Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Le minacce di Pyongyang sopra la testa dei sudcoreani
10 aprile 2013

Non è la prima volta che Pyongyang alza la voce, ma oggi gli interrogativi sulle reali minacce del regime, guidato da Kim Jong-un, il giovane e sconosciuto nipote del fondatore Kim Il Sung, si fanno sempre più grandi. Il 30 marzo il Nord ha dichiarato di essere in «stato di guerra» con il Sud, dichiarando nullo l’armistizio del 1953 che mise fine alla guerra. Sono in corso riposizionamenti di missili e tutti gli ordigni in possesso del regime hanno un gittata sufficiente per colpire la Corea del Sud: i 15 milioni di abitanti di Seoul si trovano solo a una cinquantina di chilometri dal confine. Ma come è vissuta nel Sud, una democrazia presidenziale con 50 milioni di abitanti e la 15ª economia del mondo, il rischio di una escalation militare? «In questi giorni nei media sudcoreani filogovernativi, come nella maggior parte dei giornali, minacce nordcoreane e reazioni sudcoreane e degli Usa sono chiaramente in cima alle notizie - spiega Francis Mun-su Park, gesuita, direttore del Centro di ricerca per l’advocacy e la solidarietà di Seoul -. Ma rispetto alla situazione del 2010, quando fu bombardata l’isola sudcoreana di Yeonpyeong, c’è una differenza: all’epoca i media si concentrarono sulla mancanza di preparazione della Corea del Sud, ora è sulle minacce di ritorsione, accompagnate dall’assicurazione di essere ben preparati e sostenuti dagli Usa».

Padre Mun-su Park e i suoi collaboratori osservano che i sudcoreani hanno atteggiamenti profondamente diversi sulla risposta da dare alle minacce del regime del Nord. Alcuni sono spaventati, molti altri non si soffermano sulle notizie di cronaca, analizzano secondo le diverse posizioni politiche, ma non pensano che la guerra sia imminente. Altri ancora sono immersi nella loro vita quotidiana e prestano scarsa attenzione alle notizie. «La maggior parte dei sudcoreani considera poco credibili le dichiarazioni che vengono dal Nord e molti sono scettici anche su quello che dichiara il governo del Sud - aggiunge il gesuita -. L’atmosfera nell’area metropolitana di Seoul, tra la gente per strada, è quella della vita normale. Preoccupazione e tensione crescenti si percepiscono nell’apparato di sicurezza.

In che modo la società sudcoreana è abituata all’idea di una possibile guerra, anche nucleare? Esistono esercitazioni pratiche che coinvolgono la popolazione?
I sudcoreani non sono abituati all’idea della guerra (il conflitto con il Nord è finito sessant’anni fa). Il governo di Lee Myung-bak, presidente dal 2008 fino allo scorso febbraio, ha cercato di sensibilizzare la popolazione, reintroducendo tre volte all’anno gli addestramenti di difesa civile per preparare i rifugi per la popolazione in caso di attacco aereo. I cittadini comuni non mostrano, però, grande interesse per questi addestramenti dopo che i governi precedenti avevano minimizzato le esercitazioni di difesa civile.

Culturalmente, i giovani che non ha fatto esperienza della guerra come osservano la situazione attraverso Internet e la Tv?
Guardando ai dibattiti in rete, sui blog e nei social network, si vede come le discussioni sulle minacce militari attuali sono poco numerose. Addirittura qualcuno si lamenta di essere stato preso in giro per avere manifestato la propria preoccupazione.

Quali sono le posizioni del governo di Seoul e dei diversi partiti di fronte alla situazione odierna?
Il governo ha inondato i media con resoconti delle minacce nordcoreane e delle possibile ritorsioni, e con rassicurazioni per la popolazione. Insiste sull’importanza di una salda alleanza con gli Usa. Allo stesso tempo la presidentessa Park Geun-hye dichiara che il governo è aperto al dialogo con il Nord, pur con una serie di condizioni. Di recente ha cercato attivamente l’aiuto della Cina.

Gli Usa restano il principale alleato della Corea del Sud, ma qualcosa sta cambiando nell’atteggiamento della Cina verso Pyongyang. In che modo i sudcoreani guardano oggi a Pechino?
Oggi la Cina è uno dei nostri principali partner commerciali e meta preferita per i turisti. Molti turisti cinesi vengono in Corea del Sud. Ma in generale c’è poca consapevolezza delle relazioni tra i due Paesi: sono predominanti le relazioni economiche e per l’opinione pubblica il ruolo della Cina nella penisola coreana resta fuori dal quadro.

