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Le mille vite di Gheddafi
26 agosto 2011
«Noi adesso giudichiamo Muammar Gheddafi solo come uno spietato dittatore. Che lo sia stato è indiscutibile. Anzi direi di più è stato anche un criminale. Se si pensa alle repressioni durissime e al fatto che negli anni Settanta mandava le sue squadracce a uccidere gli oppositori in Europa. Ma Gheddafi è stato anche altro». Quella di Angelo del Boca, giornalista e scrittore, non vuole essere una provocazione, ma semplicemente un modo per guardare nella sua complessità un leader che, nel bene e nel male (molto), ha comunque svolto un ruolo nella storia del suo Paese. D’altra parte Del Boca, in tutta la sua opera di storico del colonialismo italiano ha sempre cercato di andare oltre alla semplice apparenza nella comprensione di fenomeni complessi. E di figure complesse, come quella di Gheddafi.

Che leader è stato Muammar Gheddafi?
Certamente è stato un dittatore. Questo non lo si può negare. Però gli vanno riconosciuti anche alcuni meriti politici. Intanto è stato colui che ha preso in mano un Paese che non esisteva e lo ha trasformato in uno Stato. La Libia per secoli è stato un dominio ottomano, poi una colonia italiana (per una trentina d’anni), poi ancora un protettorato britannico (per una decina di anni) e, infine, un regno. Ma re Idris, che ho conosciuto e intervistato, era un uomo pio, non si interessava degli affari di Stato. Delegava alla famiglia Shely la gestione degli affari pubblici. E questi trattavano la Libia come fosse un’azienda privata. Nel 1969 in Libia era fortissima la presenza militare britannica e statunitense, con grandi basi che ospitavano migliaia di uomini. L’economia era ancora in gran parte gestita dalla comunità italiana, che aveva in mano il piccolo e il grande commercio e la maggior parte delle terre migliori. Ecco, quando Gheddafi prende il potere ribalta questa situazione.

Nel creare lo Stato però non ha guardato in faccia nessuno...
È vero, ma d’altra parte per dar vita a uno Stato indipendente non poteva continuare ad accettare una sorta di «sovranità limitata», dettata dal potere militare angloamericano. Anche con gli italiani fu molto brusco. Li cacciò senza risarcimenti. Ma qui la responsabilità fu anche nostra. I nostri politici del tempo lo sottovalutarono e lo snobbarono. E lui, con il suo carattere per niente facile, se la prese e cacciò la nostra comunità. Però, che ci piaccia o meno, così facendo ha creato uno Stato indipendente e autonomo. Per governarlo si è anche inventato una ideologia: la Terza teoria universale (sintetizzata nel libro Verde). Quando gli chiesi quanto questa ideologia avesse  inciso sulla vita dei libici, lui stesso ammise che non è stato un successo e che non è penetrata nel profondo nella vita dei libici.

Lei che lo ha conosciuto, che persona è dal punto di vista umano?
Nella mia vita professionale ho conosciuto molti uomini politici di spicco: Nasser, Nehru, Sékou Touré, ecc. Nessuno però mi ha colpito come Gheddafi. È una persona certamente stravagante, che si veste in modo bizzarro. Ma è anche molto intelligente e colto. Ha la capacità di rispondere in modo brillante a tutte le domande, anche quelle più imbarazzanti per lui. Pochi sanno che è uno scrittore raffinato. Ha pubblicato molti libri che hanno avuto un buon successo nel mondo arabo. È anche una persona che ha una grande fantasia. Ciò gli permetteva di reinventarsi, giorno dopo giorno. E non è una dote di tutti, soprattutto a 70 anni.

Che fine aspetta Gheddafi?
Vedo un epilogo drammatico. Non è un personaggio che fugge davanti al pericolo e infatti è rimasto nel Paese, alla testa dei suoi. Se sarà coinvolto in uno scontro, credo che si difenderà fino alla morte. D’altra parte è un uomo che ha fatto di tutto per mantenere il potere anche in modo assai duro e violento. E, ormai, non ci si può aspettare niente di diverso che una morte drammatica.
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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