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Lucia ed Emiliano, missionari in punta di piedi
15 ottobre 2013

Emiliano Composta e Lucia Vesentini sono tornati nel maggio del 2012 dal Mozambico. Erano partiti nell'ottobre del 2009.

Quali erano, in sintesi, le principali attività che svolgevate?
Prima di raccontare le attività svolte, è doveroso spendere due parole sulla modalità del nostro partire e fare missione. Noi siamo laici fidei donum inviati della chiesa di Verona alla chiesa sorella di Nacala, nel Nord del Mozambico, in un'ottica di scambio e cooperazione tra chiese. Il nostro impegno si è inserito in un contesto di lavoro d'equipe, in "corresponsabilità" con due sacerdoti diocesani di Verona e tre religiose dell'Istituto delle Sorelle della Sacra Famiglia di Verona, nell'accompagnamento pastorale delle 70 comunità che formano la parrocchia/missione di Namahaca (una delle 23 parrocchie della diocesi di Nacala).
L'attività dell'equipe missionaria non si esaurisce però nella pastorale "classica", ma si apre a progetti di promozione sociale, tutti nati ascoltando le esigenze della popolazione locale: cura e accompagnamento di uno studentato femminile per ragazze tra i 10 e i 17 anni, centro nutrizionale per bambini denutriti, microcredito agricolo per i piccoli agricoltori della zona, progetti di divulgazione delle leggi per coscientizzare la gente riguardo ai propri diritti e doveri.
Da sottolineare un aspetto: lo stile di fare missione e promuovere attività di promozione umana che ispira l'opera dei missionari ha come prospettiva l'autosostenibilità, cioè la nascita e l'implementazione di ciascun progetto avviene in sintonia e collaborazione con la gente locale, che viene capacitata e progressivamente responsabilizzata nel portare avanti nel tempo le attività con proprie risorse e metodologie, sino a rendersi indipendenti dall'operato dei missionari. Insomma, i missionari lavorano per diventare inutili!

Con quali desideri/motivazioni principali è maturata la scelta di partire?
Dopo il matrimonio (non siamo "nati" con l'idea di diventare missionari, anzi!), abbiamo maturato il desiderio di cambiare la prospettiva, di mettere a fondamento della nostra famiglia qualcosa di più ampio e solido di un buon lavoro e di un buon conto in banca, di spingere più in là i nostri orizzonti umani e spirituali, anche per offrire ai nostri figli (che allora speravamo di avere... ed ora aspettiamo per ottobre!!) uno sguardo possibilmente differente e lungimirante sulle cose della vita... cercare di uscire dal nostro piccolo mondo, dai nostri schemi e modi di pensare, per andare incontro all'altro, condividere la vita dell'altro, fare l'esperienza di essere stranieri, ospiti, entrando in punta di piedi nel loro mondo e nella loro cultura. Per questo la nostra è stata anche una scelta di fede, intesa come il voler dare senso alla nostra vita nella misura in cui essa si dona, si apre, si gioca nell'incontro con persone, situazioni, mondi differenti. Sicuramente non siamo partiti per salvare l'Africa, ma forse per farci salvare dall'Africa!!

A quale realtà ecclesiale, associazione, movimento vi siete appoggiati, prima e durante l'esperienza?
Durante il periodo di discernimento, durato circa due anni, abbiamo incontrato diverse realtà che ci hanno mostrato carismi e modalità di fare missione molto belli, stimolanti e condivisi. In particolare, abbiamo seguito un corso di formazione con il Centro missionario diocesano di Verona e abbiamo ricevuto il mandato missionario dal Vescovo di Verona.
La scelta di partire come laici "fidei donum" nasce dal fatto che il nostro percorso di fede, prima come singoli e poi come coppia, si è sviluppato negli ambienti parrocchiali e nei centri giovanili diocesani e quindi abbiamo sentito che la chiamata all'esperienza missionaria avveniva dentro la nostra chiesa locale, consapevoli anche del fatto che come famiglia siamo già una piccola chiesa, "chiesa domestica". Per questo, il nostro ruolo di fidei donum non si esaurisce con gli anni di missione ad gentes, ma continua con un nuovo incarico in Italia nell'impegno di scambiare l'esperienza vissuta con la nostra chiesa di invio.

