Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Mali, polveriera Azawad
2 aprile 2012
Da mesi, se non da anni, si sapeva che nel Nord del Mali la tensione stava aumentando. Troppi fattori si stavano sommando e facevano crescere la probabilità di un’esplosione. E, alla fine, l’esplosione c’è stata. Il 17 gennaio i tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla, Azawad è il nome con il quale si indicano le tre regioni del Nord del Mali) hanno lanciato un’offensiva militare contro il governo di Bamako. «L’obiettivo dell’Mnla è il diritto all’autodeterminazione per ottenere l’indipendenza», afferma senza mezzi termini Moussa ag Acharatoumane, leader del movimento, intervistato da Popoli. Ma il dirigente tuareg sa di dire una mezza verità. L’indipendenza è certamente uno degli obiettivi della rivolta, ma al di là dell’autonomia, nell’attuale crisi politico-militare si intrecciano una serie di interessi nazionali e internazionali legati allo sfruttamento delle risorse naturali, al contenimento del fondamentalismo islamico e al dinamismo economico cinese.

IL PASSATO CHE TORNA
La questione tuareg non è nuova. «Nel 1957, prima ancora dell’indipendenza del Mali - ha spiegato al settimanale Jeune Afrique, Mahmoud ag Aghaly, presidente dell’ufficio politico dell’Mnla -, i tuareg avevano fatto presente alla Francia che non volevano essere integrati nella nascente repubblica maliana. Da anni discutiamo con il governo dell’autonomia, firmiamo intese, ma non cambia nulla. Vorremmo collaborare con Bamako, ma i maliani non hanno mai voluto collaborare con noi. Le popolazioni del Nord e del Sud sono troppo differenti per far parte di un unico Stato. Per questo chiediamo alla comunità internazionale di convincere il Mali a concederci l’indipendenza».
Alla base di questo disagio ci sono innanzitutto tensioni etniche. I tuareg, di carnagione bianca, chiamano con disprezzo «neri» gli abitanti delle regioni meridionali e non vogliono in alcun modo essere governati da loro. Da qui discendono un rifiuto all’integrazione e una tendenza a isolarsi. Atteggiamenti che sono sfociati, nell’arco di cinquant’anni, in cinque rivolte.
Le popolazioni del Nord hanno preso le armi una prima volta nel 1963, a soli tre anni dell’indipendenza del Mali. Ma l’esercito di Bamako ha represso duramente la rivolta. Molti tuareg abbandonano il Paese per rifugiarsi in Algeria e in Libia, spinti all’esodo anche dalla siccità che colpisce la regione. Nel 1988 nasce il Movimento popolare per la liberazione dell’Azawad e nel 1990 scoppia un’altra sommossa che termina l’anno successivo con la sottoscrizione degli Accordi di Tamanrasset. Nuovi incidenti scoppiano nel 1994 e poi nel 2006. Gli Accordi di Algeri (2006) sembrano riportare la tranquillità nel Nord, ma è solo apparenza. Nel 2007 i tuareg riprendono le armi. I combattimenti cessano nel 2009 per riprendere, infine, nel gennaio 2012. «Ogni sommossa - osserva Fabio Ricci, operatore del Cisv, Ong impegnata in progetti di sviluppo nel Mali - termina con un accordo tra tuareg e governo in cui si promettono grandi piani di sviluppo finanziati da Stato e organizzazioni internazionali. Questi progetti però non vedono mai la luce e i finanziamenti stanziati finiscono nelle tasche di politici corrotti. Il Nord rimane senza strade, ponti, scuole, ospedali. E i tuareg si sentono abbandonati a se stessi».
Negli anni, l’Azawad è diventata una delle regioni più povere di un Paese, il Mali, poverissimo. Nel Nord oggi abitano 600mila persone che hanno un’aspettativa di vita di 50 anni. Nell’area più densamente popolata (circa 80mila kmq)non ci sono ospedali e anche i dispensari sono pochissimi. Lo stesso vale per le scuole: quelle statali sono concentrate nelle città e i bambini tuareg studiano, quando possono, grazie a libri e insegnanti mandati dalle Ong. Bamako e il Nord non sono collegati da strade asfaltate e le principali città settentrionali sono unite tra loro da una rete viaria in terra battuta.
«La situazione economica e infrastrutturale, già critica di per sé - osserva Lia Quartapelle, ricercatrice dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) -, in questi ultimi due anni è stata aggravata da una forte siccità che sta mettendo a rischio la sovranità alimentare del Sahel. Si rischia una carestia di grandi proporzioni». Non è un caso che monsignor Jean Zerbo, arcivescovo di Bamako, e la Caritas Mali abbiano chiesto alla comunità internazionale di intervenire a sostegno delle popolazioni locali colpite dalla siccità e dalla guerra (che in due mesi ha spinto 172mila profughi e rifugiati nei Paesi limitrofi).

