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Le loro prigioni: inchiesta sui Cie, le "discariche" dell'immigrazione
2 novembre 2011
Diciotto mesi, tempi triplicati. Dal 3 agosto la nuova legge che regola il trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) può costringere una persona che non ha commesso reati a rimanere dietro le sbarre per un anno e mezzo. La detenzione amministrativa prevista nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano era al massimo di un mese, diventati due con la Bossi-Fini (2002), saliti a sei nel 2009 con il cosiddetto pacchetto sicurezza e ora di nuovo triplicati, senza un adeguamento delle strutture, ma solo un crescente impiego di forze dell’ordine.
Nei centri vengono rinchiusi gli stranieri destinati a essere espulsi dall’Italia, ma per i quali il provvedimento non può essere eseguito subito. Se non si conosce l’identità o la nazionalità dello straniero, se mancano i documenti di viaggio (come il «lasciapassare» da parte del Paese di origine che riapre le porte al suo cittadino) o se non c’è un aereo disponibile, si deve aspettare. Allora nei Cie convivono persone con alle spalle le situazioni più diverse: accanto a un ragazzo appena arrivato, nascosto in un Tir sbarcato ad Ancona, puoi trovare qualcuno che ha scontato una lunga pena in carcere e che dal momento della scarcerazione aspetta di essere espulso. Stanno nella stessa piccola stanza il richiedente asilo che attende l’esame della commissione e il lavoratore in regola che ha perso il posto e non l’ha ritrovato in sei mesi (per cui diventa irregolare). Incensurati ed ex carcerati, chi sta nel Belpaese da anni e chi è appena arrivato e non sa una parola di italiano.
«Il prolungamento a 18 mesi è assurdo, mortifica le persone - denuncia il Centro Astalli, sezione italiana del Jrs, il Servizio dei gesuiti per i rifugiati -. Nei Cie incontri persone che non sono colpevoli di aver commesso reati, uomini e donne che non capiscono cosa stia loro succedendo e perché si trovino lì». Essendo luoghi pensati come semplice contenimento, privi di una progettualità, non offrono nulla. Così in qualcuno monta la collera, altri sprofondano nella depressione. Da Torino a Cagliari a Trapani, in questi mesi le notizie di atti di vandalismo, incendi o tentati suicidi sono state continue. Si susseguono le sommosse e le fughe, tra agosto e settembre più di 350 persone sono scappate da sette diversi centri. Molte evasioni sembrano essere una valvola di sfogo concessa ad arte per allentare la tensione.
Nelle strutture stampa e Tv non entrano: il 1º aprile il ministro Maroni ha firmato una circolare per cui i giornalisti non possono visitare alcun centro per stranieri. Così da più di sei mesi si ostacola l’informazione.

VITE DA CIE
Il blog Fortress Europe di Gabriele Del Grande, l’osservatorio più attento a questi problemi, riferisce tra le tante la vicenda di un ragazzo marocchino di 22 anni che ha sempre vissuto con la famiglia in Italia. Scontata una condanna di sei mesi per una vicenda di droghe leggere, la legge prevede la sua espulsione verso un Paese - il Marocco - con cui non ha più legami. Mentre aspetta nel Cie di Milano tenta due volte il suicidio. Ma c’è anche chi ingoia ferri, chi si provoca tagli su braccia e gambe per andare in ospedale e tentare la fuga. Questa scelta è preferita agli atti di vandalismo contro le strutture: una condanna per danni porta solo in carcere e poi di nuovo in lista di attesa per l’espulsione.
In Sicilia Medici senza frontiere ha raccolto la testimonianza di un nigerino: «Da quando sono arrivato a Mineo, non faccio altro che camminare in circolo. Sembra di essere in carcere. Per due mesi ci hanno detto che avremmo dovuto ricevere i documenti, ma non è successo nulla. Il tempo passa e io non so nemmeno se la mia famiglia riesce a sfamarsi».
Lo scorso marzo, da una visita al Cie di Milano della rete Migreurop, che riunisce una quarantina di associazioni europee, è emerso che ai detenuti venivano sequestrati i cellulari (possono comunicare solo con telefoni pubblici e poche schede a disposizione). È complicata la procedura per chiedere visite e vi sono pessime condizioni igieniche, i problemi sanitari talvolta non sono affrontati. È difficile venire a sapere degli scioperi della fame, di perquisizioni e pestaggi.
«Qui siamo detenuti come persone che hanno commesso un reato - scriveva a metà luglio un gruppo di detenuti a Ponte Galeria, il più grande d’Italia, vicino all’aeroporto di Fiumicino -. Quelli che fanno queste leggi non sanno niente della nostra situazione e della nostra sofferenza. Ma noi amiamo l’Italia. Uno di noi è nato nella stessa città di Claudia Cardinale (La Goletta, in Tunisia, ndr). Veniamo perché sogniamo la libertà, come voi una volta sognavate l’America».
