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Ladri di terra
10 agosto 2014
Land grabbing è un termine inglese che significa letteralmente «accaparramento di terra». Con questa espressione ci si riferisce a un fenomeno complesso che riguarda l’acquisto o l’affitto su larga scala di terreni agricoli di Paesi in via di sviluppo da parte di multinazionali, governi stranieri e singoli soggetti privati. L’acquisizione viene effettuata per ragioni diverse: coltivazioni di vegetali per l’alimentazione o per la produzione di biocarburanti, silvicoltura per ottenerne legname pregiato, la creazione di industrie o di strutture turistiche, ecc.

Il fenomeno si è affermato a partire dagli anni Duemila e si è accentuato dal 2007 con l’inasprirsi della crisi economica e con le speculazioni finanziarie del cibo. La crescita dei prezzi dei generi alimentari ha portato alcuni Paesi industrializzati a cercare di accaparrarsi terreni a basso costo in nazioni del Sud del mondo. Nazioni nelle quali, tra l’altro, è anche presente una manodopera sottopagata. A questo fenomeno si è aggiunto quello dei ricchi Paesi del Golfo che, privi di grandi estensioni coltivabili, si assicurano le derrate alimentari necessarie acquistando terreni all’estero.
Il land grabbing è un fenomeno caratterizzato dalla scarsa trasparenza. La maggior parte dei contratti non sono registrati e si fondano su complicità tra multinazionali (o dei governi occidentali) ed élite locali che fanno leva sui diritti di proprietà poco chiari. Corollario sono contratti in larga parte segreti e pochissimi dati disponibili su di essi.
Nonostante ciò, Land Matrix, un osservatorio globale interattivo supportato dalla Commissione europea, ha dato vita a un monitoraggio continuo del fenomeno costruendo una banca dati ricchissima. Dal 2000 a oggi, Land Matrix ha mappato 1.200 contratti che hanno interessato 36 milioni di ettari di terra (acquistati o ceduti in affitto per un periodo dai 30 ai 99 anni). Altri 14 milioni di ettari (una superficie poco più grande della Grecia) sono attualmente oggetto di stipula. Solo l’11% dei terreni acquisiti sono usati per coltivare vegetali commestibili, il 33% è coltivato per vegetali non commestibili, il 22% per vegetali «flessibili» (che possono essere utilizzati per alimentazione, produzione di energia, biocarburanti o fibre) e il 34% per usi diversi (industria, turismo, ecc.).

Tra i principali acquirenti ci sono gli Stati Uniti che, grazie alla stipula di 82 contratti, si sono accaparrati 7,1 milioni di ettari. Seguono Malesia (3,4 milioni di ettari), Emirati arabi (2,8), Regno Unito (2,2) e India (2). I venditori sono prevalentemente concentrati in Asia e in Africa. Guida la classifica la Papua Nuova Guinea (3,7 milioni di ettari), seguita da Indonesia (3,5), Sud Sudan (3,4), Repubblica Democratica del Congo (2,7) e Mozambico (2,1).
Le economie locali non traggono vantaggi dal land grabbing. Le ricadute occupazionali sono limitate e gran parte della produzione è destinata all’estero. A ciò si aggiunge il fatto che le società straniere impiantano monocolture che distruggono la ricchezza delle colture tradizionali e impoveriscono l’economia familiare pilastro dei sistemi sociali dei Paesi del Sud del mondo.
Enrico Casale
© FCSF – Popoli
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