Come descrivereste lo specifico dell'essere "famiglia in missione"? Quali cioè le principali differenze da un lato rispetto ai missionari consacrati, dall'altro rispetto ai cooperanti laici?
Rispetto al missionario consacrato abbiamo un ruolo un po' meno "istituzionale" all'interno della Chiesa locale, quindi il messaggio di evangelizzazione, di cui come missionari siamo portatori, passa più attraverso l'esempio concreto e la collaborazione fianco a fianco con la gente del posto che attraverso catechesi o riti, così lo "scambio della fede" avviene nello stare insieme, nel camminare allo stesso passo, come fratelli. Certamente in un contesto di forte fragilità familiare, anche la testimonianza come sposi cristiani, che si amano e si rispettano e che restano uniti anche "senza figli", una circostanza quasi inconcepibile per una coppia makua (l'etnia prevalente nella zona dove abbiamo vissuto), è stato uno degli specifici del nostro essere "famiglia in missione". Inutile dire che la notizia dell'arrivo della piccola Cecilia ad ottobre li ha riempiti di gioia, hanno voluto che inviassimo foto "com barriga", con la pancia, per vedere se era vero e attendono e pregano con noi per il lieto evento!
Rispetto al cooperante laico ci distingue il fatto che nella nostra esperienza viene prima la presenza rispetto al "progetto", cioè al raggiungimento degli obiettivi per i quali è stato chiesto ed ottenuto un finanziamento da un'istituzione pubblica o privata, pertanto lo "stare" viene prima del "fare". Molto spesso poi la vita del cooperante si svolge nelle grandi città, dove hanno sede le organizzazioni, e quindi lontani dalla realtà del "mato", della foresta. Quello che noi abbiamo scelto e amato della nostra esperienza è stata proprio la prossimità alla gente, il contatto quotidiano, la nostra casa sempre aperta e visitata. La nostra vita è diventata permeabile ed impregnata della loro, con i loro ritmi, le loro gioie, le loro sofferenze, perché partecipi delle feste, dei riti, dei funerali. Certo una vita privilegiata e non paragonabile nella durezza e nelle lotte quotidiane a quella dei nostri amici makua.

Una volta rientrati, quale legame avete mantenuto con la missione in cui eravate?
Ci sentiamo spesso con i missionari ancora presenti laggiù, i sacerdoti, le religiose e una coppia di laici, ed accompagniamo con la preghiera il loro cammino e quello degli amici makua. Qualche volta siamo riusciti a parlare al telefono anche con qualcuno di loro, ma molto di più funzionano le lettere in carta e penna che ci scambiamo, in cui ci raccontiamo "felicidades e infelicidades" (gioie e dolori della vita).
Il nostro testimoniare qui in Italia l'esperienza vissuta, poi, ci mantiene in un cammino condiviso ed il racconto diventa un modo di rendere giustizia all'Africa e agli africani, dei quali spesso si hanno immagini preconcette, frutto di luoghi comuni e pregiudizi.
Il raccontare la realtà vista e vissuta è un modo per ridare dignità ad un popolo che continua a subire grandi ingiustizie per gli interessi di una classe dirigente corrotta dalle lobby, locali ed estere, e di imprese multinazionali che hanno tutto l'interesse a sfruttare le ricchezze della terra senza alcun vantaggio per chi vi abita. La gente "siede su una pentola d'oro e non lo sa", ma c'è chi sa e sta rubando senza remore il loro tesoro.