Questa America può avere l’aspetto di una stanza di 16 metri quadrati per otto persone e 3 euro al giorno per le spese personali (o anche nulla). Alla privazione della libertà si aggiungono il senso di fallimento del progetto migratorio, le difficoltà di avere informazioni e la noia.
Fabiana Giuliani che, come volontaria del Centro Astalli, nel Cie di Roma offre assistenza legale ad alcuni detenuti che vogliono chiedere asilo, conferma che il tasso di vulnerabilità psicologica è cresciuto enormemente, le persone sono sempre più fragili. «Ci chiedono di essere portate via, non tutti sono ancora consapevoli del rischio di rimanere rinchiusi fino a 18 mesi». Ha conosciuto una giovane tunisina che aveva alle spalle un matrimonio forzato (situazione che consentirebbe di avere una forma di protezione). La famiglia la teneva rinchiusa in una stanza e quando è riuscita a scappare dal Paese è finita rinchiusa in un’altra.
Dentro il Cie, diversamente dal carcere, non si può far nulla per trascorrere il tempo. Si aspetta. Durante le indagini preliminari di un processo penale, la custodia cautelare per i crimini gravi è di un anno. Lo straniero che non ha commesso un crimine ora può subire una detenzione amministrativa più lunga della detenzione dei criminali e senza controllo giurisdizionale. Eppure la legge del 1998, da cui tutto è partito, parlava di «tempo strettamente necessario» e di «rispetto della dignità».

LA GALASSIA DEI CENTRI
Cie, Cara, Cai, Cda (o Cpsa?): ha molti nomi la geografia italiana dei centri in cui finiscono gli stranieri senza documenti di soggiorno, diventati la casa di molti chiamati «clandestini». Il governo li vorrebbe in ogni regione e ora compaiono anche in mare.
I Cie (ex Cpt) sono tredici (vedi cartina), con circa 1.900 posti in tutto, distribuiti in otto regioni. Accanto a questi ci sono i centri di accoglienza (Cda) destinati a offrire un primo soccorso, come quello di Lampedusa, da mesi meta di arrivo dal Nord Africa per migliaia di persone: in questi è prevista una permanenza limitata allo stretto necessario. Si trovano lungo la frontiera più perlustrata, quella delle coste meridionali. Inoltre dal 2008 sono stati creati una decina di Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) che ospitano, per circa un mese, chi fa domanda di protezione. Li distingue una caratteristica fondamentale: dai Cara si può uscire durante il giorno. Ma quando ti trovi a 17 chilometri di distanza dal primo centro abitato e non hai un euro in tasca, come è il caso degli ospiti del centro di Mineo, in provincia di Catania, non si va lontano. Mineo non rientra neppure nell’elenco ufficiale dei Cara, tuttavia ospita 1.800 persone in un villaggio costruito per gli americani di Sigonella e che oggi lo Stato affitta da privati e la provincia di Catania dà in gestione.
A complicare la mappa ci sono i siti spuntati in questi mesi per trasferire le persone giunte a Lampedusa. La cosiddetta «emergenza» dei circa 60mila (metà dei quali tunisini) sbarcati dall’inizio delle rivolte in Tunisia e della guerra in Libia, ha trovato una risposta in ulteriori centri sparsi per il Paese.
I centri temporanei hanno assunto varie forme, compresa quella della tendopoli, come a Kanisia presso Trapani, poi smantellata con l’apertura di un altro Cie vicino.
Significativa la vicenda di Palazzo San Gervasio, in Basilicata, segnalata da Popoli già nella scorsa primavera. È un esempio di centro nato in fretta e furia a partire dal 22 aprile, in un campo destinato all’ospitalità dei raccoglitori stagionali, poi chiuso nel 2010 perché in pessime condizioni di igiene e sicurezza, ma riaperto su richiesta del prefetto per alloggiare i nuovi immigrati irregolari. Il Comune ha accettato l’idea che, nel giro di pochi giorni, la struttura potesse «ospitare» oltre 500 persone anche se in precedenza una delibera comunale ne aveva fissato il limite massimo a 250. Sono sorte recinzioni di cinque metri e la gestione è andata in mano a Connecting People, lo stesso ente privato gestore dei Cie a Trapani e Gorizia. Dopo pochi mesi e molte denunce per le condizioni di vita, è stato chiuso.
