo agevolerebbero una norma di questo tipo». Da alcuni settori della Chiesa copta è stata avanzata la richiesta di dare anche ai vescovi titolari di una diocesi la possibilità di essere eletti patriarchi di Alessandria. Su 117 patriarchi, 114 erano infatti o monaci o diaconi e gli unici tre vescovi non erano titolari di una diocesi, ma svolgevano funzioni curiali. Questo perché i copti sono fedeli a un’antica tradizione secondo la quale un vescovo non può lasciare la sua diocesi per un’altra più importante e l’essere eletto patriarca di Alessandria vorrebbe dire salire al soglio più alto della gerarchia copta.

Ma chi può candidarsi alla successione? La legge prevede che il candidato sia egiziano, monaco o diacono da almeno 15 anni, non sposato e con un’età di almeno 40 anni alla morte di papa Shenouda. Dalla morte del patriarca di Alessandria hanno iniziato a circolare sui media egiziani una serie di candidati «papabili». Il nome più ricorrente è quello di Anba Moussa, vescovo dei giovani (quindi non titolare di una diocesi), seguito da Anba Bishoi, segretario del Sinodo e responsabile delle relazioni ecumeniche, e da uno dei segretari di papa Shenouda III, Anba Youannis. «Nella Chiesa copta - continua il portavoce - Anba Moussa è molto apprezzato per la sua grande cultura e la sua disponibilità al dialogo con tutte le componenti della società egiziana, musulmani compresi. Sul nome di Anba Bishoi invece non c’è un’unanimità di consensi. Alcune dichiarazioni rilasciate nei mesi scorsi (“I protestanti non andranno mai in paradiso”, “I musulmani sono solo ospiti in Egitto”, “Alcuni versi del Corano sono stati cambiati nel corso della storia”) ne hanno macchiato l’immagine. In molti, cristiani e musulmani, pensano non sia adatto a una carica che richiede una buona dose di diplomazia. Anba Youannis è molto preparato, ma è meno conosciuto. Personalmente, però, credo che non ci si debba fermare a questi nomi. Può essere che, come è capitato nel passato, sia eletto un outsider, un monaco il cui nome non è noto a tutti, ma di grande preparazione teologica. Anche se, alla fine, sarà la mano di un bambino guidata dalla volontà del Signore a decidere chi salirà al soglio del patriarcato di Alessandria».
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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