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Migrazioni Usa, cosa c'è dietro al boom di minori centroamericani
16/7/2014
Mentre in Italia e in Europa si discute (e ci si divide) sulle politiche più efficaci per gestire gli sbarchi di persone in fuga da Africa e Medio Oriente, problemi e dinamiche simili si registrano oltre Oceano. Stati Uniti e Messico sono alle prese con un'impennata di arrivi di migranti dall'America Centrale, con una particolarità: moltissimi tra loro sono minori non accompagnati. La situazione è così drammatica che sul tema sono intervenuti sia il presidente Usa Barack Obama, che ha chiesto al Congresso lo stanziamento straordinario di due miliardi di dollari, sia - a più riprese - la Conferenza episcopale statunitense.

Impossibile conoscere il numero ufficiale dei migranti che entrano illegalmente negli States, ma una statistica indicativa è data dal numero di persone bloccate dalla Polizia di frontiera a stelle e strisce al confine con il Messico: dai 13mila minori del 2012 si è passati ai 24mila dell'anno dopo, per arrivare a 52mila nei primi mesi del 2014 (a loro si aggiungono i 10mila ragazzi fermati in territorio messicano). Non è un caso, quindi, che il Pentagono in via eccezionale abbia chiesto a tre basi militari in California, Oklahoma e Texas di farsi carico dell'accoglienza di una parte di queste persone. Accoglienza in attesa di espulsione, naturalmente. Come ha chiarito a inizio luglio il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, «è improbabile che la maggioranza dei minori non accompagnati arrivati dal Centroamerica e intercettati al confine abbia i requisiti per ottenere un aiuto umanitario; dunque queste persone non avranno una base legale per restare negli States». 

La Casa Bianca legge questi flussi migratori in chiave unicamente economica. Secondo molti osservatori, invece, alla base di questo aumento di minori ci sarebbero le violenze che si registrano in particolare in Guatemala, El Salvador e Honduras, violenze connesse sia al narcotraffico sia alla piaga delle bande giovanili (dette maras o pandillas). È ciò che pensa, per esempio, mons. Mark Seitz, vescovo di El Paso (Texas), che ha chiesto a gran voce al Camera dei Rappresentanti di dichiarare l'esistenza di una crisi umanitaria e di dare protezione ai migranti, specialmente quelli in condizioni più deboli. I suoi appelli sono stati fatti proprio dai vescovi di Stati Uniti, Messico e dei tre Paesi centroamericani citati, che in un comunicato congiunto emesso il 13 luglio si dicono «profondamente commossi dalla sofferenza di migliaia di bambini, bambine e adolescenti che sono migrati verso gli Usa e che ora si trovano reclusi per poi essere rimpatriati». C'è molta attesa, inoltre, per eventuali dichiarazioni in materia del cardinale Piero Parolin, segretario di Stato vaticano in visita in questi giorni in Messico. 

La correlazione tra migrazioni verso l'Eldorado Usa e violenza sperimentata in patria è confermata anche da José Luis Rocha, esperto di immigrazione e collaboratore della rivista Envío, pubblicata dalla Uca, l'università dei gesuiti centroamericani. Autore di vari viaggi lungo le rotte migratorie, Rocha conferma che - sebbene non sempre i ragazzi lo dichiarino apertamente - la paura è una delle motivazioni che spingono alla fuga: «Ad esempio i ragazzi accolti dalla Kino Borders Initiative (una realtà legata ai gesuiti, ndr) inizialmente dichiaravano di essersene andati per motivi economici, ma le cose sono sempre mischiate. Parlando con loro più approfonditamente, si scopre che il progetto è quello di riunirsi con la madre da anni a Los Angeles piuttosto che in Maryland, ma che alla base c'è la consapevolezza che in Guatemala o in Honduras la probabilità di prendersi una pallottola in testa, come è successo a molti loro amici, è ben più alta di quella di trovare un lavoro. Evitare la povertà, la separazione familiare e la violenza: sono tre motivazioni che stanno sempre insieme per questi ragazzi».

I dati sui tassi di violenza in un Paese come l'Honduras sono impressionanti: San Pedro Sula (seconda città del Paese) conquista da tre anni il drammatico record di città più violenta del mondo (ad esclusione dei Paesi in guerra come la Siria): nel 2013, 187 morti ogni 100mila abitanti. Logica conseguenza del fatto che in questo luogo si concentrano il 27% delle armi registrate in tutto il Paese. Un tasso non molto inferiore (102,2) si registra nella capitale Tegucigalpa.

Rocha sottolinea un'altra statistica, quasi a ricordare che non è solo l'Europa a chiudersi come una fortezza di fronte a questi fenomeni: «Se affrontiamo il tema dei rifugiati calcolando l'estensione del territorio e il numero di rifugiati accolti per mille chilometri quadrati, scopriamo che in testa alla classifica mondiale c'è Malta, con 26.351 rifugiati, seguita da Libano (12.968) e via via Giordania, Ruanda, Paesi Bassi, Pakistan. Gli Stati Uniti sono in fondo alla classifica, con solo 28 rifugiati ogni mille chilometri quadrati».
Stefano Femminis

© FCSF – Popoli