L’ultima novità in fatto di trattenimento e controllo degli stranieri senza documenti sono i Cie «galleggianti»: Moby Fantasy, Moby Vincent e Audacia, tre navi che, nel momento in cui scriviamo, si trovano a Palermo, Porto Empedocle e Cagliari, affittate dallo Stato che ha disposto di caricarvi i tunisini trasferiti da Lampedusa dopo le ultime rivolte. Navi che in estate portano i turisti in vacanza, in autunno diventano Cie «offshore» per alcune centinaia di persone, minori compresi.
Come osserva Fulvio Vassallo Paleologo, docente dell’Università di Palermo, non si capisce che cosa questi luoghi di raccolta vogliano essere: centri di accoglienza o di detenzione amministrativa? Si può restare privati della propria libertà per settimane senza che un giudice convalidi il fermo entro due giorni, come prevede la Costituzione.
«Bisogna smontare l’idea che l’immigrato irregolare sia una persona davanti alla quale occorrano particolari misure di sicurezza per rischi di terrorismo che porta con sé - ci spiega Armando Spataro, magistrato esperto di terrorismo islamico -. È falso perché nelle inchieste di questo tipo il ruolo degli irregolari è irrisorio. C’è un utilizzo della paura del terrorismo per giustificare cerce misure».
La tendopoli di Kanisia è stata messa in piedi, nonostante la presenza nelle vicinanze di un Cie vecchio, di uno appena costruito, di un Cara e la disponibilità della Caritas locale di ospitare gli stranieri. Perché?

LA LEGGE TRA ROMA E BRUXELLES
Il decreto di giugno che allunga i tempi di permanenza è diventato legge con il voto di Pdl, Lega e «responsabili». Prevederebbe «l’espulsione coattiva immediata di tutti i clandestini», oltre al trattenimento nei Cie, attraverso una procedura di garanzia che passa dal giudice di pace.
Il decreto doveva adeguare la nostra legge alle direttive europee, in particolare la 115 del 2008 sul rimpatrio degli extracomunitari irregolari. I due anni per il recepimento erano già scaduti e l’Italia rischiava una procedura di infrazione. La direttiva, approvata dal Consiglio e dal Parlamento di Bruxelles tra mille polemiche (consente l’espulsione anche di famiglie con minori, ma non prevede alcun reato di clandestinità), cerca di uniformare la legislazione dei 27 Stati rispetto ai cittadini di Paesi terzi che non soddisfano le condizioni di ingresso, soggiorno o residenza in uno Stato membro. Dice che «il trattenimento è giustificato soltanto per preparare il rimpatrio o effettuare l’allontanamento e se l’uso di misure meno coercitive è insufficiente». E aggiunge che i cittadini di Paesi terzi che sono trattenuti dovrebbero essere trattati in modo umano e dignitoso. Pone sei mesi come limite massimo di trattenimento. Solo se la persona non coopera o ci sono ritardi nell’ottenere la documentazione dal Paese di origine, si può prolungare al massimo di altri 12 mesi.
La legge italiana punta all’espulsione con un accompagnamento coattivo. Per la direttiva europea, invece, la modalità ordinaria è il rimpatrio volontario e si devono rispettare i diritti fondamentali, la dignità e l’integrità fisica dello straniero.
La direttiva, insomma, impone di adottare misure meno lesive della libertà personale. Ma si vede come lo «strumento residuale» diventi invece in Italia una prassi corrente. Non si danno misure coercitive alternative: le sbarre del Cie diventano la destinazione in ogni caso in cui non sia possibile accompagnare lo straniero alla frontiera. L’accompagnamento con la forza diventa lo strumento ordinario e si presuppone che se uno non ha il passaporto (anche senza colpa) sia da considerare un possibile fuggiasco.

COSTOSI E INEFFICACI
Oltre che disumana, la legge risulta inefficace. L’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha bocciato i suoi contenuti. Persone che non hanno commesso nessun reato - osserva - trascorrono mesi in strutture che spesso sono del tutto inadeguate a rispettare standard minimi di civiltà e manca un controllo istituzionale sul rispetto dei loro diritti fondamentali nel periodo di internamento.
In questi anni non più di metà dei trattenuti sono stati rimpatriati. Allungare i tempi a dismisura non aumenta la prospettiva. Perciò risulta una scelta di propaganda, una punizione gratuita.
È difficile avere le cifre aggiornate sulle espulsioni, ma alcuni dati sono indicativi. Secondo il Rapporto Caritas Migrantes, solo 18mila dei 52mila irregolari fermati nel 2009 sono stati rimpatriati. Paolo Borgna, nel suo libro Clandestinità (Laterza 2011) riferisce che, sempre nel 2009, meno di un decimo delle persone con un decreto di espulsione emesso a Torino è stato effettivamente accompagnata alla frontiera.