Come è stato il rientro dal punto di vista lavorativo, relazionale, della vita quotidiana? Vi siete sentiti supportati dalla realtà ecclesiale che vi aveva "inviato"?
Il rientro è duro, da tanti punti di vista. Prima di tutto, si vive una forte "saudade", nostalgia, per il mondo e le amicizie lasciate laggiù, da cui sai di esserti separato forse per sempre. È un lutto che deve essere rielaborato. Quindi c'è bisogno di ritrovare il proprio equilibrio psico-fisico: l'adattamento è stato difficile là, il ri-adattamento non lo è da meno. E poi inizia il lavoro interiore di mettere in relazione dentro di sé due mondi che sembrano così diversi e lontani, ma ugualmente amati e vissuti, che devono poter coesistere nella mente e nel cuore per non creare fratture, rimorsi, strappi interiori. L'esperienza va rielaborata e in qualche modo tradotta perché dia frutto.
Dal punto di vista relazionale abbiamo trovato tanto calore e solidarietà rientrando nel "nostro" mondo, ma sono rientrate due persone diverse da quelle che erano partite e questo non sempre è compreso ed accettato da amici e parenti che pensano di "ricominciare" da dove ci si era lasciati tre anni prima. Spesso sentiamo di non essere capiti e non riuscire a trasmettere quello che abbiamo vissuto.
Il rientro al lavoro, poi, non scontato soprattutto di questi tempi, deve ritrovare un senso. Rientrati non viviamo allo stesso modo l'impegno lavorativo e sentiamo l'esigenza che la nostra attività assuma un orizzonte più "sociale".
La realtà ecclesiale che ci ha preparati e inviati, con un percorso straordinario, ci ha bene accolti a livello umano, ma non è ancora pronta ed organizzata ad accompagnare il rientro, specialmente dei laici, e fatica a trovare canali per rimettere in circolo la ricchezza straordinaria che un'esperienza missionaria come la nostra ci ha regalato.

Come riuscite a essere una "famiglia missionaria" anche in Italia?
Questa domanda ci accompagna e lavora dentro di noi da un anno a questa parte! È difficile dare una risposta univoca e definitiva. In tanti modi stiamo provando a metterci in ascolto della realtà, lasciandoci provocare e cercando di tradurre in maniera semplice, con scelte quotidiane, i doni ricevuti in missione: dall'uso dell'acqua (bene incredibilmente prezioso), all'acquisto critico di beni di uso quotidiano, da una lettura della realtà più attenta alle sfumature e in grado di assumerne la complessità, alla testimonianza come famiglia di amore reciproco capace di aprirsi all'altro, in tutti i piccoli e semplici gesti in cui questo può tradursi... Ci rendiamo conto che la risposta a questa domanda dura tutta una vita ed ogni giorno la questione chiede di essere riproposta e trovare di tempo in tempo nuove concretizzazioni. Preghiamo ogni giorno che il Signore ci indichi per quali nuove strade di missione indirizzare i nostri passi, nella semplicità delle nostre vite, senza proclami, senza pretendere di insegnare niente a nessuno, ma con tenacia e fede.

Dopo alcuni anni di assenza, quale Chiesa avete ritrovato in Italia? Con quali problemi e quali ricchezze?
Abbiamo trovato una chiesa molto diversa da quella mozambicana, che è molto giovane, attenta ai problemi quotidiani della gente, "sbilanciata" a favore dei poveri e quasi completamente affidata alla responsabilità dei laici. In Italia ci pare di vedere una chiesa ancora molto gerarchica e clericale, preoccupata più di difendere i propri confini che di incontrare le persone nelle loro difficoltà quotidiane, poco aperta alle sfide reali dei tempi, con poco spazio lasciato all'iniziativa dei laici.
L'esperienza ci ha dato una prospettiva diversa: chiesa-popolo di Dio, "povera con i poveri", come ci ha indicato papa Francesco, e aperta all'esterno, alle periferie, dove la gente vive e soffre e dove più ha bisogno di sentire la consolazione che viene dall'amore del Padre.

A volte vi viene voglia di ripartire?
Tutti i giorni! Ma crediamo anche fortemente nella seconda parte del nostro mandato "fidei donum", quella della "restituzione del dono" e altre sono ora le sfide e le frontiere che ci attendono e non meno impegnative, ci sentiamo inviati in missione tra la nostra gente...!!!

