Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Landgrabbing all’italiana
10 agosto 2014
Il fenomeno dell’accaparramento di terra vede tra i suoi protagonisti anche diverse aziende tricolori. Con i problemi di sempre: scarso contributo alle economie locali, rottura degli equilibri basati sull’agricoltura familiare, terreni abbandonati quando i progetti falliscono. Come insegna l'esperienza in Senegal descritta nell'inchiesta pubblicata sul numero di agosto-settembre di Popoli. (Con riferimento a questo articolo, leggi anche la rettifica inviata a Popoli da Vescovini Group)


In Senegal, dal 2005 più di 80mila ettari di terra sono passati in mani italiane. Secondo il database Land Matrix, un osservatorio globale interattivo sostenuto dalla Commissione europea, tra questi ci sono molti contratti che, nel tempo, hanno avuto un esito fallimentare: investimenti che si sono fermati dopo qualche anno per mancanza di fondi o perché garantivano profitti troppo bassi. In gran parte gli investimenti italiani si sono indirizzati verso la coltivazione di prodotti agricoli da utilizzare come biocombustibili. Soprattutto nel caso italiano, ma non solo, a spingere verso la produzione a basso costo di biocarburanti sono state le politiche dell’Unione europea che hanno incentivato lo sviluppo di tecnologie basate su combustibili alternativi al petrolio.

In Senegal le imprese italiane interessate a questo business hanno trovato terreno fertile. Nel 2007 il governo dell’allora presidente Abdulaye Wade aveva lanciato un progetto per la coltivazione di jatropha (un arbusto i cui semi contengono olio utilizzabile come combustibile o carburante nei motori diesel) con l’obiettivo di produrre 1,19 miliardi di litri di olio, per rendere il Paese indipendente dalle importazioni di petrolio. Il programma governativo prevedeva di realizzare piantagioni da mille ettari in ogni comunità rurale del Paese.

Come è possibile che le imprese straniere possano accaparrarsi una così grande quantità di terre? In Senegal la terra appartiene allo Stato e le concessioni devono essere date dalla comunità rurale, rappresentante del diritto consuetudinario sul territorio. La concessione segue due principi: la messa in valore e la residenza. Dopo il 2000, con la creazione di Apix, l’agenzia per favorire gli investimenti esteri nel Paese, sono cambiati anche i criteri di assegnazione. I terreni sono quindi diventati oggetto di possibile rendita per le comunità e per lo Stato che così hanno iniziato a concedere terre agli stranieri.

IL CONTRATTO CHE NON C’È
A pochi chilometri da Thiès
(città capoluogo dell’omonima regione centrosettentrionale del Senegal) si trova il villaggio di Beude Dieng, dove 60 ettari sono coltivati a jatropha. Dire che sono coltivati è un po’ approssimativo, dato che gli arbusti sono privi di foglie perché non irrigati. Il progetto è stato avviato nel 2005, ma nessuno degli abitanti conosce il nome della società che gestisce la piantagione. «Abbiamo conosciuto solo un intermediario senegalese, che ha detto di essere originario di queste parti», spiega un contadini che ha ceduto il suo campo per il progetto.

Spesso i rapporti con le comunità locali vengono gestiti da senegalesi che fanno capo a investitori italiani. In questo caso si è trattato di un ex emigrato che ha lavorato per l’azienda Società bulloneria europea, del Vescovini Group di Monfalcone (Go). A operare a Beude Dieng è stata la controllata senegalese Sbe Senegal. Alessandro Vescovini, presidente della società, ha spiegato che si è trattato di un investimento a vuoto e che l’impresa senegalese ha dichiarato fallimento nel 2012. E infatti la popolazione dichiara di non aver mai visto raccogliere i grani di jatropha negli ultimi due anni. Nella prima fase del progetto è intervenuta anche un’altra società italiana, Agroils, una società di consulenza specializzata nella promozione della jatropha e nell’accompagnamento per la prima fase della produzione. I terreni utilizzati dalla compagnia le sono stati ceduti dai singoli abitanti del villaggio tramite una cooperativa.

A Beude Dieng, però, i membri della cooperativa, ovvero coloro che hanno ceduto i campi, dicono di non essersi mai riuniti. Alcuni contadini sostengono di non aver firmato un contratto, ma solo un foglio in bianco. Altri che un contratto esiste, ma non ne hanno copia. Le famiglie che hanno creduto nel progetto jatropha non ne hanno tratto alcun vantaggio. La produzione non è mai decollata e i loro campi, ancora occupati dalle piantine, ora non possono essere utilizzati per le colture tradizionali.

