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La televisione e le insicurezze senza confini degli italiani
14 febbraio 2013
Il VI Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza 2012 (un’iniziativa di Demos & Pi, Osservatorio di Pavia e Fondazione Unipolis), presentato l’11 gennaio, registra alcune importanti novità. La prima risiede nell’aumento, rispetto agli anni precedenti, di tutti gli indicatori della insicurezza: gli italiani ora hanno più paura della crisi economica, del disagio sociale, della minaccia della criminalità per l’incolumità (sia personale sia degli spazi che si occupano). Non caso, il sociologo Ilvo Diamanti definisce questo nuovo tipo di insicurezza che «abbraccia» tutti gli aspetti della vita un «male oscuro», ovvero la «paura di avere paura» senza identificare un elemento prevalente sugli altri. Infatti, a fianco delle preoccupazioni legate alla disoccupazione, al carovita, alla perdita di reddito, ai furti o alla distruzione dell’ambiente, emerge un nuovo fattore che produce incertezza: l’instabilità politica e il timore che le classi dirigenti non riescano a gestire le sfide che il Paese è chiamato ad affrontare.

La seconda novità risiede nella normalizzazione del principale telegiornale pubblico italiano (Tg1) rispetto ai principali notiziari delle reti pubbliche europee di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. In tutti i telegiornali europei la parte più cospicua dell’agenda è occupata dai temi economici, seguita dalla politica e dagli esteri. Seppur superiore ad altri Paesi, la criminalità - che aveva reso il notiziario di casa nostra «peculiare» - subisce una forte contrazione (dal 12% dell’anno precedente al 6,5% attuale). Il clima di austerità si estende anche alle cosiddette soft news che, negli anni passati, avevano contraddistinto il Tg1: ora si attestano al 3,5% (dall’8% del 2011).

Quindi il ruolo dell’informazione e dei telegiornali subisce una variazione. Se nel corso degli anni, come le precedenti edizioni del Rapporto hanno evidenziato, i notiziari televisivi hanno enfatizzato, fino ad alimentarla, l’insicurezza dovuta ai fenomeni criminali, nell’ultimo anno il peso delle notizie ansiogene è andato calando in modo significativo: dal 49% del 2011 al 19% dello scorso anno.

È pur vero che la parte più ampia delle notizie ansiogene è legata alla criminalità, con una differenza importante tra i canali Rai e quelli Mediaset (995 notizie di criminalità nei tre Tg della Rai e 2.900 per i tre Tg di Mediaset) e ai reati contro la persona. In particolare, è la violenza sulle donne, sintetizzata con la formula «femminicidio», a occupare una quota significativa della criminalità. Si dà ampio spazio a quello che è noto da tempo, ossia che la maggior parte dei reati violenti appartengono alla sfera domestica, ma nell’Anno europeo della lotta alla violenza contro le donne questo diventa emergenziale. Con il rischio, senza una continuità di attenzione e sensibilizzazione sulla violenza contro le donne, di oscurare la gravità sociale del fenomeno stesso. Così è avvenuto per le notizie di suicidi per la crisi economica, concentrate tra marzo e maggio. Si è trattato di una narrazione che ha avuto un picco nel mese di maggio, ma che a dicembre, con la crisi economica che raggiunge il suo apice, ha visto scomparire i suicidi nel nulla. «Sciami informativi» caratterizzati da fasi di grande visibilità. Le crisi aziendali, i suicidi degli imprenditori, la violenza sulle donne sono eventi, tragici, presenti nella quotidianità. Il rischio è che essi, una volta presenti nella narrazione mediatica, ne debbano subire regole e logiche, finendo poi per cedere il posto a qualche altra sequenza di eventi. E dunque scomparire dalla rappresentazione continuando però a restare ben presenti nella realtà.     
Giovanna Maiola
Osservatorio di Pavia

© FCSF – Popoli
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