Emiliano e Lucia hanno inviato alcune riflessioni aggiuntive,
tratte dal progetto missionario della missione di Namahaca

Stile di presenza - Il pensiero che orienta l’opera dei missionari

La povertà, citando l’economista Premio Nobel Amartya Sen, non è tanto la mancanza di beni e servizi, ma piuttosto l’impossibilità di scelta di un’altra condizione di vita, quello che A. Sen chiama la mancanza di “capability” o “capacitazione”, cioè della capacità di singoli e comunità di scegliere e mettere in atto stili di vita alternativi. Ciò di cui c’è bisogno in Mozambico, così come in altri luoghi della povertà come sopra descritta, è sviluppare una visione ed una progettazione in grado di offrire alternative alla maggioranza della popolazione rispetto allo stato di vita attuale. A detta degli esperti una via possibile per cambiare la situazione è esercitare pressioni sui paesi donatori (considerato che il 46% del bilancio statale mozambicano dipende da donazioni straniere) perché verifichino la realtà che si nasconde dietro a numeri e statistiche ufficiali. Operazione questa che richiede uno spostamento, fisico e di prospettive, per avvicinarsi alla vita delle persone e delle comunità nella realtà in cui vivono, nelle periferie urbane e nelle vaste aree rurali. Ma le grandi agenzie internazionali e gli organismi di cooperazione spesso non raggiungono tali luoghi della povertà, preferendo avallare le statistiche ufficiali elaborate dai governanti a loro uso e consumo.
Chi si spinge dentro le situazioni al fianco delle popolazioni sono missionari e piccole organizzazioni non governative, i quali stabiliscono le loro sedi nei luoghi di maggior fragilità e sfruttamento e danno vita ai loro progetti a partire dai problemi reali della gente. Infatti, nelle aree rurali del nord del Mozambico, dove si trova Namahaca, le missioni fondate nel corso del Novecento da diverse congregazioni religiose, soprattutto comboniani, e nel tempo consegnate ad altri soggetti missionari, come la Diocesi di Verona, sono le principali agenzie di promozione umana, dato che in queste grandi aree, lontane dalle città e spesso difficili da raggiungere, sono quasi totalmente assenti progetti promossi dai vari enti di cooperazione internazionale.
Gli interventi ideati ed avviati dai missionari nascono e si evolvono in maniera flessibile a partire dalle richieste raccolte dalla popolazione e sempre con la collaborazione diretta di personale locale per evitare “derive occidentalizzanti” come può accadere per progetti pensati e realizzati da chi viene da una cultura e da una mentalità differente da quelle del posto. L’orizzonte di significato e di azione dei missionari inviati dalla Diocesi di Verona, dunque, è la creazione di alternative possibili rispetto alla situazione presente e alla progettualità futura della popolazione, con l’attenzione a non violare il “terreno sacro” della cultura locale, dove nessun straniero può permettersi di entrare se non “a piedi scalzi”, e a non forzare mentalità e ritmi propri della gente.
Proporre alternative a partire ed in sintonia con l’esistente (nell’insegnamento e nell’educazione per le ragazze, nella coltivazione e nella gestione del denaro per i contadini, nell’alimentazione per bambini malnutriti, nelle forme di garanzia del diritto sulla terra occupata da generazioni per le famiglie,…..), formare le persone e affidare progressivamente loro le rielaborazioni e l’implementazione delle iniziative sono gli obiettivi che guidano l’attività dei missionari veronesi nella promozione della dignità della popolazione al cui fianco vive e lavora. Si tratta, dunque, di favorire la “capacitazione” delle persone, cioè, secondo la sopracitata formula di A.Sen, la capacità di scegliere e vivere stili di vita differenti, avendo riguardo che ciò non avvenga in maniera dipendente dagli aiuti dall’esterno (destinata quindi ad esaurirsi con l’uscita del personale missionario), ma che, dopo le fasi di avvio, possa evolversi e crescere in maniera auto-sostenibile.

© FCSF – Popoli