PROMESSE MANCATE
Nella regione di Kaolak
, nel pieno del bacino delle arachidi, si trova il villaggio di Ourour. Arrivando si vedono distese di campi di jatropha, almeno 500 ettari, distribuiti in diverse zone. Grazie alla mediazione di Apix, la compagnia italo-senegalese Anoc (African National Oil Corporation) ha ottenuto nel 2008 la cessione di 750 ettari nella zona di Ourour e 2.000 nella zona di Dianké Souf. Anche in questo caso ad accompagnare l’investimento è stata Agroils. Lo Stato senegalese non prevede la vendita dei terreni agli stranieri, ma i capi villaggio parlano di trattative individuali per la vendita dei campi, gestite da intermediari senegalesi. In cambio della terra, compensata con 20mila franchi cfa all’ettaro (circa 30 euro), ogni famiglia avrebbe visto un figlio assunto, per tutto l’anno, con un salario di 75mila franchi cfa al mese.

Di fatto, però, spiegano i capi villaggio riuniti nella casa comunitaria, nulla di tutto ciò è avvenuto. «Per avere un figlio impiegato nell’azienda bisognava cedere almeno tre ettari, io ne ho donati 20, avrei dovuto avere almeno sei posti nell’azienda, ma solo in tre hanno lavorato per loro, e solo per i primi quattro mesi», spiega un anziano capo villaggio. «In diversi casi i terreni, non ancora coltivati, sono stati riaffittati agli antichi utilizzatori», osserva Bocar, presidente del comitato di lotta che riunisce diversi villaggi. Anoc ha detto di essere pronta ad alzare i salari, fermi a 35mila franchi cfa, nel caso in cui il villaggio avesse dato il via libera alla compagnia per la coltivazione di arachidi. Il villaggio, composto da coltivatori di arachidi, ha messo il veto: «Sappiamo coltivare le arachidi, non abbiamo bisogno di uno straniero che coltivi i nostri campi con i nostri prodotti: che ci restituisca la terra piuttosto!».

AGRICOLTORI DISCRIMINATI
Diverso per dimensione e impatto
è il caso di land grabbing nella regione di Saint Louis: a Fanaye prima e nel parco naturale dello Ndiael, poi, dopo proteste e morti. Il progetto, infatti, ha sin da subito generato conflitti e ha spaccato la comunità rurale, tra i favorevoli e contrari. Il 26 ottobre 2011 la situazione è degenerata in violenze che hanno provocato la morte di due persone. Il caso ha fatto discutere molto nel Paese, tanto da spingere Wade a sospenderlo e a ricollocarlo nello Ndiael. Oltre 26mila ettari di terra sono stati ceduti alla compagnia italosenegalese Senhuile, controllata al 51% dal gruppo italiano Tampieri.

Il progetto, durante la presidenza Wade, era stato pensato per la zona di Fanaye, dove la compagnia Senethanol (formata da capitali senegalesi e stranieri), di cui successivamente divenne partner Senhuile, intendeva coltivare la patata dolce da usare per la produzione di biocarburante. Con l’ingresso di Senhuile la produzione si era spostata verso i semi di girasole, destinati ad essere esportati in Italia per la trasformazione. Il gruppo Tampieri, infatti, ha dichiarato di partecipare al progetto per internalizzare la materia prima necessaria all’azienda. Con il cambio di presidente, le autorità hanno prima sospeso e poi riconfermato il progetto (con un decreto presidenziale). Ancora oggi non c’è una chiarezza su cosa si coltivi nella piantagione. Gli attivisti parlano di riso e arachidi. L’ente che si occupa dello sviluppo agricolo senegalese, l’Isra, ha definito il progetto un punto di appoggio per la ricerca sulle sementi (per la ricostituzione del capitale dei semi).

La popolazione è composta da comunità peul, dedite all’allevamento. Un giovane allevatore, venditore di bestiame a Dakar, spiega che i pastori devono camminare per chilometri per aggirare la piantagione e portare al pascolo le mandrie. A gennaio alcuni villaggi hanno firmato un accordo che prevede una zona franca di 500 metri intorno agli insediamenti. «Non bastano, gli animali moriranno nel tragitto», spiega Ardo Sow, il rappresentante delle comunità. Come se non bastasse gli abitanti dei villaggi dicono di essere sottoposti costantemente a intimidazioni da parte della polizia. Ong e associazioni senegalesi e italiane hanno lanciato un appello, finora inascoltato, per chiedere a Tampieri di rinunciare al progetto.
Marta Gatti


© FCSF – Popoli
Tags
Aree tematiche
Aree geografiche