In tempi più recenti gli accordi con i Paesi di provenienza, ad esempio la Tunisia, hanno portato a un aumento dei rimpatri, ma talvolta i Paesi non collaborano. Un rimpatrio costa almeno 2mila euro a persona. Per il periodo 2008-2013, tra fondi europei e nazionali, sono stanziati più di 110 milioni di euro. Ma i fondi europei sono per i rimpatri volontari assistiti, non per quelli forzati.
Gli irregolari in Italia sono centinaia di migliaia (almeno mezzo milione, secondo l’Ocse). Non arrivano solo con imbarcazioni di fortuna, ma in maggioranza con un visto turistico. Per il criterio assurdo previsto dalla nostra legge per la ricerca di lavoro (uno straniero dovrebbe trovare impiego in Italia stando nel suo Paese e solo successivamente ottenere dal nostro consolato i documenti di ingresso), sono numerosi quelli che entrano senza un visto o che lo lasciano scadere. Si mette quindi in moto la macchina dell’espulsione con i suoi tempi lunghi. Allora subentrano i Cie, i cui posti sono limitati (e sempre più insufficienti con i prolungamenti di permanenza). Il questore intima di lasciare l’Italia entro cinque giorni, ma la maggior parte non lo fa, per cui la persona può essere arrestata. Dal 2009 lo straniero irregolare è anche perseguibile per il reato di «clandestinità», perciò soggetto all’intreccio di due provvedimenti, uno amministrativo e uno penale, entrambi con lo scopo di arrivare all’espulsione. L’invenzione del reato di clandestinità avrebbe dovuto, nelle intenzioni del governo, rendere più efficaci le espulsioni, ma la realtà dimostra che non è così.

PERSONE SPAZZATURA?
Suor Eugenia Bonetti incontra regolarmente le donne nel Cie di Roma. Con altre suore della Consolata che parlano le lingue delle detenute le ascolta, organizza brevi momenti di svago. Molte ragazze, ad esempio nigeriane, sono vittime già in partenza, della tratta. «Che cosa ci fa lì una persona di vent’anni senza avere fatto niente? E poi ci preoccupiamo del garantismo… Non c’è un posto di aggregazione. Chiediamo un capannone per fare qualcosa, un cineforum, una scuola di musica, lezioni di lingua… ma non si riesce a fare niente».
Finora, dei necessari adeguamenti della struttura, nel Cie di Roma è stato realizzato solo un campetto di calcio, come spiega il Garante per i diritti dei detenuti del Lazio. «Alla trasformazione di queste strutture da centri di accoglienza a centri di detenzione non è corrisposto un adeguamento e, come se non bastasse, è stata inibita dal ministero qualsiasi forma di volontariato nei centri». «Aiutiamo piuttosto queste persone a tornare a casa con qualche soldo o in modo dignitoso - osserva suor Bonetti -. Ci sono aerei che le riportano con gli abiti che hanno addosso o con le loro quattro cose in un sacchetto della spazzatura. Ritornano dalla ricca Italia come spazzatura. L’allungamento dei tempi non serve a nessuno, se non a buttare via soldi».
I fondi vanno nella costruzione o riconversione delle strutture. Un Cie nuovo può costare anche 15 milioni e il governo progetta di raddoppiare i posti. Occorre pagare la Croce rossa, la Confraternita delle misericordie e le varie cooperative che gestiscono i centri, con progetti da decine di milioni. Ci sono i giudici di pace che convalidano e notificano i trattenimenti, e una serie di altri servizi. La violenza e i tentativi di fuga impongono costi di sicurezza sempre più alti. In media la spesa giornaliera per ogni «ospite» dei Cie è di 55 euro. Come se fosse un albergo. 18 mesi significano 30mila euro. Somme ingenti che potrebbero essere impiegate in percorsi di inserimento dei migranti o quantomeno per finanziare progetti individuali di rimpatrio volontario.
Ricerche dell’International Detention Coalition, di cui il Jrs è uno dei fondatori, dimostrano che esistono alternative, a cominciare dall’affidare le persone, soprattutto i più vulnerabili, a comunità che garantiscano per loro (si arriverebbe a risparmiare il 90%). Senza restrizioni di movimento e con la libertà di informarsi e farsi aiutare, gli immigrati possono cooperare in modo più sereno con le autorità e arrivare ad accettare il rimpatrio volontario. Le scelte politiche invece vanno solo in direzione di una presunta sicurezza. Irregolare è diventato sinonimo di clandestino e delinquente. Ma come dice lo slogan, «nessun uomo è illegale».
Francesco Pistocchini

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