LA SUCCURSALE DEI SALAFITI
L’Azawad è quindi una zona depressa, ma non per questo meno importante dal punto di vista economico e strategico-militare. La regione è una porta naturale tra l’Africa subsahariana e quella mediterranea e quindi una via di transito perfetta per commerci legali e non. A partire dall’attentato alle Torri gemelle del 2001, con la stretta sui controlli e la conseguente chiusura delle tradizionali rotte del traffico di stupefacenti che passavano dall’Atlantico settentrionale, i produttori sudamericani di cocaina hanno cercato rotte alternative per raggiungere il mercato europeo. La principale di queste è proprio quella che dall’America latina raggiunge Guinea Bissau, Guinea Conakry o Mauritania, per proseguire in Mali e, attraverso Algeria o Marocco, raggiungere l’Europa. Nel 2009 in Mali fece scalpore la notizia di un Boeing 727 che, con un carico di cocaina, si schiantò nel deserto. Quel volo, ribattezzato Air Cocaine, ha smascherato le complicità tra criminalità sudamericana, quella locale e istituzioni maliane.
L’assenza delle istituzioni ha reso poi la regione una terra-di-nessuno nella quale, oltre al commercio di stupefacenti, si è registrata una graduale penetrazione dei fondamentalisti islamici. Qui negli ultimi anni ha creato le proprie basi Al Qaeda per il Maghreb islamico (Aqmi), la «succursale» saheliana del network integralista. «La presenza dell’Aqmi - sottolinea Ricci - è un dato di fatto. Nelle sue basi nel Nord ha nascosto alcuni degli operatori umanitari occidentali rapiti negli ultimi anni. Va detto però che i legami tra Aqmi e tuareg non sono così evidenti. Giovani tuareg avrebbero aderito all’Aqmi, ma i capi li avrebbero sconsigliati, dicendo che quella non è la strada giusta per lottare contro Bamako. Oltre a ragioni politiche (i tuareg anziani non tollerano le ingerenze da parte degli stranieri di Aqmi), ci sono anche divergenze in campo religioso. La visione dell’islam dei tuareg non sarebbe compatibile con quella salafita. Si dice anche che un gruppo di ribelli dell’Mnla avrebbe aderito al salafismo, ma senza entrare in Aqmi».
I tuareg smentiscono la presenza di estremisti islamici nelle loro fila. «Non abbiamo alcun legame con le organizzazioni del fondamentalismo e del terrorismo islamico - assicura Moussa ag Acharatoumane -. Il Mnla è un movimento rivoluzionario che cerca l’indipendenza della propria terra e niente di più. Siamo contro tutte le forme di estremismo e terrorismo provengano esse da gruppi politici o da Stati».

AMBIGUITÀ FRANCESE
Per Bamako invece può rivelarsi utile che la rivolta dei tuareg sia associata al fondamentalismo, in modo da ottenere il sostegno dei Paesi occidentali. Gli Stati Uniti da qualche anno sono presenti sul territorio con propri militari. «Confermo la presenza di soldati americani in Mali - osserva Moussa ag Acharatoumane -. Il loro compito consiste nel fornire formazione militare ai maliani nel quadro della lotta contro il terrorismo. Finora non hanno partecipato ai combattimenti contro di noi».
Anche la Francia è presente con propri reparti e anche i soldati transalpini avrebbero fondamentalmente il compito di consiglieri militari. «In realtà - continua Ricci - il ruolo della Francia è più ambiguo. Formalmente i suoi soldati sono qui per aiutare l’esercito maliano. Però di fronte all’avanzata dei tuareg, i francesi non hanno collaborato con i maliani. Nella regione in cui lavoriamo, quella di Mopti, c’era una base con 150-200 soldati transalpini. Al momento dello scoppio delle ostilità tra Nord e Sud sono però rientrati in Francia. Questo perché Parigi vuole tenersi le mani libere e non irritare né l’uno né l’altro contendente. Qualora dovessero vincere i tuareg, la Francia vuole poter contare su un alleato che le garantisca la possibilità di sfruttare le risorse minerarie».
In Mali, la Francia non vuole correre il rischio di ripetere l’esperienza fatta in Niger. Qui, l’Areva, la multinazionale francese del settore nucleare, per decenni ha sfruttato in regime di monopolio le miniere di uranio. Oggi, però, vede messo in discussione il suo primato dall’arrivo delle società cinesi che, grazie ad accordi di cooperazione siglati il 4 gennaio di quest’anno, sono riuscite a ottenere concessioni per lo sfruttamento di nuovi giacimenti. Sono sempre cinesi le società che hanno avviato una collaborazione con imprese nigerine nel settore dello sfruttamento e della raffinazione petrolifera. «Anche in Mali dovrebbero esserci riserve di uranio - osserva Ricci - e, secondo quanto affermato dal governo di Bamako, potrebbero esserci anche giacimenti petroliferi. La Francia non vuole favorire in alcun modo la penetrazione cinese. In questo senso, l’appoggio dei tuareg potrebbe rivelarsi essenziale ed è per questo che Parigi non vuole “bruciare” una possibile alleanza con loro».
Intanto, sul campo, l’offensiva dei ribelli ha sorpreso e annichilito le forze armate maliane. Il nucleo principale dell’Mnla è costituito da tuareg che hanno servito nell’esercito libico di Gheddafi (che li ha sempre protetti). Alla caduta del regime di Tripoli, sono rientrati in patria portando con sé una parte dell’arsenale libico. «Non c’è nulla di vero in questa ricostruzione - smentisce Moussa ag Acharatoumane -: i nostri miliziani usano armi provenienti dagli arsenali libici ma sono poche, la maggior parte proviene delle caserme maliane perché molti ribelli hanno disertato e hanno portato con sé fucili, mitragliatori e armi anticarro». «Lunghe colonne di tuareg con grandi quantità di armamenti - ribatte Ricci - hanno lasciato la Libia, hanno attraversato il Niger e si sono dirette in Mali. Questi tuareg sono stati in parte integrati nell’esercito maliano, in parte sono confluiti nell’Mnla. Quelle armi sono sufficienti a condurre la guerra? E, soprattutto, dove prendono il carburante per muovere i mezzi? Il movimento probabilmente ha trovato complicità all’estero, in particolare in Algeria e in Mauritania». Una guerra intermaliana quindi, ma con interessi e complicità che vanno ben oltre i confini del Paese.
Enrico Casale
© FCSF – Popoli
© Popoli. Tutti i diritti riservati
powered by EasyNETcms