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Libano: verso stragi o riscatto?
22 ottobre 2012

È insolitamente deserta la strada General Shehab, la grande arteria che taglia il centro della capitale libanese. I soldati ai posti di blocco ci consentono di percorrere a piedi questa sopraelevata, mentre camion carichi di soldati si dispongono nei punti strategici della città, rimasta come sospesa tra la prima giornata di lutto (sabato) e i funerali di Stato che stanno per iniziare. Decine di migliaia di libanesi affluiscono nella piazza dei martiri per rendere omaggio a Wissam el-Hassam, il capo dei servizi di sicurezza, assassinato venerdì 19 nella strage provocata da un’auto imbottita con 30 kg di esplosivo che ha ucciso anche gli uomini della scorta e ferito un centinaio di persone. Non è lontano il quartiere cristiano di Achrafieh, dove si trova l’ufficio dell’alto ufficiale, uomo chiave dei delicati equilibri libanesi impegnato nel salvaguardare la sovranità nazionale e che i suoi nemici sono riusciti a eliminare dopo alcuni tentativi andati a vuoto. La strage è il più grave attentato politico degli ultimi anni, per l’importanza del bersaglio e le distruzioni provocate. Una parte del Libano è chiaramente sconvolta e accusa le fazioni politiche e religiose filosiriane, i sostenitori del regime di Assad, nonché alcuni componenti dello stesso governo.
«I siriani sanno», osserva Martin McDermott, gesuita statunitense da quarant’anni in Libano. L’esplosione del pomeriggio di venerdì ha fatto tremare i vetri nella comunità dell’Università Saint Joseph, fondata dai gesuiti. Padre McDermott ha attraversato tutti gli anni della guerra civile terminata solo nel 1990 e ricorda bene le autobombe che i siriani facevano esplodere. «Sono deluso, ma non sorpreso - aggiunge -. I siriani, dopo essere stati presenti militarmente in Libano per vent’anni, hanno mantenuto uomini a loro fedeli in posizioni importanti. Questo omicidio è chiaramente una vendetta contro il capo dell’intelligence di polizia che è stato in grado di scoprire un traffico di esplosivi con la Siria per il quale in agosto si è arrivati all’arresto dell’ex ministro Michel Samaha. Dava fastidio al regime di Damasco e prevedo che ai funerali sono ci saranno sciiti».
L’enorme folla che si raduna nella piazza dei Martiri sventola le bandiere dell’orgoglio nazionale e non vuole che la guerra siriana contagi il Paese. Il generale el-Hassam era una figura emergente tra i sunniti, ma il cordoglio è condiviso anche da molti cristiani e drusi. Sventolano le bandiere azzurre del Movimento Futuro di Saad Hariri, figlio di un’altra vittima illustre tra i sunniti anti Assad, l’ex primo ministro ucciso nel 2005. Numerosi sono i sostenitori delle Forze libanesi, formazione prevalentemente cristiana maronita. La spaccatura attraversa chiaramente sia musulmani sia cristiani. Non si vedono insegne gialle di Hezbollah, né verdi del movimento Amal, ma neppure i cristiani loro alleati del movimento del generale Aoun.
Soprattutto sventolano le bandiere nazionali, in mano a giovani, donne sia cristiane sia, musulmane, bambini: una società civile articolata che scende in piazza non solo per rendere omaggio a un uomo, ma per allontanare lo spettro dello stragismo che prende il posto della politica. Una donna lo dice chiaramente: «Ne abbiamo abbastanza, non possiamo lasciare che i nostri leader vengano ammazzati in strada, senza far nulla». Diversi striscioni invocano l’aiuto della comunità internazionale, riflettono la paura di essere lasciati soli.
A rafforzare i sospetti sulle fazioni filosiriane c’è anche il fatto che il superpoliziotto è stato ucciso poco dopo il suo rientro da un viaggio all’estero, come era successo nel 2005 a Gebran Tueni e due anni dopo a Antoine Ghanem, politici antisiriani. Il passaggio obbligato per l’aeroporto che si trova in una zona sciita getta altre ombre su Hezbollah, strettamente coinvolta nella gestione della sua sicurezza.
I grandi schermi davanti alla moschea al-Amin trasmettono i discorsi ufficiali, il Libano delle istituzioni è interamente rappresentato con la vistosa eccezione del presidente del parlamento (per regola, un musulmano sciita). Ma le istituzioni vacillano, il governo è messo sotto accusa per la presenza di ministri filosiriani. Il corteo attraversa le strade del centro storico totalmente ricostruito dopo la guerra e raggiunge la moschea accanto a cui si trova il luogo della sepoltura, un tendone-mausoleo che sette anni fa ha già accolto Rafiq Hariri.
«Il regime siriano sa che è destinato a essere sconfitto e crea caos, oltre che cercare vendette», osserva Martin McDermott. E il caos è arrivato al termine dei funerali con le violenze della sera. «Prelevate Bashar dal Serraglio», che è la sede del Governo, recita un cartello che preannuncia i tentativi di assalto al palazzo, gli spari in aria, i lacrimogeni, numerosi agenti feriti. Gli appelli alla pacificazione al momento non sembrano bastare.
L’ondata di sdegno suscitata dall’uccisione di Hariri nel 2005 portò in breve tempo all’allontanamento delle truppe siriane del territorio libanese. Non è escluso che questo colpo feroce allo Stato e al senso di indipendenza di molti libanesi possa realmente ritorcersi contro i suoi autori, che siano all’interno o a Damasco. I prossimi giorni diranno quali vere conseguenze avrà il colpo inferto al Paese.

Francesco Pistocchini

© FCSF – Popoli
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