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«La pesca illegale devasta i mari africani»
23 novembre 2010
La pesca illegale sta danneggiando irreparabilmente le coste dell’Africa e sta causando perdite rilevanti alle economie africane. A denunciarlo l’organizzazione ambientalista Greenpeace che ha pubblicato all'inizio di novembre i risultati di una missione esplorativa compiuta in primavera al largo delle coste mauritane e senegalesi. In cinque settimane la nave di Greenpeace «Artic Sunrise» ha incrociato 126 pescherecci, di cui 93 non africani (tra i quali 61 europei). «Le navi europee - spiegano gli operatori dell’organizzazione ambientalista - complessivamente hanno una capacità di pesca che è di due o tre volte superiore a una pratica sostenibile. L’Europa ha progressivamente aumentato le sue spedizioni in mari lontani con gravi conseguenze per gli ecosistemi e per la sicurezza alimentare delle popolazioni locali». Il settore ittico dà occupazione diretta e indiretta a più di 10 milioni di africani, mentre le risorse ittiche sono alla base dell’alimentazione di 200 milioni di persone nel continente.

Insieme alle imbarcazioni europee operano anche quelle asiatiche (coreane, cinesi e taiwanesi), anch’esse impegnate in uno sfruttamento massiccio delle risorse ittiche africane. Uno sfruttamento che, sempre più spesso, assume i contorni dell’illegalità. «Utilizzando le scappatoie e le lacune delle normative vigenti nei Paesi africani - osservano gli operatori di Greenpeace - proprietari di pescherecci e compagnie senza scrupoli, talvolta in combutta con i politici locali, usano “bandiere di comodo” per eludere non solo i regolamenti internazionali per la gestione e la conservazione del patrimonio ittico, ma anche le norme di sicurezza e i diritti dei lavoratori».

La pirateria ittica, secondo i ricercatori di Environmental justice foundation (Ejf), una fondazione britannica che studia i problemi legati all’ambiente, incide profondamente sull’ecosistema utilizzando sistemi quali le reti a strascico che non solo razziano più pesce di quanto l’ambiente possa sostenere, ma distruggono l’habitat in cui il pesce stesso vive. Così difficilmente, nel breve periodo, si può ricreare la ricchezza ittica attualmente presente.
A ciò si aggiunge anche lo sfruttamento del lavoro. La manodopera africana e gli equipaggi europei e asiatici sono sfruttati per 18 ore al giorno in condizioni di temperatura e di igiene al limite dell’umano. In molti casi, secondo i ricercatori dell’Ejf, le condizioni di lavoro rispondono alla definizione che l’Onu dà di lavoro forzato.
Di fronte a questo fenomeno l’Unione europea è intervenuta vietando l’importazione di pescato che non sia certificato come legale da parte dello Stato al quale appartiene la bandiera della nave. Ma questa norma è aggirata trasbordando il pesce da pescherecci «pirata» a navi regolari. Il fatto poi che gran parte delle imbarcazioni batta bandiera di comodo rende difficile ogni controllo da parte degli Stati. Di fronte a queste difficoltà, l’Unione europea ha annunciato cambiamenti nella politica comune della pesca e maggiore attenzione alle necessità delle popolazioni africane e degli ecosistemi. Ma non ci sono impegni precisi sul varo di questa nuova politica.
Enrico Casale

© FCSF – Popoli