Caduto il regime sovietico e con la Cina entrata nell’economia capitalista, la Corea del Sud è trovata di fronte a possibili rivolgimenti geopolitici anche nel Nord. Qual è il dibattito nei media sulla presenza di 24 milioni di connazionali che vivono nella miseria e nell’oppressione e su una possibile futura riunificazione?
Dopo gli anni della cosiddetta «politica del sorriso» verso la Corea del Nord, attuata tra il 1998 e il 2008 e che mirava alla cooperazione economica, all’assistenza umanitaria e al dialogo, senza mettere i diritti umani e le questioni nucleari come precondizioni, il governo successivo ha fortemente criticato quell’approccio ed è tornato a chiedere la denuclearizzazione come condizione per qualsiasi assistenza. Quando il risultato è stato una crescente tensione con il Nord, i sondaggi di opinione sono stati abbastanza concordi nel registrare un debole sostegno a questa politica. I critici più espliciti della «politica del sorriso» hanno mandato messaggi sulle violazioni dei diritti umani lanciandoli con palloni che si sono dispersi sul cielo nordcoreano.
Negli anni delle conferenze tra le due Coree (2000-2007) e della partecipazione di Pyongyang ai Giochi asiatici di Busan (2002) la maggior parte del Paese ha sperato in un graduale miglioramento delle relazioni che avrebbe portato a una riunificazione in una imprecisata data futura. Ma i giovani nello scorso decennio hanno anche vissuto una rapida diffusione della cultura pop coreana a livello internazionale e i loro interessi sono diventati più cosmopoliti, mentre si riduceva l’interesse per una riunificazione nazionale.
 
Come si spiega questo minore interesse?
Nonostante l’importanza dell’argomento, non sono entrate nel dibattito pubblico idee specifiche su come giungere alla riunificazione. Atteggiamenti emotivi impediscono una tale discussione: le conferenze che si sono svolte tra Nord e Sud hanno confermato il principio dell’accettazione reciproca dei sistemi sociali esistenti. Questo implica una strategia di tipo federativo verso la riunificazione, strategia proposta per la prima volta dal Nord. Se il Sud facesse lo stesso, la proposta verrebbe marchiata dai più anticomunisti come filo Pyongyang e come una minaccia alla sicurezza nazionale. I politici devono evitare questo tema perché le loro idee non portano voti, ma comportano il rischio di essere facilmente etichettati in modo negativo. Il tema tocca nervi scoperti, come il confronto tra comunismo e capitalismo o le posizioni pro e contro Stati Uniti.

Ci sono forme di assistenza umanitaria per i più poveri tra i nordcoreani nel loro Paese e per i rifugiati?
I principali gruppi religiosi, buddhisti, protestanti e cattolici, nonché diverse Ong si sono impegnate nell’assistenza umanitaria alle popolazioni povere della Corea del Nord. In alcuni programmi hanno partecipato anche i gesuiti. Tuttavia, tutti devono operare insieme a organizzazioni ufficiali che il governo nordcoreano ha istituito per gestire tale assistenza. È difficile verificare quanto degli aiuta raggiunga davvero i poveri cui sono destinati.

Esistono voci di opposizione alla linea politica seguita finora?
A nessun partito conviene opporsi direttamente al governo in fatto di sicurezza nazionale. Ci sono Ong, però, che fanno appelli diretti alla pace e criticano apertamente la forte enfasi messa sulle risposte di tipo militare, in particolare il fatto di affidarsi agli armamenti statunitensi. Il 3 aprile un’alleanza di 30 gruppi, Ong, organizzazioni religiose, e un piccolo partito politico hanno tenuto una conferenza stampa chiedendo soluzioni pacifiche efficaci, la cessazione delle minacce militari da ogni parte, una struttura di pace sulla penisola coreana ottenuta attraverso il dialogo, un appello ai cittadini a unirsi al movimento pacifista. Questa conferenza è stata ripresa solo dai media progressisti, la maggior parte l’hanno ignorata.

Francesco Pistocchini

 

© FCSF – Popoli